I Libri della fortuna

Presso le corti rinascimentali il “tirare a sorte” era molto in voga.

Un codice ferrarese riporta quanto successe la sera della Befana di un anno imprecisato durante una sfarzosa festa che vide la partecipazione di Isabella d’Este. Ad un certo punto si diede il via ai  giochi di sorte che consistevano nel cavare da un’urna certi “bigliettini” su ognuno dei quali era scritto un verso del Petrarca in onore di ciascuna dama intervenuta alla festa, una specie di viatico di accompagnamento nel nuovo anno. Un fanciullo era incaricato di estrarre i “brevi” dall’urna. Per Isabella fu estratto il verso:

Fior de virtù, fontana de beltade

appartenente al sonetto petrarchesco Dolci durezze ecc… che fu così commentato: “Essere codesto fior si de  grato odor et la fontana cosi chiara  da esserne vinto ogni illustratore”.

E’ evidente che siamo in presenza di un gioco e non di un metodo divinatorio.

Una pratica simile la rinveniamo in quelli che verranno chiamati “libri della fortuna”  o “libri di sorte” che, nonostante contenessero domande e risposte sul destino delle persone, non erano usati a fini divinatori ma per puro divertimento, un galante gioco di società con cui presso le corti si passava innocentemente il tempo, né più né meno come con le sorti petrarchesche o virgiliane descritte sopra.

Consistevano insomma in un gioioso passatempo che non aveva niente in comune con la divinazione vera e propria che le stesse corti consideravano un’arte di tutto rispetto praticata da seri studiosi come gli astrologi.

Ma, come funzionava un libro del genere?

In termini molto generali, possiamo dire che le domande erano raggruppate in capitoli secondo l’argomento trattato. Si poteva avere un capitolo con domande riguardanti la famiglia, un altro la salute, un altro l’amore ecc ecc. Ogni capitolo conteneva pertanto una serie di domande su un determinato argomento. L’insieme di questi capitoli costituiva la prima parte del libro. Ogni domanda, presente in questa prima parte, prevedeva poi risposte multiple, per cui la seconda parte del libro conteneva  pagine e pagine con tutte le risposte previste.

In un libro francese da me consultato del 1615 dal titolo ” Le Dodechedron de fortune“, i capitoli con i relativi argomenti sono 12 ( come le dodici case dello zodiaco astrologico), ed ognuno contiene 12 domande per un totale di 144 domande. Ogni domanda prevede 12 risposte, per cui la seconda parte del libro contiene (144×12) 1728 risposte.

Un giocatore interessato, ad esempio al matrimonio, sfoglia questo libro e arrivato al capitolo specifico (il settimo), sceglie una delle dodici domande elencate. A questo punto può gettare una coppia di dadi, o girare una ruota allegata al libro, o prendere una carta da un mazzo di dodici carte, oppure, nel caso del nostro libro gettare un dodecaedro con le facce numerate da 1 a 12. In base al punteggio uscito, inizia poi un percorso labirintico tra le pagine della seconda parte del libro ( nel nostro caso tra le celle di una tavola quadrettata) fino ad arrivare alla pagina con la risposta finale alla sua domanda.

Il prototipo dei libri del genere fu il “Libro delle sorti” di Lorenzo Spirito del 1482, stampato a Brescia due anni dopo col titolo: “Sorte composite per lo nobile ingegno di Lorenzo Spirito perugino. Impresse nell’augusta città di Brixia per Boninum de Boninis. MCCCCLXXXIIII pridie idus Februarii in fol.”, cui seguirono il “Triompho di fortuna” di Sigismondo Fanti nel 1527, e il “Giardino di pensieri” pubblicato a Venezia nel 1540 da Francesco Marcolini da Forlì.

Nel “Triompho di fortuna” di Sigismondo Fanti ferrarese “ Impresso in la inclita città di Venegia per Agostinio da Portese ad instantia di Iacomo Giunta mercatante fiorentino”, il giocatore, dopo aver scelto la domanda sulle settantadue presenti, in base al punteggio uscito dalla gettata dei dadi, percorre varie stazioni prima di arrivare alla sezione finale dove sessantatré profeti e undici sibille danno finalmente la risposta alla sua richiesta.

Riporto il frontespizio xilografico che, per la maggior parte degli studiosi, fu ideato, al pari delle altre incisioni presenti, da Baldassarre Peruzzi, l’anno precedente la pubblicazione. Si notano i simboli della transitorietà del destino: il dado, l’orologio, l’astrolabio e il globo terrestre con i segni zodiacali sul quale siede Papa Clemente VII bloccato in una fissità che sembra presagire la catastrofe del sacco di Roma del 1527 da parte dei lanzichenecchi.

Ne “ Le ingeniose sorti composite per Francesco Marcolino da Forlì intitolate Giardino di Pensieri” pubblicate nel 1540 a Venezia e ristampate nella stessa città dieci anni dopo, il giocatore sceglie uno dei quesiti previsti di cui 13 riservati agli uomini, 13 alle donne e 24 agli uni e alle altre, poi pescando da un mazzo di carte, viene guidato per il solito percorso labirintico che lo condurrà al responso finale.

Per questo lavoro, l’autore si servì del famoso letterato Lodovico Dolce per la parte testuale, e di Giuseppe Porta e altri artisti anonimi per il frontespizio(in fig) e per le cento incisione (50 allegorie e 50 filosofi) del corpus figurativo. Per maggiori informazioni invito il lettore a consultare gli “Annali della tipografia veneziana di Francesco Marcolini da Forlì, compilati da Scipione Casali” (1861).

 

 

Anteriormente a queste pubblicazioni, che costituiranno il modello che si affermerà diffusamente sino al XVIII secolo, troviamo numerosi manoscritti sullo stesso argomento. Cito, per tutti, il “Libro da indovinare col mezzo di tre dadi. Codice membranaceo di 20 pagine in fol. con una miniatura ad ogni pagina” della fine del secolo XIV.

Tuttavia, la fonte più antica di una pratica del genere di mia conoscenza la trovo in Pausania. Nel suo Periegesi della Grecia (un trattato storico-geografico della Grecia del suo tempo in 10 libri), al libro VII dove si parla della regione dell’Acaia, lo storico greco narra che presso la città di Bura si trovava la statua di Ercole che era consultato come un oracolo. Il consultante gettava quattro dadi ai piedi della statua e, in base al numero uscito, leggeva la corrispondente risposta scritta su una tavola.

Tornando ora ai nostri libri di sorte, sempre nel XVI secolo, mi preme in particolare citare l’opera di una donna, tale Lionora Bianchi, col titolo Risposte di Lionora Bianca dove ingeniosissimamente et con mirabile arte si pronostica e risponde a diverse e molto curiose dimande e richieste circa le cose future….”, stampato a Venezia nel 1565.  Le domande del libro, al pari degli altri libri di sorte, riguardano la vita quotidiana, ad esempio, come ci dice l’autrice, ” si può vedere s’alcuna persona sia amata vera o fintamente dai suoi innamorati o altri, così come uomini e come donne” , oppure se si guarirà da una malattia o se si otterranno buoni guadagni, ecc ecc.

Sebbene tutti questi lavori  e i successivi non avessero niente in comune con la divinazione e il gioco d’azzardo (i dadi e le carte servivano soltanto per la distribuzione delle probabilità), subirono ugualmente i colpi della censura ecclesiastica, finendo per la maggior parte nell’Indice dei libri proibiti a partire dal1559 .

Persino Rabelais, nel suo Gargantua e Pantagruele, inveirà contro i libri del genere, chiamando “libro maledetto e inventato dal diavolo“la traduzione francese del lavoro di Lorenzo Spirito: ” Voi sapete come pio padre Gargantua l’abbia interdetto in tutti i suoi reami, l’abbia fatto bruciare con tutti gli stampi, caratteri e figure, e sterminato e soppresso e abolito come peste pericolosissima“.

Nella prefazione del libro di sorte francese, da me consultato e citato in precedenza, si legge: ” Tale maniera di sorte  è oggi ricusata dalla Chiesa, dalle costituzioni canoniche. Questo perché i fedeli potrebbero idolatrare e contravvenire ai primi comandamenti di Dio. Io trovo che altra cosa sono le sorti rispetto la divinazione vera e propria“.

Così si esprimerà Apostolo Zeno in una delle sue note alla Biblioteca dell’eloquenza italiana del Fontanini (1726), dopo aver nominato alcuni libri di sorte ” Tutte queste baje non meritavano che se ne parlasse se non fosse per l’opera di padre Menestrier  (il riferimento è a La philosophie des images 1689) che condanna a ragione tutte queste sorte di giochi asserendo che in nessun modo non possono essere permessi non solo al riguardo di tali indovinamenti, i quali sono fanfaluche e chimere, ma perché in essi si fa abuso di cose sante, impiegandovi i nomi dei profeti per dar mano a bugiarde risposte in quesiti vari e profani; perciò a ragione tutti questi libri di ventura e di sorti furono condannati nell’Indice Tridentino“.

Una trasposizione al mazzo di carte del metodo proposto nei libri di sorte, lo ritroviamo nel 1690 nel mazzo di Dorman Newman che poi prese il nome di “mazzo Lenthall” dal nome del fabbricante John Lenthall che rilevò le matrici originarie e ne produsse diverse edizioni.

Le domande e le risposte non sono più sul libro, ma stampate sulle carte stesse, e questa è l’unica differenza con i libri di fortuna; la procedura è identica, e ancora una volta siamo in presenza di un gioco di società e non divinatorio in senso stretto.

Concludo affermando che paradossalmente furono proprio i divieti di cui ho fatto cenno ad alimentare la curiosità verso questo genere di testi, di fatto innocui,  a metà strada tra letteratura, numerologia, astrologia e cultura popolare, perché altrimenti in pochi avrebbero assegnato a tali ” giudiziose baloccagini” tutto il peso che hanno conosciuto durante la loro storia.

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