L’Appeso

L’Appeso o Impiccato simboleggia il Traditore, anzi, il traditore per antonomasia, Giuda. In questi termini lo vediamo evocato nella virtù teologale della Speranza nei Visconti-Modrone ( I Tarocchi Visconti-Modrone).

Una donna di profilo, incoronata e con le mani giunte in orazione, volge lo sguardo verso un raggio di luce. Dal braccio destro le pende una corda alla quale è attaccata un’ancora che giace al suolo. Ai suoi piedi si vede un vecchio carpone con un capestro al collo, con le parole Juda Traditor scritte in caratteri bianchi sul vestito paonazzo.

speranzamodrone

Il contrario della speranza è la di-sperazione. In effetti, Giuda tradisce Dio nel momento in cui si toglie la vita; la sua colpa è la disperazione, il non aver creduto nel perdono divino. La cosa è espressa meravigliosamente nel Dialogo della divina provvidenza, c.37, di Santa Caterina da Siena, dove la Santa si sente dire da Dio:

Questo (della disperazione) è quello peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché il peccatore non ha voluto, spregiando la mia misericordia. Perciò mi è più grave questo che tutti gli altri peccati che ha commessi. Onde la disperazione di Giuda mi spiacque più e fu più grave al mio Figliolo che non fu il tradimento che egli mi fece. Così sono condannati per questo falso giudizio, d’aver posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia, e perciò sono puniti con la dimonia e cruciati eternamente con loro”.

Nella Cappella degli Scrovegni, a Padova, Giotto metterà una di fronte all’altra la Speranza e la Disperazione. Quest’ultima è Giuda, dal volto devastato e dai pugni contratti, impiccato mentre un diavolo gli arpiona il capo per trascinarlo nel fuoco dell’Inferno, tragica conseguenza del male liberamente scelto. La Speranza, invece, pura nei tratti e nell’abito, ha le ali per volare verso l’alto a farsi incoronare da Cristo.

                                speranzagiotto                                  disperazionegiotto

La Speranza è la nostra ancora di salvezza, ciò che Tommaso d’Aquino chiamerà “motus appetitivae virtutis”, una tendenza dell’anima a desiderare il bene assoluto che per un uomo del Medioevo, così come per il cristiano a noi contemporaneo, risiede nella salvezza eterna, nella comunione beatificante con Dio. Colui che tradisce questa virtus appetitiva, insita in tutto il creato, si allontana dall’ordine universale delle cose.

Nel XXV del Paradiso (67-69), Dante, rispondendo all’apostolo Giovanni sull’essenza della Speranza, dirà che essa è un’attesa sicura della futura gloria celeste, la quale è prodotta dalla grazia divina e dai meriti in precedenza acquisiti. Poi, 88-90, continua col dire che chi nutre nel cuore questa speranza, il cui fine è manifestato dalle Scritture, avrà in premio la piena ed eterna beatitudine dell’anima e del corpo.

Insomma, occorre sempre tenere presente che nei Tarocchi la figura dell’Appeso sta per il tradimento di una speranza ultraterrena. Potremmo dire che ogni cosa dell’universo è bene perché creata da Dio, e ogni bene, sia pure piccolo, tende a tornare alla perfezione assoluta da cui è uscito. L’uomo che si nega questo ritorno verso la pienezza dell’essere, non tradisce soltanto la sua stessa natura, ma l’intero ordine di cui fa parte. Questo concetto, reso in termini molto generali nei Visconti-Modrone, troverà la sua esplicitazione nei successivi tarocchi.

In fig., l’Appeso dei Visconti-Sforza (I Tarocchi Visconti-Sforza) e  quello dei tarocchi “Carlo VI” ( I Tarocchi ferraresi) con i due sacchi di monete che alludono, in tutta evidenza, al tradimento di Giuda. Il disegno non subirà variazioni di sorta, ad eccezione del mazzo parigino Vieville, del 1660, in cui la figura è stampata capovolta per un evidente errore dello stampatore ( a dx in fig), e che l’esoterista francese Court de Gebelin interpretò grossolanamente come simbolo della Prudenza, denotando una completa ignoranza della tradizione legata al mondo dei tarocchi (Cartomanzia I).

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Ma perché il traditore è appeso a testa in giù? Probabilmente per una forma di contrappasso: come in vita non ha rivolto lo sguardo verso l’alto, ora lo volge verso la terra, direttamente verso Lucifero e la dannazione eterna. Sottoposti a questa pena sono tutti coloro che si sono allontanati da Dio e che hanno messo sottosopra il bene individuale e quello universale di cui tutte le cose sono provviste. Chi tradisce la patria, l’amico, l’oggetto amato, o qualsivoglia bene del creato, si nega il raggiungimento di una perfezione che è Sommo Bene, ed è come un tradire direttamente Dio. Per questo, la carta si riferisce a una punizione che coinvolge tutte le possibili tipologie di tradimento.

Una delle più antiche rappresentazioni di un impiccato a testa in giù ci viene fornita da un affresco nel Campo Santo di Pisa. L’edificio, innalzato su disegno e direzione di Giovanni Pisano nel 1283 per conservare i resti degli eminenti cittadini pisani, vide la partecipazione dei più importanti artisti dell’epoca, tra cui lo stesso Giotto che vi dipinse sei storie, di cui ce ne restano soltanto due. Quello che a noi interessa è l’affresco dell’Inferno di Bernardo Orcagna su disegno del fratello Andrea.

Nella parte superiore, a sinistra, dell’affresco molto deteriorato, si scorgono i superbi e gli ambiziosi (in dettaglio, a dx in fig). Insieme ai simoniaci con le viscere fuori del corpo, agli eretici senza testa perché ardirono elevarsi contro le dottrine stabilite, ai maghi con gli occhi chiusi dai serpenti come quelli che per aver voluto vedere il futuro sono condannati a non vedere pure il presente, troviamo i traditori, anch’essi avvinti da serpenti, di cui uno appeso per la lingua quale calunniatore e bestemmiatore, e un altro appeso a testa in giù.

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Un’altra rappresentazione ce la fornisce l’affresco del 1410, opera di Giovanni da Modena, che si trova nella Cappella Bolognini, in S.Petronio a Bologna. Nel suo Inferno, due uomini appaiono appesi per un piede e morsi dai serpenti in mezzo alla scritta ido/latria a identificarne la colpa. Fra loro l’iscrizione “Ninus rex” rinvia a Nino, il re fondatore di Ninive, o forse alla conversione e perdono dei niniviti, di cui parla Giona nei libri profetici, quale possibile cammino di salvezza.

Cappella Bolognini1

I documenti letterari che fanno riferimento a personaggi appesi a testa in giù sono numerosi. Dalla Istoria fiorentina di Scipione Ammirato, Libro 13, pag 496 e sg, riprendo quello relativo a Rodolfo da Varano, signore di Camerino, il quale, nel 1377, tradì i fiorentini passando nelle truppe papali

Questa cosa saputa a Firenze commosse a grande indignazione tutta la Repubblica, onde fu privato della cittadinanza concessagli dai Fiorentini, e poi, a guisa di pubblico traditore, fu dipinto con molti scherni impiccato pei piedi al palagio del potestà….

Dagli “Annali della Città di Bologna” di Salvatore Muzzi (Bologna 1841 Tomo Terzo, pg. 489) veniamo a conoscenza di un capitano di ventura, tale Conte Lucio, assoldato dai bolognesi nel 1385 per conquistare il castello di Barbiano, il quale tolse l’assedio dietro compenso di tremila ducati d’oro da parte degli assediati

” Ed il Senato di Bologna fece dipingere nel palazzo degli Anziani l’infido uomo appiccato per un piede come traditore, insieme con altri suoi compagni, acciocché si tenesse viva fra il popolo la memoria del disleale, e perché tutti vedessero di quale supplizio i traditori si puniscano.”

Alla stessa pena, causa lo stesso tradimento, dovette sottostare Muzio Attendolo Sforza, il più prestigioso capitano di ventura del tempo, quando nel 1412 tradì il papa Giovanni XXIII passando dalla parte di Ladislao re di Napoli, come ci attestano gli Annali d’Italia di Antonio Muratori, Vol IV, pag 106

Di tal fuga, a cui fu dato nome di tradimento, e massimamente per esser egli passato al soldo di un nemico della Chiesa, si chiamò tanto offeso il papa che fece in vari luoghi dipingere Sforza impiccato col piede destro, con sotto un cartello in cui Sforza fu pubblicato reo di dodici tradimenti…..

E’ probabile che il numero XII assegnato nei Tarocchi alla figura dell’Appeso sia collegabile ai “dodici tradimenti” suddetti.

In conclusione, l’Appeso dei Tarocchi è un ammonimento rivolto al giocatore di carte a non barare nel gioco, ma soprattutto nella vita, perché il tradimento, prima di colpire l’altro, è una ferita inferta alla propria natura che ci allontana dal bene assoluto e ci avvicina alla perdizione.

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