Significato dei Trionfi

I Trionfi sono un insieme di carte simboliche che, in un particolare momento dell’evoluzione del gioco delle carte, vennero aggiunte al normale mazzo allora in circolazione ( Cosa sono i Tarocchi).

Se fondamentalmente nascono come carte con valore particolare all’interno del gioco, ossia come briscole, nello stesso tempo, nei primi decenni del Quattrocento, finiranno per rappresentare una guida morale e soprattutto cristiana. Non è casuale che le ultime due carte trionfali, punto topico dell’intera sequenza, saranno il Giudizio Universale e Dio Padre.

Sarà la centralità dell’uomo affermata dal pensiero umanistico e la necessità di un rinnovamento religioso quale superamento della profonda crisi che attraversava da troppo tempo la Chiesa, a costituire lo sfondo culturale a cui attingerà l’ideatore dei Trionfi. Da una parte una rinascita etica e civile attraverso il nesso tra vita attiva e contemplativa; dall’altra la ricerca spirituale del frutto della virtù in un’altra vita quale fine supremo e sommo bene dell’uomo.

Chi ebbe la geniale idea di assegnare ai Trionfi quel particolare simbolismo, aveva come punto di riferimento sul piano fisico la cosmologia tolemaica, sul piano etico-cristiano la filosofia scolastica di Tommaso d’Aquino, e su quello civile la nuova visione che l’umanesimo aveva della centralità dell’uomo.

I Tarocchi sono figli di questa concezione del mondo. Le immagini non hanno niente di misterioso, di “arcano”. Basta immergersi nello spirito del tempo, e l’interpretazione autentica e vera delle carte appare in tutta la sua chiarezza.

In tale prospettiva possiamo pensare ai Trionfi come a una sacra allegoria sulla strada della salvezza, una scala che l’uomo, guidato dall’alto, deve imparare a percorrere per pervenire all’eterna felicità, un percorso lungo una scala mistica che conduce al cielo, unico luogo dove metaforicamente l’uomo può sentirsi uno con se stesso e con l’unità assoluta di Dio.

Il lettore, allora, immagini la serie delle 21 carte (I-XXI) come gradini di questa scala.

Al di fuori della scala c’è il Matto, con il numero 0. Il Matto non è, secondo l’interpretazione più ricorrente, colui che, difettandogli la ragione, non è in grado di comprendere le verità rivelate e di accostarsi alla fede, e la cui insensatezza porterà alla rovina la sua anima.

Il Matto, a mio giudizio, è ognuno di noi, ogni uomo nella sua natura follemente molteplice, immerso nella sua indeterminatezza. E’ l’uomo che non è più specchio del cosmo medievale, ordinato e stabile nella sua perfetta armonia, ma colui che ha perso l’unità con se stesso, dalle mille sfaccettature, disordinato e in netto contrasto con l’ordine naturale circostante.

Per ricostruire un’autentica natura umana, una vera soggettività, quest’uomo non può che avere come modello l’Essere unico, eternamente identico a sé che è Dio. La sua deve essere una rinascita morale che ha come fine la beatitudine celeste, un percorso terreno che conduce alla vita eterna.

Quando quest’uomo mette il piede sul primo gradino della scala si lascia alle spalle la sua vita in frammenti, il suo disordine intellettuale, etico e religioso, sa che la salita è difficile, ma necessaria a renderlo “ a immagine e somiglianza di Dio”. E’ il Bagatto, il giocoliere che con un gioco di prestigio smaschera l’apparenza della vita, è l’uomo che si mette finalmente davanti allo specchio della vita vera e si riconosce per quello che dovrebbe essere, un’entità nella sua interezza morale e spirituale.

I quattro gradini successivi stanno simbolicamente a rappresentare la conquista da parte di quest’uomo di una moralità, per così dire, “sociale”, il fatto cioè di sentirsi non solo cittadino o parte della comunità umana, ma tutt’uno con essa, immagine essenziale dell’armonica convivenza assicurata dalle autorità secolari e spirituali dell’Imperatore e del Papa e dello loro controparti femminili, l’Imperatrice e la Papessa.

In tal senso, nell’etica umana assume un ruolo fondamentale la stretta connessione tra vita attiva e il tema religioso della salvezza e dell’obbedienza divina, laddove il bene comune è un “bene divinissimo” e viatico per guadagnarsi l’eterna felicità, secondo i canoni dell’umanesimo civile. L’uomo che trasforma il mondo circostante si può così caricare di saggezza soltanto se è consapevole di essere un servitore di Dio: il frutto del suo lavoro deve allora riprodurre in terra la bellezza, l’equilibrio e l’armonia della Gerusalemme celeste.

Questa moralità sociale, ossia il fatto di sentirsi parte integrante di una comunità armonica e ben organizzata, quale riflesso di un cosmo altrettanto equilibrato e stabile, deve avere però come presupposto una moralità individuale. Se l’uomo non è giusto e onesto con se stesso, a maggior ragione non può esserlo nei confronti degli altri.

E’ necessario, allora, rivestirsi delle virtù cardinali: la Fortezza intellettuale, la Giustizia, quale capacità di discernere il vero e il falso in tutte le faccende della vita, la saggia Prudenza dell’Eremita quale virtù conoscitiva perché previsione del futuro (in tal senso l’Eremita è il Tempo), e  la Temperanza, la virtù terrena più importante dell’uomo, l’espressione della forza interiore che permette di controllare i propri desideri e le proprie passioni.

Ci sono poi mattoni che nella costruzione di sé sono altrettanto importanti, come l’Amore, quello vero che si sottrae a qualsiasi impeto d’irragionevole e volgare passione, la Fortuna, ossia il corretto agire dell’uomo che vince sempre l’imprevedibilità della vita, cioè la virtù che domina il caso, e infine la fedeltà alla propria natura di uomo, il cui tradimento ha come conseguenza la pena dell’Appeso/Traditore.

Poi, dopo aver oltrepassato il gradino della Morte che non è il termine della vita, ma  un’interruzione della vera vita che è quella eterna, ossia la condizione per l’immortalità, occorre avviarsi verso l’alto dei cieli. I gradini si fanno più difficili da salire, la conquista dell’unità con se stessi richiede un impegno maggiore.

Ecco allora l’uomo che si stacca dalla materia e diventa puro spirito, un Diavolo sospeso tra cielo e terra. Il Diavolo non è il lucifero infilato nella ghiaccia dantesca, in poche parole il malvagio contrapposto a Dio e quindi al bene, ma il “diabolus”, cioè “colui che divide”, che separa la sfera terrena da quella celeste, la rappresentazione dell’uomo che si allontana dalla Terra per salire verso il cielo, attraverso la sfera aerea della concezione scolastica tolemaica.

Questo spirito aereo dell’uomo che si è staccato dalla materia percorre poi la sfera fisica del Fuoco, salendo, sul piano morale,  il gradino successivo con lo sguardo umile di chi sa che la strada è ancora lunga e difficile. La superbia di pensare di essere ormai alla fine del cammino potrebbe farlo precipitare in basso dall’alto della Torre su cui è arrivato, riportandolo in fondo alla scala. Gli manca ancora la conquista della virtù più eccellente, quella celestiale della Sapienza.

Percorrendo i tre gradini successivi l’uomo che si avvicina sempre più all’immagine divina dovrà apprendere il sapere pratico, quello intellettuale e infine quello sovrasensibile, cioè una conoscenza volta all’utile dell’esperienza quotidiana, al vero particolare di ogni singola cosa, e al vero assoluto che tutto racchiude, simbolicamente rappresentate sul piano cosmologico rispettivamente da Stella, Luna e Sole, e su quello cognitivo dall’Astrologia, Astronomia e Teologia.

Queste tre carte rappresentano la Sapienza declinata in tre forme: 1) la Stella per una conoscenza volta all’utile dell’esperienza quotidiana, e l’Astrologia ne è il suo simbolo, mettendo insieme l’alto dei cieli con il basso della realtà terrena; 2) la Luna sta per la conoscenza del vero particolare di ogni singola cosa, e l’Astronomia, indagine speculativa dell’alto, ne è il simbolo preminente; 3) il Sole sta per la conoscenza del vero assoluto che tutto racchiude, e suo simbolo è la Teologia, il punto più alto del sapere umano.

A conferma di ciò, basta osservare le tre carte corrispondenti del mazzo ferrarese detto di Ercole d’Este (I tarocchi ferraresi).

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Eccoci ora alla fine del cammino per la conquista dell’unità con sé che è anche unità con Dio. Siamo sul penultimo gradino che secondo le Sacre Scritture è radice e principio della sapienza e quindi ad essa superiore. Siamo ora alle prese con il Timore di Dio perché nessun’altra virtù ha senso se non è signoreggiata dalla consapevolezza che rompere la relazione d’amore con il cielo è un atto di superbia che ci danna per l’eternità. Il tenere fede al patto d’amore reverenziale nei confronti del divino ci rende infatti salvi quando saremo chiamati a renderne conto nel giorno del Giudizio Universale.

Ed ora saliamo l’ultimo gradino, rappresentato dal Mondo, il tutto per l’uomo che consiste nell’affidare completamente se stessi a Dio padre, alla sua parola.

Il mirabile inventore del simbolismo dei Trionfi non fece altro che prendere a prestito l’iconografia consolidata dalla tradizione medievale ed ordinarla in una sequenza facilmente identificabile. In tal senso, il Mondo, con il globo contenente la Gerusalemme Celeste o con i simboli dei quattro Evangelisti, è il Trionfo di grado superiore, in quanto la sottomissione ai comandamenti di Dio è la somma virtù dell’uomo, ed esso vince, ovviamente, il Trionfo precedente, l’Angelo, che rappresenta il Giudizio Universale.

Allo stesso modo, nella raffigurazione del potere secolare dell’uomo, l’Imperatore trionfa sull’Imperatrice, in quanto l’investitura del primo è divina, dell’altra è terrena, ed entrambi sono a loro volta vinti da poteri più significativi, quali l’Amore, il Carro che raffigura la Gloria trionfante, la Forza quale forza morale dell’uomo, e soprattutto la Sapienza, la virtù celestiale e più eccellente per l’uomo.

Nella mente del loro ideatore, i Trionfi, al di là del gioco, dovevano rappresentare un cammino spirituale che ognuno di noi avrebbe dovuto compiere per sentirsi uomo nella sua unicità, strumento del piano provvidenziale di Dio, armonicamente legato a sé, agli altri e alla Natura. Un viaggio che si consegue  con l’esercizio virtuoso e quotidiano del proprio pensare, agire, essere, all’interno però di una prospettiva escatologica cristiana.

E’ del tutto fuorviante, allora, la ricerca di significati reconditi; il significato dei Trionfi, espressione della tradizione religiosa e filosofica del XIV secolo e dell’umanesimo civile del secolo successivo, è tutto qui, del tutto trasparente, come si desume dai primordiali mazzi, tra cui, in particolare, il mazzo cosiddetto Visconti-Modrone (I Tarocchi Visconti-Modrone), e dalla successiva evoluzione dei tarocchi.

Con i Trionfi abbiamo a che fare con l’uomo che consapevole del proprio disordine si mette in cammino alla ricerca di una possibile unità spirituale e morale, sostanziandosi dapprima delle qualità sociali e individuali che attengono al suo vissuto quotidiano, per poi spiccare il volo verso l’alto delle virtù celesti e scorgere dentro di sé la massima unità possibile dell’universo, che è Dio, prima causa di ogni cosa esistente.

Sul piano cosmologico si tratta di una salita “tolemaica” che ha come punto centrale la Terra e l’uomo che se ne allontana diventando un puro spirito, un demone che attraversa la sfera dell’aria, del fuoco, dei pianeti e delle stelle, per arrivare infine al cielo Empireo sede della felicità eterna. Sul piano morale è un cammino tracciato dal pensiero filosofico aristotelico che trova una conciliazione con la dottrina cristiana per opera di San Tommaso, laddove il sapere teologico diventa per l’uomo la massima virtù, il portale che affaccia direttamente alla visione salvifica di Dio e all’unica e piena unità dell’essere umano.

Questo messaggio originario dovrebbe ispirarci ancora oggi quando ci capita sotto lo sguardo un mazzo di tarocchi. Qualsiasi altra interpretazione ne tradisce lo spirito autentico.

Se poi vogliamo rendere la scala trionfale più aderente allo spirito “laico” del nostro tempo, basterebbe riconsiderare le ultime due carte: Il Mondo è, in tal senso, il Sommo Bene, la felicità del bene assoluto, in quanto tutte le cose sono destinate al bene e tutto è ordinato in direzione di questo scopo; e il Giudizio Universale è la raffigurazione di una scena in cui l’uomo, che in vita non si è preoccupato di salire la scala trionfale, si troverà un giorno al cospetto di questo Sommo Bene, ma non ne farà parte, destinato ormai all’infelicità eterna.

Sarebbe dunque opportuno abbandonare le ingannevoli letture moderne, come quella che lascia spazio all’intuizione personale, o quella psicologica alla ricerca dell’uomo nascosto nelle nebbie dell’inconscio, oppure quella che attinge all’antica sapienza egiziana, e, tanto meno, quella che sfocia nell’inutile pratica divinatoria (La Cartomanzia).

Personalmente tengo fede al messaggio originario.

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