La Ruota della Fortuna

Nei Tarocchi la più antica rappresentazione della Fortuna ci è data dal mazzo Visconti-Sforza (I tarocchi marsigliesi dei Visconti-Sforza). Questa immagine, subirà nel tempo pochissime alterazioni:

Visconti-Sforza-10-fortune

Una donna bendata e alata, la dea Fortuna, fa girare una grande ruota di cui costituisce il perno. Di sopra, un giovane dalle orecchie asinine sostiene un cartiglio con la scritta Regno. Alla sua destra, il giovane che si arrampica sulla ruota, anche lui dalle orecchie asinine, ha un cartiglio che gli esce dalla bocca in cui si legge Regnabo (“regnerò”). Di fronte, il giovane che scende e che ha perso le orecchie asinine, ma non la coda di questo animale, pronuncia la parola  Regnavi (“ho regnato”). In basso, un vecchio coperto da un abito bianco e poveramente sfilacciato, carponi sotto la ruota, l’unico ad avere sembianze perfettamente umane, dice: Sum sine Regno ( ” sono senza regno”).

Evidente il significato allegorico della rappresentazione: sia il giovane in cima alla ruota che quello a sinistra che cerca di sostituirsi a lui nella gestione del potere, si sono lasciati trascinare dalla fortuna come asini tirati da un padrone. Ciò che li connota è una specie di ignoranza asinina che porta alla caduta, alla sconfitta. Per liberarsi da questa concezione, abbandonando non solo le orecchie dell’asino ma anche le sue propaggini come la coda, occorre la saggezza di riconoscere il senso profondo della fortuna senza lasciarsi sopraffare dalla sua evidenza immediata. Il vecchio, l’unico uomo sulla scena,  e l’unico senza regno, è il simbolo di questo riconoscimento.

Insomma, è da asini affidarsi ciecamente alla fortuna, sia essa una forza irrazionale o una potenza celeste che, obbedendo alla divinità, distribuisce o sottrae i beni agli uomini. Tutto ciò che la fortuna favorevole o sfavorevole ci apparecchia sul tavolo dell’esistenza va sempre condito e assaggiato con intelletto e volontà, fondamenti della virtù morale. In tal senso, nel Quattrocento, l’espressione più ricorrente e significativa era “la virtù vince fortuna“, ossia la virtù come guida e orientamento anche di ciò che accade indipendentemente dalla nostra volontà, intenzione o desiderio.

In altri termini, se agiamo rettamente vinciamo qualsiasi male ci possa capitare, anche la disgrazia più dolorosa possibile.

Fu Leon Battista Alberti (1404-1472), il maggior esponente dell’umanesimo, a coniare una simile espressione nel De familia, quattro libri composti tra il 1433 e il 1440, cioè in un periodo di poco precedente la carta in questione. Già nel Prologo emerge l’amplissimo arco di applicazione della virtù. Non c’è aspetto della realtà che la virtù non possa governare: dalle buone arti e discipline ai costumi e alle opere virili, dalle qualità morali (prudenza, forza, costanza, perseveranza, giustizia, equità ecc.) al modo di operare (consigli, diligenza e cura delle cose, ordine e modo). Alla virtù si oppone la fortuna, insidiosa , iniqua e strana, ma che  può essere resa invalida e debolissima se e in quanto contrastata dalla virtù. Dunque la lotta è tutta interna all’uomo e il suo esito è determinato dalle qualità, dalle capacità, dalla forza morale dell’individuo.

Sono di fondamentale importanza, perciò, il dominio che l’individuo esercita su se stesso, il senso di responsabilità, il controllo razionale delle passioni, che, se non sono dominate dalla ragione, producono danni gravissimi e sono le principali cause delle sfortune individuali e collettive.

Di fronte alla fortuna favorevole non dobbiamo esaltarci, nè abbatterci in presenza di quella sfavorevole, inutile e soprattutto ingiusto biasimarla se non viene a trovarci o se si allontana da noi, perchè spesso l’essere abbandonati dalla fortuna è un beneficio, un fatto positivo che ci sottrae alle illusioni, alle speranze eccessive e mal poste.

In conclusione, la carta è un incoraggiamento, di fronte alla buona o cattiva sorte, a farsi padrone del proprio destino, responsabile delle proprie fortune e delle proprie disgrazie, e ciò grazie alla moralità di cui l’uomo deve rivestirsi.

 

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