L’incisione su legno

Già molto tempo prima dell’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutemberg nel 1454, venivano riprodotti su carta, a caratteri fissi, immagini e testi. Il metodo usato in questo caso era abbastanza semplice: bastava prendere un pezzo di legno e ritagliarne tutte le parti che non dovevano risultare nella stampa. In altri termini, tutto ciò che doveva rimanere in bianco doveva essere scavato, in modo che quanto doveva riuscire in nero formasse un sottile rilievo. Spalmando l’intera superficie di inchiostro tipografico, composto di olio e fuliggine, e premendo un foglio di carta umido sullo stampo si otteneva una riproduzione dell’incisione.

Questa tecnica elementare per la stampa si chiama xilografia, “ a rilievo”, ed è, si può dire, il negativo della calcografia, o incisione su rame, “ a incavo”, dove ciò che deve risultare nella stampa è il segno graffiato sulla lastra.

La xilografia è una pratica poco costosa bastando un pezzo di legno morbido come il pero o il bosso e semplici utensili da lavoro,  e soprattutto molto efficace in quanto la matrice serve per un gran numero di stampe, prima di logorarsi.

Furono i tedeschi i primi inventori dell’incidere e dell’imprimere le stampe in legno.

Un “ottimo incisore di legno” tedesco è segnalato in un necrologio del convento dei francescani a Noerdlingen, all’inizio del XV secolo che recita: “VII.Id. Augusti, obiit Frater Luger, Laycus, optimum incisor lignorum”.

La prima stampa, incisa su legno e datata, è quella di San Cristoforo trovata da Heinecken nel 1746 nella biblioteca cistercense di Buxheim, incollata su un manoscritto del 1417 che reca la data 1423.

In Italia c’è la Madonna del Fuoco conservata nel Duomo di Forlì, un’ancona di quasi mezzo metro di altezza, colorata a mano, raffigurante la Madonna col bambino attorniata da santi, angeli e una crocefissione sulla sommità. L’opera è del 1428, come rievoca una cronaca contemporanea.

Tuttavia, già nell’ultimo quarto del XV secolo si stampavano su carta, da matrici lignee, carte da giuoco e volantini con figure di santi da distribuire  per privata devozione. Col passare del tempo, al fine di rendere più efficace il messaggio, si cominciò a riunire le immagini nei cosiddetti libri tabellari, raccolte di immagini e testo, ridotto a semplici didascalie, con la funzione di istruire un pubblico analfabeta sugli insegnamenti morali e religiosi contenuti nella Bibbia.

Non erano libri ad uso popolare perché il popolo non poteva né leggerli né tantomeno acquistarli, ma servivano in aiuto dei predicatori, i quali, aprendoli nel punto corrispondente alla liturgia del giorno, trovavano in questo prezioso strumento apologetico tutto quello che occorreva per la retorica della predicazione.

Se le figure stimolavano l’immaginazione e potevano essere mostrate a dito per colpire l’uditore, le legende servivano a parafrasare il catechismo. Rappresentavano, insomma, un veicolo d’indottrinamento attraverso le figure, secondo le parole di san Gregorio: “ In esse leggono coloro che non sanno leggere, per cui la pittura è il mezzo principale d’indottrinamento del popolo”, una  sorta di “compendio necessario a tutti i seminatori del verbo divino” come attesta l’incipit di uno di questi libri.

Tra essi si annoverano lo Speculum humanae salvationis, l’Apocalisse di San Giovanni, l’Ars Moriendi e la famosa “Bibbia dei poveri”,  le cui edizioni più antiche si collocano nel periodo 1420-1440. A titolo esemplificativo riporto qualche notizia relativamente a quest’ultimo, e tanto basta perché lo schema compositivo è comune anche agli altri.

Della Biblia Pauperum o Historia veteris et novi testamenti, d’ignoto autore che, secondo alcuni, ha tratto ispirazione dalle vetrate della cattedrale di Hirschau,  se ne contano diverse edizioni in 40 tavole,  e un’edizione maggiore in 50, della quale ci è pervenuto un solo esemplare conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi.

L’edizione di 40 tavole è formata da 20 fogli. Su ogni foglio vi sono due tavole affiancate,

stampate a rullo su una sola parte perché l’inchiostro utilizzato non era quello nero e compatto che fu adottato in tipografia, ma un tipo grigiastro, stemperato in acqua, che lasciava un’impronta sul verso del foglio che è bianco. La pressione esercitata sulla pagina stampata si manifestava anche nell’altra parte del foglio, il che non permetteva di stampare sia sul recto che sul verso: le pagine così ottenute si chiamano “anopistografe”.

Nell’edizione di 50 tavole, i fogli sono 25.

Ogni pagina ha lo stesso schema. Nel mezzo, inseriti negli spazi delimitati da tre arcate, si svolgono scene del Vangelo al centro, e dell’Antico Testamento ai lati; in alto e in basso, dentro riquadri delimitati da finestre, ci sono i profeti, ciascuno con un versetto entro un cartiglio. Inoltre, in alto, sono collocate le citazioni bibliche delle scene ebraiche con l’interpretazione cristiana, ed in basso tre distici rimati corrispondenti alle tre scene.

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Una lettera dell’alfabeto è posta sopra la scena centrale per aiutare l’impaginazione. Le prime 20 tavole portano le lettere maiuscole da A a U, le 20 successive le minuscole da a ad u con due contrassegni ai lati.

La tavola 26 in fig., ad esempio, contrassegnata da *f*  porta tre figure centrali:1) la creazione di Eva, a sinistra; 2)la Crocefissione di Gesù, al centro; 3) Mosè che spacca la roccia, a destra, e sotto le rispettive iscrizioni simboliche in latino

In Italia il primo libro tabellare è la Storia della Passione, opera attribuita al miniatore veneziano Cristoforo Cortese (morto nel 1445), il quale riprodusse le incisioni di un altro libro illustrato tedesco. L’unico esemplare superstite del libro di Cortese si trova nella Biblioteca di Norimberga. Il libro è costituito da 18 soggetti incisi su nove fogli.

I libri tabellari non vennero però utilizzati unicamente a scopo religioso, ma anche profano. I cosiddetti Tarocchi del Mantegna ( I Tarocchi del Mantegna) appartengono a questa tipologia. Non è casuale il fatto che siano formati, al pari della Biblia Pauperum e degli altri libri religiosi, da 50 figure (17×9 cm) accoppiate su 25 fogli dal verso bianco.

I libri tabellari mostravano un rapporto diretto e inscindibile tra testo e disegno. Si può dire che furono i prototipi dei fumetti moderni e contemporanei. Quest’unità venne meno, ovviamente, con l’invenzione dei caratteri mobili di Gutemberg, laddove il testo diventò dominante e l’immagine sempre più mera illustrazione di corollario. Ma è proprio nel libro illustrato che le incisioni su legno continuarono a giocare un ruolo fondamentale, anche in virtù del fatto che per gli stampatori era facile comporre nella stessa pagina un testo tratto da caratteri mobili e un’immagine da incisione su legno in quanto sia quelli che questa erano in rilievo.

Tradizionalmente la storia del libro illustrato si fa iniziare nel 1461 con Albrecht Pfister che stampa a Bamberga il primo libro tipografico illustrato con 101 incisioni in legno colorate successivamente ad acquerello, una raccolta di favole di Ulrich Boner intitolata Der Edelstein (La pietra preziosa)..

In Italia, il primo libro illustrato a caratteri mobili è le Meditationes Reverendissimi patris de turre cremata del cardinale Juan de Torquemada o Turrecremata del 1467, illustrato dall’intagliatore tedesco Ulrich Han. Le illustrazioni, in numero di 34, sono riproduzioni xilografiche degli affreschi – non più esistenti- del beato Angelico nel chiostro di Santa Maria sopra Minerva, di cui il Torquemada era l’abate. Si crede probabile che queste incisioni siano state eseguite dal pittore Fra angelo da Fiesole, morto nel convento nel 1455. Di questa prima edizione, gli unici quattro esemplari a noi noti si trovano a Manchester, Vienna, Madrid e Norimberga.

Il secondo libro illustrato è stampato a Verona nel 1472, con  la xilografia a corredo di un testo tecnico. E’ il De re militari di Roberto Valturio, con 82 immagini tratte dal codice manoscritto del 1462.

Abbiamo poi l’edizione napoletana del Philocolo del Boccaccio nel 1478, un’edizione del 1485 dello stampatore tedesco Radtolf, dal titolo Albohazen, con 46 tavole a guisa di vignette frammischiate al testo che tratta dei pianeti e delle costellazioni, e tra le tante produzioni, quello che è ritenuto il più bel libro illustrato del ‘400, il capolavoro della xilografia veneziana uscita dai tipi di Aldo Manuzio nel 1499, l’Hipnerotomachia Poliphili del domenicano Francesco Colonna, con il testo che è un misto di latino, greco e volgare, e  il carattere in capitale romanico.

Una curiosità. Nel 1487, i testi sottostanti incisi nella sopracitata Storia della Passione di Cortese, vennero segati e  sostituiti da caratteri mobili e impiegati dallo Pseudo Bonaventura nell’edizione veneziana delle Meditationes vitae Christi. Tre anni prima aveva visto la luce a Brescia il primo “libro di sorte” o “libro di ventura” del perugino Lorenzo Spirito che diede avvio a tutta quella serie di testi d’intrattenimento che ebbero un’ampia diffusione in Europa fino al XVII secolo.

L’incisione su rame che permette una maggiore abbondanza di particolari e un effetto più raffinato che con la xilografia, a lungo andare si affermerà come dominante nella produzione artistica. Tuttavia, per altre, così come per la produzione di carte da giuoco che non richiedono un particolare valore estetico, sarà l’incisione su legno ad essere utilizzata in maniera direi quasi assoluta. Basta pensare che a distanza di trecento anni dalle prime incisioni,  la versione definitiva del tarocco di Marsiglia, databile al 1709 per mano di Pierre Madenié di Digione, è tratta da incisioni su legno.

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