L’Eremita

La prima rappresentazione di questa figura  è nel mazzo Visconti-Sforza ( I tarocchi Visconti-Sforza).

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fig.1

Il mazzo fu prodotto sotto il ducato di Francesco Maria Sforza (1450-66), il primo della dinastia post viscontea. Gli anelli incrociati che appaiono sui vestiti dell’Imperatore e dell’Imperatrice ( “impresa” tipica di Francesco di cui si insignorì quale acquisto dotale di Cremona da parte della moglie Bianca Visconti a seguito del matrimonio del 1441), la presenza dell’alloro e della palma, simboli del potere ducale, gli altri emblemi sforzeschi, quali la cotogna e la fontana, insomma, l’insieme di questi riferimenti araldici non lascia dubbi sulla committenza e sul periodo di esecuzione.

Dubbi, invece, ci sono riguardo al significato da attribuire alla carta, anche in virtù delle varie interpretazioni fornite dagli studiosi che riguardano in particolare due questioni, relative :

  1. al nome assegnato alla carta
  2. alle variazioni apportate nel disegno.

Il nome: l’Eremita

Tutti i documenti in nostro possesso ci attestano che la carta era originariamente indicata con un nome diverso.

Nel sermone ferrarese anonimo “Sermo perutilis de Ludo”(fine ‘400); nel poemetto ferrarese, anch’esso anonimo, databile intorno al 1540, “ Trionphi de’ Tarocchi appropriati”; nel “Discorso perché fosse trovato il Gioco e particolarmente quello del Tarocco” (anonimo, circa 1570); nell’”Invettiva” di Alberto Lollio, 1550; il personaggio è chiamato Gobbo.

L’Aretino, nella pasquinata sui cardinali riuniti in conclave nel 1522 per eleggere Adriano VI; Alessandro Citolini ne “La Tipocosmia”,1561; Garzoni ne “La piazza Universale”, 1585; Giambattista Susio nei “Motti alle signore di Pavia”, 1550/70; lo chiamano “il Vecchio”.

Vincenzo Imperiali nella “Risposta” all’Invettiva di Lollio, 1550, lo chiama “Il Vecchio saggio”.

Teofilo Folengo nel “Caos di Triperuno”, 1527, e Troilo Pomeran nei “Triomphi in laude delle famose Gentildonne di Vinegia”, 1534, lo chiamano “il Tempo”.

Nel mazzo del fabbricante parigino Vieville, databile intorno al 1660, è ancora chiamato “Le Vielart”, ossia il Vecchio, come si legge nell’iscrizione sull’Asso di Denari.

Ma, nello stesso periodo, appare per la prima volta il nome di Eremita.  Questo avviene nel mazzo del parigino Noblet, e in un mazzo anonimo, sempre francese, coll’indicazione “Lermite”, prototipi dei tarocchi marsigliesi e figli della tradizione milanese dei Visconti-Sforza.

Possiamo, a questo punto, tracciare due linee di sviluppo:

  1. quella dei tarocchi ferraresi, bolognesi , piemontesi, fiorentini, del mazzo Vieville (di matrice piemontese/bolognese) e loro discendenti, che adotteranno la denominazione di Vecchio, Gobbo e Tempo;
  2. quella della tradizione milanese-marsigliese che prenderà la denominazione dell’Eremita.

Questa duplice direzione si riflette anche in una significativa variazione nel disegno della carta: nei tarocchi milanesi-marsigliesi accanto al personaggio c’è una lanterna; negli altri ci sarà sempre la clessidra.

L’Eremita nella tradizione milanese-marsigliese

Ad eccezione del mazzo Visconti Sforza, in cui (fig1) il personaggio sostiene una clessidra, i successivi mazzi milanesi sostituiranno la clessidra con una lanterna. Questa variazione è attestata già alla fine del ‘400. La carta in fig. sottostante, attualmente alla Biblioteca Nazionale di Parigi insieme alla Regina di Coppe, provenienti da un mazzo milanese degli ultimi due decenni del XV secolo, mostra un vecchio barbuto con un bastone nella mano destra e una lanterna nella mano sinistra.

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Questa carta indica che nell’evoluzione dei tarocchi milanesi la primitiva clessidra dei Visconti-Sforza si trasformerà da subito in una lanterna.

Quando i francesi, a seguito della calata in Italia di Carlo VIII nel 1494, su richiesta di Ludovico il Moro, nei primi decenni del ‘500 porteranno in Francia il gioco milanese dei tarocchi , a loro prima sconosciuto, adotteranno il personaggio con la clessidra che allora si era affermato. I fabbricanti francesi non faranno altro che copiare il modello milanese, adattando però il simbolismo della clessidra al personaggio che la sostiene.

Di seguito, l’Eremita del mazzo Catelin Geoffroy (1557), di Jean Noblet (1660) (I Tarocchi Visconti-Sforza) e del mazzo anonimo parigino databile anch’esso intorno al 1660, tutti del tipo C milanese (Ordine dei Trionfi)

                   eremitageoffroy      9hermite    eremitanonimo

Faccio notare che il vecchio è diventato un religioso, una sorta di frate per l’evidente presenza di alcuni simboli quali la croce e il rosario, o un sacerdote per la maestosità della figura centrale del mazzo Noblet. Il nome “Eremita” assegnato al personaggio non fa che confermare tale specificazione.

La più antica rappresentazione di un eremita che sostiene una lanterna è la prima stampa incisa su legno (L’incisione su legno), quella di San Cristoforo ritrovata nella biblioteca cistercense di Buxheim, incollata su un manoscritto, il Laus Virginis terminato nel 1417, che reca la data 1423. Il Santo è raffigurato mentre attraversa un fiume portando il Bambin Gesù sulle spalle. Sulla destra si nota la figura inginocchiata di un eremita, davanti l’entrata del suo eremo, che tiene una lanterna in direzione del Santo.

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L’Eremita della figura ( come si desume anche dalla didascalia alla base dell’incisione) è l’espressione di colui che tiene accesa la luce dello spirito per assicurarsi la beatitudine eterna; rappresenta, cioè, l’eternità che si conquista se a guidare il nostro cammino terreno è la luce che dall’alto illumina la nostra anima.

L’Eremita dei tarocchi riprende tale simbolismo insegnandoci che l’uomo deve sempre tenere davanti agli occhi la luce divina per dirigere al meglio tutte le sue azioni verso una beatitudine che va al di là del tempo terreno della vita. Quale ragione pratica, retta norma delle azioni umane, quale ragione illuminata dalla fede, l’Eremita simboleggia allora la regola della Prudenza cristiana.

L’Eremita nella tradizione ferrarese, bolognese…

Abbiamo detto che nella linea evolutiva di tutti i tarocchi diversi da quelli milanesi, la figura dell’Eremita che porterà il nome di Vecchio, Gobbo e Tempo, non sarà un eremita con la lanterna, ma un vecchio che sostiene una clessidra quale simbolo dello scorrere del tempo.

Riporto di seguito alcune rappresentazioni di questa linea evolutiva:

AS11  eremita carlo VI  rerumedaxMinchiate12 eremitamitelli

Le prime tre carte sono di area ferrarese. Quella intitolata “Rerum Edax” del mazzo Leber allude a Saturno, il greco Cronos che divora i figli come il Tempo divora i minuti e i secondi, e schiaccia la clessidra con il piede a testimoniare il suo dominio sul tempo. Non a caso Saturno è associato all’anima intelligente e raziocinante, come Giove alla forza di agire, e così via per gli altri pianeti.

La carta successiva appartiene alle Minchiate fiorentine, una variante del tarocco tradizionale composta di 97 carte (Le Minchiate fiorentine). Il vecchio si sostiene con le grucce; ha accanto un cervo, simbolo di longevità; la clessidra è trafitta da una freccia a significare la provvisorietà del tempo stesso.

L’ultima carta appartiene alla tradizione bolognese. E’ il Vecchio del tarocchino prodotto dal bolognese Giuseppe Maria Mitelli intorno al 1660-70 ( Il Tarocchino bolognese). Il vecchio ha perso i vestiti e la clessidra, ma ha messo le ali.  Una figura apparentata con questa la trovo in una pubblicazione bolognese del 1677. Vi è figurato il Tempo, decrepito e in atto di camminare con le grucce, ma con quattro ali sulle spalle.

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Tutte le carte della tradizione non milanese ci parlano dell’Eremita come di un uomo, il quale, piuttosto che meditare sulla fugacità della vita e sulla provvisorietà della condizione terrena, racchiusa nel proverbiale tempus fugit, medita invece sulla possibilità che ha di usare correttamente la ragione per vincere il tempo e non farsi trascinare da esso. E’ l’uomo che mette le ali alla ragione per impiegare saggiamente il tempo e ponderare bene le decisioni da prendere.

Siamo ancora una volta alle prese, a mio giudizio, con la virtù della Prudenza che fa tesoro dell’esperienza passata, conosce i problemi del presente, e riflette sulle prospettive future.

Le due linee di sviluppo che ho tracciato per assegnare alla figura dell’Eremita una virtù quale la Prudenza, si trovano unificate nell’affresco senese dell'”Allegoria del Buon Governo” di Ambrogio Lorenzetti. Qui, la Prudenza indica con l’indice una lucerna che illumina un cartiglio ad arco su cui sta scritto, in latino, Passato, Presente, Futuro.

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