Le carte da giuoco

Le carte da gioco, come ormai unanimemente riconosciuto, sono di origine araba. Nel Medioevo, infatti, l’Europa ereditò dagli arabi non solo la tradizione letteraria greca e romana che nel mondo musulmano aveva acquistato una rilevanza fondamentale con le varie traduzioni dei testi antichi, ma anche il più futile gioco d’intrattenimento, cioè il gioco delle carte. Come vedremo, il nome stesso che le carte portavano originariamente in Italia, Naibi, e che conservano ancora oggi in Spagna, Naipes, indica chiaramente la loro origine.

Non sembra probabile che le carte fossero conosciute in Europa prima della seconda metà del Trecento. Il passo in cui si accenna alle carte da giuoco, nel Trattato del Governo della Famiglia di Sandro di Pippozzo, scritto nel 1299, si è dimostrato appartenere ad un codice che risale solo al  XV secolo, per cui verosimilmente è da ritenere che il brano, ove si accenna alle carte, sia interpolato.

Anche se facciamo riferimento al romanzo “Rainart le contrefait”, composto originariamente nel 1341, dove il gioco delle carte è rappresentato come qualcosa di sgradevole a Dio, si può parlare di interpolazione successiva in quanto nei più antichi manoscritti questo passaggio non si trova.

Il Petrarca nella sua opera “De remediis utriusque fortunae” dove ci fa conoscere i nomi di quasi tutti i giochi  usati in Italia, non fa alcuna menzione del gioco delle carte, e dunque è molto probabile che quando il trattato petrarchesco fu scritto, fra il 1360 ed il 1366, le carte fossero sconosciute.

In Francia, nella lunga enumerazione di giuochi proibiti da una ordinanza di Carlo V del 1369, le carte non sono citate. Se ne parla, invece, in un conto di Carlo Poupart, tesoriere di Carlo VI nel 1392, relativamente al pagamento di cinquanta soldi parigini fatto al pittore Gringonneur per tre mazzi a oro e a colori.

In Spagna troviamo il primo documento contenente la parola “naips” (carte da giuoco) in un’opera del poeta catalano Jaume March del 1371, e una proibizione di giocare a carte del 1387 di Giovanni I di Castiglia  ai suoi cavalieri, anche se si tratta in questo caso, ancora una volta di un’interpolazione successiva.

In Germania, il “Tractatus de moribus et disciplina humanae conversationis” scritto a Basilea, probabilmente nel 1377, opera di un frate indicato come Giovanni da Rheinfelden, ci fornisce le prime indicazioni sull’aspetto e la composizione delle carte. Sempre in Germania, è del 1397 un divieto del gioco, conservato nell’archivio di Ulm.

Per quanto riguarda l’Italia, il primo riferimento si desume dalla Cronaca di Niccolò de Coveluzzo da Viterbo nella quale si trova il passaggio seguente: “ Anno 1379, fu recato in Viterbo il gioco delle carte che venne da Saracina e chiamasi fra loro Naib”.

I cosiddetti Naib arabi fecero così la loro comparsa nei vari stati europei accanto al più antico gioco dei dadi o ad altre forme di passatempo, solo nell’ultimo quarto del XIV secolo.

Le carte arabe consistevano in 40 carte numerali, più tre carte per ogni seme che successivamente corrisponderanno al Fante, al Cavaliere e al Re, per complessive 52 carte. Nel mazzo di Istanbul, conservato al Museo Topkapi, dipinto a mano e scoperto da L.A.Mayer nel 1939, la carta più alta è il Re (malik) e, sotto di lui, ci sono il vicerè (naib malik) e il secondo vicerè (thani naib). I naib arabi, che erano i governatori delle province, diedero così il nome al mazzo di carte.

Mancava ovviamente la Regina che, per ragioni religiose, non soltanto al pari delle altre figure non poteva essere rappresentata, ma neanche menzionata.

I segni dei semi erano Coppe, Denari, Spade, e Mazze da Polo che gli europei trasformarono in Bastoni. E’ logico supporre che nei primi decenni di diffusione europea dappertutto si usassero gli identici semi.

Nell’evoluzione successiva, gli italiani furono i più conservativi: una volta stabilito che le tre figure fossero maschili, con un Cavaliere a cavallo, e un Fante a piedi, non si discostarono da tale modello

I Tedeschi, invece, s’avventurarono in diverse trasformazioni. Il Cavaliere (Ober) e il Fante (Unter), probabilmente entrambi originariamente a cavallo, furono fatti smontare e messi in piedi. Fabbricarono mazzi con le sole figure femminili, e introdussero la Regina, con pari grado, rispetto al Re. Mazzi con quattro figure per seme- Unter, Ober, Regina e Re- sono molto frequenti nella Germania del Quattrocento, tra cui il più famoso è quello di caccia Ambraser del 1440-50, dipinto a mano e conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Successivamente, intorno al 1460, i Tedeschi adottarono il loro sistema standard di semi, con Foglie, Ghiande, Cuori e Campane.

I fabbricanti francesi non si limitarono alle prime innovazioni tra cui quella di sostituire ai Re seduti quelli in piedi, ma presero a prestito dai Tedeschi la Regina sostituendola al Cavaliere. Le figure del loro mazzo di carte erano Fante, Regina e Re (in francese Valet, Dame, Roi) unico mazzo con tre figure per seme in cui compare la Regina.

Ma la loro più grande innovazione, databile intorno al 1465, fu l’introduzione di un nuovo sistema di semi, quello francese appunto, che, mediato sempre dai Tedeschi, aveva al posto di Foglie, Ghiande, Cuori e Campane, rispettivamente Picche (Piques), Fiori (Trèfles),Cuori (Coeurs) e Quadri (Carreaux).

Non si trattò semplicemente di una trasformazione iconografica, ma di un’invenzione che rese più economica la produzione delle carte, un colpo di genio commerciale da parte dei fabbricanti francesi. Per comprenderne la ragione, basta riflettere sul metodo standard utilizzato fino all’Ottocento per tale produzione. A questo scopo, si incidevano le matrici di legno con i disegni delle carte numerali e figurate, si inchiostravano, e si tiravano le stampe sui fogli. La coloritura era fatta per stampinatura, ovverosia con tanti stampini colorati quanti erano i colori da applicare. Dopo l’asciugatura, le carte ritagliate dai fogli venivano impacchettate a formare il mazzo completo.

Quando i francesi introdussero il loro sistema di semi, non fu più necessario incidere i disegni delle carte numerali, cioè i bastoni messi in un modo, le spade in un altro e così via, perché la sagoma standard dei loro semi poteva essere applicata con uno stampino. In questo modo bastava unicamente la matrice per le figure, con evidenti abbattimenti dei costi di produzione. Questo è il motivo per cui, nel corso dei secoli successivi, una tale innovazione finì per soppiantare gli altri sistemi. Attualmente, questo è il sistema standard internazionale.

Per quanto riguarda il giuoco, si può presumere che originariamente si svolgesse in maniera molto rudimentale, cioè come un classico gioco a prese, in modo tale che la carta più alta, nel seme della prima carta giocata, vincesse la presa; carte di qualsiasi altro seme non erano in grado di vincerla. Probabilmente, per il punteggio, ogni presa valeva un punto, insieme alle figure vinte che andavano conteggiate, a partire dal Re, che aveva il valore più alto. Non c’erano, dunque, briscole (atouts), cioè carte speciali che avessero un valore superiore. Atouts sta per “à-tous”, cioè carte che vincono tutte le altre

In Italia, accanto a queste carte con cui giocavano gli adulti, circolavano poi delle “carticelle” destinate ai bambini, certamente a scopo ludico, ma soprattutto educativo, una sorta di aiuto mnemonico enciclopedico per gli occhi, conosciute come Naibi.

J.D.Passavant, (Le Peintre graveur. Bibliobazaar.2009), cita tali carte a proposito della “Cronica” scritta a Firenze nel 1393 da Giovanni Morelli nella quale l’autore consiglia a un suo pupillo di “non giocare a zara né ad altro giuoco di dadi, ma a quei che usano i fanciulli, agli aliossi, alla trottola, ai ferri, ai Naibi, a coderone e simili”.

Possiamo allora dire che alla fine del Trecento in Italia circolava un giuoco  per bambini adatto a divertire e ad istruire i fanciulli, chiamato Naibi, così come consigliato dal buon cronista Morelli.

Una fedele riproduzione di tale gioco, secondo lo storico D’Allemagne è rappresentata dai cosiddetti Tarocchi del Mantegna, cosiddetti perché in verità non sono assolutamente da considerare Tarocchi ed erroneamente attribuiti al celebre pittore ( I Tarocchi del Mantegna).

Tali carticelle servivano, insomma, a maestri e genitori per istruire, attraverso un giuoco, i bambini sul piano morale e soprattutto religioso, se pensiamo che nelle cinque serie dei cosiddetti Tarocchi citati, il Papa occupa il posto più in alto nella scala sociale, la teologia quello nella conoscenza, e nell’ultima serie che descrive i corpi planetari e le sfere celesti troviamo la Prima Causa che è Dio.

Se i bambini imparavano divertendosi con queste “carticelle”, gli adulti, con le cinquantadue carte da giuoco, si divertivano e basta.

Non sappiamo con precisione quando, a queste ultime, vennero aggiunte le carte dei tarocchi chiamate Trionfi (Cosa sono i Tarocchi)  ( probabilmente intorno al 1430, come dirò in seguito), ma è assodato che furono partorite all’interno delle corti principesche. Un’innovazione tutta italiana che resterà sconosciuta alle altre nazioni per l’intero XV secolo.

I Trionfi conserveranno tale nome, o, per quanto riguarda il mazzo, quello di ludus triumphorum (gioco dei trionfi), ancora per molto tempo. La parola “tarocchi” è attestata per la prima volta nel Registro di Guardaroba della corte estense nel 1516, dove si legge che il tesoriere di corte, tale Sigismondo Cestarello, aveva sborsato dei denari “per comprare due para de tarocchi da mandare a Belfiore”, una delle residenze estensi.

Nel clima culturale che caratterizzò l’inizio del Quattrocento è ragionevole pensare che l’anonimo inventore abbia avuto l’intenzione di introdurre un giuoco a carattere morale e cristiano, magari prevedendone la diffusione successiva in mezzo alla gente, come una sorta di “Bibbia dei poveri” che in un certo qual modo avrebbe potuto costituire una specie di guida nel travagliato e difficile cammino dell’uomo.

Attraverso la pratica del giuoco, il popolo avrebbe potuto rimandare continuamente alla mente la conoscenza della mistica cristiana e dei suoi contenuti, e conseguentemente uniformarsi a un apparato etico necessario alla sua esistenza terrena. In questo senso, l’ideatore dimostrò tutta la sua ingegnosità nel veicolare un messaggio indirizzato non solo al signore, ma al contadino, all’artigiano e al borghese, i quali, navigando nell’analfabetismo, potevano in tal modo accedere a un sapere che fino ad allora era passato unicamente attraverso la parola dei predicatori e delle consuetudini sedimentate nel corso degli anni.

Non ci interessa ora stabilire, cosa d’altronde impossibile, se lo stesso inventore si sia riferito ai Trionfi del Petrarca o a qualche trattato religioso, o anche ai cortei trionfali che venivano rappresentati a corte, oppure se l’idea gli sia fiorita in testa per un’improvvisa ispirazione divina. Quello che è rilevante è il fatto che da allora tutti i Trionfi prodotti conterranno l’insegnamento morale e religioso che il loro primo ideatore gli ha voluto assegnare.

In altri termini, ogni carta conterrà in sé una virtù che l’uomo deve seguire se vuole rendersi degno della vita terrena e celeste. Sarà poi l’ordine che i vari Trionfi acquisteranno nel tempo a definire quali saranno le virtù maggiori delle altre, e quindi ad avere valori superiori sia nel giuoco che nella vita.

Non è neanche importante chiederci perché siano 22 e non ventitré o ventuno, associando fantasiosamente tale numero alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, dal momento che con molta probabilità inizialmente si aveva a che fare con un numero ridotto di Trionfi sufficienti allo scopo, e solo col tempo, probabilmente per dare più forza all’insegnamento previsto, si è arrivati a quel numero, o attraverso un’estensione delle virtù o con una più articolata declinazione di una virtù già in essere.

A conferma di ciò, si può citare il più antico mazzo di tarocchi prodotti in Italia per i duchi di Milano, quello comunemente noto come mazzo Visconti-Modrone ( I tarocchi Visconti-Modrone) dal nome del suo precedente possessore, conservato alla Beinecke Library dell’Università di Yale. Prodotto per Filippo Maria Visconti, l’ultimo della dinastia viscontea, presumibilmente nel 1441 dal pittore cremonese Bonifacio Bembo, ci è pervenuto incompleto, così come tutti gli altri mazzi di tarocchi, comprendendo soltanto undici dei tradizionali ventidue trionfi.

Poiché nel mazzo compare la Fortezza, cioè la Forza, è probabile che anche le altre tre virtù cardinali, Giustizia, Temperanza e Prudenza, figurassero originariamente fra i trionfi del mazzo. E’ stata allora avanzata l’ipotesi che, a parte le tre virtù mancanti, il mazzo originario includesse solo quei trionfi che ci sono pervenuti, in tutto, quindi, quattordici, a sostegno della possibilità che questo fosse inizialmente il numero dei trionfi.

Abbiamo poi, in un libro estense delle Provvisioni del 1441, il riferimento a un tale “ Magistro Jacopo de Sagramoro depintore per XIIII figure dipinte…”, cioè ad un giuoco composto di quattordici carte che probabilmente andavano aggiunte al mazzo tradizionale dei quattro semi. Un ulteriore documento ferrarese del 1457 accenna al pagamento di un “Maestro Girardo de Andrea da Vizenza dipintore…”per quattordici carte per i semi e  altrettanti trionfi. Tutto ciò dimostra che molto probabilmente il Giuoco dei Trionfi fosse formato inizialmente da 14 allegorie, e solo successivamente si consolidò in 22.

Che tale numero, il 22, fosse legato alla cabala, poi, è smentito in maniera più convincente da un’altra ragione. L’autore rinascimentale che per primo tentò di conciliare l’esoterismo della teologia mistica ebraica con la tradizione cristiana fu Giovanni Pico della Mirandola nel suo Conclusiones Philosophicae, Cabalisticae et Theologicae. Il libro fu pubblicato nel 1486. E’ impensabile che i Tarocchi, ideati almeno sessanta anni prima, o ancora precedentemente, possano essere debitori di qualcosa a tale sistema di pensiero.

Lo stesso vale per l’Ermetismo, se pensiamo che i “Libri Ermetici”, attribuiti al saggio dell’antico Egitto di nome Ermete, detto Trismegisto, cioè tre volte grande, e in verità scritti da un greco nel II o III secolo dopo Cristo, furono tradotti in latino da Marsilio Ficino nel 1463 e volgarizzati subito dopo da Tommaso Benci nel 1471. Il mazzo dei tarocchi, rispetto al 1460 e alla successiva diffusione della dottrina ermetica,  esisteva già da almeno trent’anni e non può aver avuto niente a che fare con essa.

Se proprio si vuole assegnare un significato al numero 22, sia pure sul piano congetturale, è nella dottrina mistica cristiana che esso va ricercato, associandolo ai primordiali ventidue libri delle Sacre Scritture che sono il fondamento e l’introduzione alla sapienza divina.

Al di là di questo, il fatto importante, lo ripeto, è che qualsiasi carta, sia essa chiamata Angelo o Giudizio, Eremita o Vecchio Gobbo, rappresenti una virtù terrena o celeste da conseguire nel cammino morale e spirituale dell’uomo, all’interno di una sequenza ordinata che, pur differenziandosi nei vari territori, conserverà la caratteristica di una scala che dalle virtù meno nobili ci porterà a quelle sublimi dell’essere umano.

E ciò secondo la sensibilità e la tradizione del luogo, per cui si avranno i Trionfi lombardi dei Visconti, quelli estensi di Ferrara, i bolognesi insieme ai fiorentini, ai piemontesi e ai siciliani, con figurazioni ordinate in sequenze diverse (Ordine dei Trionfi).

Possiamo dunque affermare che come le carticelle dei bambini, così pure i Trionfi nei tarocchi nascono come strumento di crescita spirituale e cristiana dell’individuo.

Per la realizzazione di un’idea del genere, l’ideatore doveva far passare questo messaggio aggiungendo alcune carte al normale mazzo di 52 con cui si era soliti giocare. Tali carte supplementari dovevano avere un duplice valore: innanzitutto morale, e, ai fini del gioco, una validità del tutto particolare, altrimenti  la loro addizionalità non avrebbe avuto alcun senso. Aggiungere al normale mazzo una serie di carte con la stessa funzione delle altre avrebbe significato per i giocatori una variazione del tutto inutile.

Nacque così l’idea della briscola, di una carta che in una presa poteva battere qualsiasi altra numerale e figurata, indipendentemente dal seme della prima carta giocata. Nacquero, in tal modo, i Trionfi, carte speciali (atouts) che trionfavano sulle altre, le quali potevano vincere una presa aperta in un altro seme e battere tutte le altre carte, indipendentemente dal loro rango. Non tutte ovviamente con lo stesso grado, ma tali che un Trionfo più alto trionfasse su quello inferiore.

L’invenzione dei Tarocchi  ha quindi rappresentato l’introduzione dell’idea della briscola nei giochi a prese.

Queste carte dovevano essere rappresentate, ai fini morali cui erano destinate, con disegni di nuovo tipo e adattati alla pratica del nuovo giuoco, tali cioè che i giocatori potessero a prima vista individuare quale fosse il trionfo di grado superiore ad un altro. Oggetti di uso quotidiano non avrebbero servito allo scopo in quanto di difficile gerarchizzazione, ma astrazioni simboliche sì.

D’altronde c’era già nei Trionfi del Petrarca un precedente letterario notevole, laddove l’amore è vinto dalla castità, la castità dalla morte, la morte dalla fama, questa dal tempo, e il tempo dall’eternità.

Il mirabile inventore dei Trionfi non doveva far altro che prendere a prestito la simbologia consolidata dalla tradizione medievale, ed ordinarla in una sequenza che fosse, ai fini del gioco, facilmente identificabile.

I Tarocchi subirono una rapida evoluzione, ma già a partire dal 1450 è lecito pensare che l’intero mazzo avesse raggiunto la composizione standard, sia riguardo al numero delle carte che ai soggetti dipinti sui Trionfi.

Un editto fiorentino di quell’anno, scoperto da Franco Pratesi, relativo al giuoco delle carte e ai triumphi (Le Minchiate fiorentine), ci fa capire che se le classi popolari giocavano a quel tempo con i tarocchi, la loro invenzione dobbiamo almeno farla risalire al 1430. Dico almeno, dal momento che sembra molto improbabile che siano intercorsi meno di due decenni dalla loro invenzione alla diffusione e produzione a Firenze.

Quando poi, col passare del tempo, la pratica del gioco ne mise in secondo piano l’aspetto morale, anche quello iconografico subì un conseguente cambiamento in base ai nuovi gusti popolari e alle nuove correnti di pensiero che si affermarono all’inizio del XVI secolo.

Eppure, dal fondo di questo cambiamento emerse sempre il  significato originario che si mantenne inalterato. Si tratta di una sequenza che non ha niente di occulto, ma è del tutto trasparente, significando sul piano morale una serie di virtù che trionfano una sull’altra e ci portano alla compiutezza, all’unità, a essere immagine e somiglianza di Dio; sul piano del giuoco, carte con valore graduale di briscola che trionfano su tutte le carte numerali e figurate.

Anche a proposito di queste ultime, ci fu sin dall’inizio un’innovazione particolare. Il mazzo tradizionale di 52 carte fu portato a 56, con l’aggiunta della Regina in ogni seme. L’inclusione della Regina fra le figure dei tarocchi è ciò che distingue un mazzo di questo tipo da un mazzo normale, oltre naturalmente alla presenza dei Trionfi.

Il mazzo dei Tarocchi, quindi, si consoliderà in 78 carte, di cui 22 Trionfi e 56 carte a semi italiani, cioè Coppe, Denari, Bastoni e Spade, divise in 16 figure (fante, cavaliere,  regina e re ), e 40 carte numerali. Le figure vengono anche denominate “carte di corte”, rappresentando per l’appunto un corteo regale.

E’ certo, come si desume dalla successiva evoluzione, che il modello standard delle carte normali fosse utilizzato anche quale modello delle carte dei semi dei tarocchi. Ad un certo punto, i giocatori che usavano il mazzo normale di 52 carte avviarono l’uso della licitazione, cioè all’inizio del gioco nominavano un seme come seme di briscola e iniziarono a chiamare tali carte “trionfi”, cioè con la stessa parola con cui erano chiamati i trionfi dei tarocchi, dal momento che assolvevano allo stesso compito.

Per questi ultimi e per il gioco in cui venivano usati, si rese allora necessaria l’esigenza di una nuova parola, che fu “tarocchi”, la parola che dal 1516 distingue un mazzo dall’altro. L’origine di questa parola rimane oscura, come già faceva notare nel 1550 il poeta ferrarese Alberto Lollio scrivendo: ” E quel nome fantastico e bizzarro/di Tarocco, senz’ethimologia….“. Altri autori hanno associato la parola al “barare” dei giocatori ( da cui il termine taroccare per falsificare), altri ancora alla “divina follia” dei giocatori, un esoterista come Court de Gebelin niente di meno che all’egiziana “Via Reale”(CartomanziaI).

C’è, in ogni modo, un aspetto delle carte numerali e figurate del mazzo dei tarocchi che mostra in misura ancora maggiore, semmai ce ne fosse bisogno, il carattere di insegnamento morale sotteso a questo mazzo di carte.

Rispetto al mazzo normale, quello dei Tarocchi ha una caratteristica del tutto singolare. Nei semi di Spade e Bastoni l’ordine è discendente, nel senso che il 10 vince il 9, il 9 l’8, e cosi via, fino all’Asso che è la carta più bassa del seme. Nei semi di Coppe e Denari, invece, l’ordine è ascendente: l’Asso vince il 2, il 2 il 3, fino al 10 che è la carta più bassa del seme.

In altri termini, nelle Spade e nei Bastoni il più trionfa sul meno; il contrario avviene negli altri due semi.

Il senso morale di una pratica bizzarra come questa lo deriviamo da un passo del “ De doctrina promiscua” del narnese Marzio Galeotto, pubblicato a Firenze nel 1548 dal manoscritto originale del 1492, laddove si legge in un passo relativo al giuoco delle carte: “ Quando noi consideriamo la potenza delle spade, dei bastoni, delle coppe e dei pani contadineschi, non conosciamo noi l’inventore essere stato uomo di sottilissimo ingegno? Che dove è di mestieri delle forze, come nei bastoni e nelle spade, il maggior numero avanza il minore; e nelle cose da mangiare e bere, come si figura per il pane e il vino, il minore vince il maggiore. Perciocché è cosa chiara che i continenti e che non bevono vino sono di più sottile ingegno che gli ingordi e gran mangiatori, e che nel fare faccende sono per avanzarli”.

In poche parole, nelle Spade e nei Bastoni, laddove occorre forza fisica o morale, più se ne ha e più se ne esce vittoriosi; nelle Coppe e nei Denari, siano questi ultimi pani o monete, il meno vince il più, nel senso che la moderazione trionfa sempre sull’ingordigia e sull’avidità.

Un concetto del tutto simile era stato formulato, nella seconda metà del Quattrocento, dal poeta Matteo Maria Boiardo, il celebre autore de “L’Orlando Innamorato” nel mazzo di tarocchi da lui ideato ( I Tarocchi del Boiardo).

I tarocchi, dunque, sono un mazzo unico per quanto riguarda il giuoco delle carte, e unitario nella composizione, nel senso che sia i Trionfi che le carte numerali e figurate sono una sorta di guida spirituale e cristiana nell’esperienza esistenziale dell’uomo.

Parlo sempre di questo aspetto, ovverosia dell’insegnamento morale e cristiano veicolato dai Tarocchi, ma  questo, a mio giudizio, ne rappresenta la caratteristica fondamentale. Anzi, per dirla tutta, si potrebbe parlare unicamente di insegnamento cristiano che in sé trascina quello etico dell’uomo, e non è un caso che le maggiori virtù che si devono conseguire nella vita sono rappresentate, in tutti i Tarocchi, dalle ultime due carte trionfali, virtù preminentemente celesti che vincono le altre.

Non si tratta, dunque, di un messaggio finalizzato alla ricerca dell’uomo “vero” che è in ognuno di noi, perso nelle nebbie dell’inconscio, quale traspare dalla lettura psicologica dell’uomo moderno (La lettura intuitiva dei Tarocchi), né tanto meno del riflesso dell’antica sapienza egiziana filtrata attraverso la filosofia esoterica e la cabala.

Al di là di tali concezioni, se guardiamo queste carte con lo sguardo di chi le ha materialmente ideate e prodotte, ci accorgiamo che gli occhi di quest’uomo frugano certamente dentro di sé, ma non alla ricerca del “vero” uomo, ma dell’unica verità possibile che è Dio. Tutto ciò secondo l’insegnamento di Agostino, per il quale la verità abita nell’interno dell’uomo e la sua forma originaria è l’Essere eterno e immutabile di Dio.

A questo punto sembrerebbe che chi scrive sia una sorta di gesuita che vede in ogni cosa l’impronta divina e che, secondo tale principio, cerchi di dare una spiegazione plausibile al nostro mazzo di carte. Non è così. Sono le carte stesse che si muovono in questa prospettiva, e vanno lette per ciò che sono, con gli occhi di chi le ha pensate e prodotte, senza indossare gli occhiali spesso appannati e divergenti dell’uomo moderno.

E se guardiamo queste carte con lo sguardo del loro autore, vedremo un mondo in piena crisi civile e religiosa ( agli inizi del ‘400 sul soglio pontificio c’erano tre papi), un mondo che si avvia verso una trasformazione dirompente, un mondo che sta per essere capovolto. Nel 1517 Lutero affiggerà sulle porte della Cattedrale di Wittenberg le sue Tesi rivoluzionarie mentre già pensa alla traduzione in tedesco del testo biblico. Calvino se ne va in giro per l’Europa a spandere, come leggiamo nei trattati cristiani, “il veleno della sua eresia”.

Di lì a non molto Copernico rovescerà la concezione cosmologica dell’Universo, e Vesalio, nello stesso anno metterà le mani dentro il corpo dell’uomo con il suo trattato di anatomia. E tutto ciò accadrà nello spirito della Controriforma tridentina che la Chiesa metterà in atto per contrastare le minacce che le arrivano addosso da tutte le parti, e che ne minano l’autorità, non solo spirituale, quanto secolare.

Per contrastare un clima del genere e le condizioni originarie che lo avrebbero prodotto, l’insegnamento cristiano doveva essere tutto teso alla gloria dell’uomo e dei Principi, ma soprattutto della Chiesa e della sua dottrina. Per tale ragione, ciò che caratterizza i Tarocchi, nella loro originarietà, è che il cammino virtuoso dell’uomo deve sempre avere come stella polare la fede in Dio e nei suoi comandamenti, le ultime due carte dei Trionfi.

Insegnamento morale e religioso, dunque, che può certamente attingere, nello spirito del tempo, a diverse correnti di pensiero, ma sempre all’interno di una prospettiva che culmina nel messaggio della rivelazione cristiana quale strumento di crescita morale e spirituale dell’individuo. Tutti i tarocchi al di là dell’ordinamento assunto nei vari territori, avranno e conserveranno tale caratteristica, ciò che Jean Seznec nel 1980 chiamerà “scala verso il cielo”.

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