La Papessa

Nel più antico mazzo di Tarocchi a noi pervenuto, quello cosiddetto Visconti-Modrone,  c’è  il seguente Trionfo

caritàmodrone

Una donna seduta, coronata e riccamente vestita di broccato d’oro e d’ermellino, tiene un vaso nella mano destra entro il quale arde una fiammella, e con la sinistra sostiene un bambino nudo che allatta alla sua poppa sinistra. Ai suoi piedi sorge un vecchio re che sembra additarla.

Il bambino che si nutre del latte materno e la fiammella dell’amore che vivifica la donatrice sono simboli della virtù teologale della Carità. Il significato è evidente: l’uomo che dona a Dio l’amore del suo cuore lo riceve centuplicato a tal punto che trabocca e diventa fonte d’amore per gli altri.

Nel XXVI del Paradiso, Dante, rispondendo all’interrogatorio cui lo sottopone San Pietro, a proposito della Carità, esordisce con i seguenti versi: “ Lo ben che fa contenta questa corte/ Alfa e O è di quanta scrittura/ mi legge Amore o lievemente o forte”. ( Dio, il bene supremo che appaga la corte celeste dei beati e degli angeli, è l’alfa e l’omega, ossia il principio e fine di tutto ciò che Amore mi insegna e mi fa avvertire con maggiore o minore intensità). La carità è dunque amore di Dio, del bene supremo.

Figura emblematica di un simile amore è la Vergine Maria, e non è casuale la diffusa iconografia medievale della Carità con la Madonna allattante di cui si serve anche l’ideatore della nostra carta. D’altronde, S.Luca, parlando di Gesù, aveva sottolineato questa caratteristica dicendo “Beato il ventre che ti ha portato e il seno che ti ha allattato” (Vangelo II,27).

L’iconografia della Madonna allattante a simboleggiare la Carità si diffonde a partire dal XII secolo e molti artisti ne daranno varie versioni.

Riporto due esempi di “Madonne del Latte” tratti dalla pittura e dalla scultura del Trecento, ma il lettore può facilmente trovarne altri in questo secolo e nei successivi. Si tratta di un dipinto su tavola di Ambrogio Lorenzetti (a sx) del 1324 circa, attualmente presso il Palazzo Arcivescovile di Siena, e della scultura in marmo di Andrea Pisano (a dx) del 1345 circa, conservata nel Museo Nazionale San Matteo di Pisa.

                        madonnalattte lorenzetti               Andrea_Pisano,_Madonna_del_latte

Rispetto a questa iconografia che diventerà un modello consolidato, possiamo trovare delle variazioni che tuttavia confermano  il significato tradizionale, come appare nella Carità giottesca nella Cappella degli Scrovegni a Padova.

caritagiotto

Con il capo aureolato e coronato di fiori, la Caritas ha lo sguardo intensamente rivolto a Gesù a cui con una mano offre il cuore, e se lo vede restituito di nuovo, mentre con l’altra mano offre al prossimo un canestro pieno di fiori, frutti e spighe. Il possesso dell’amore  divino è per lei il bene più prezioso; per questo calpesta l’idolo delle ricchezze terrene costituito dai sacchetti di denaro che sono ai suoi piedi.

L’iscrizione descrittiva che lo stesso Giotto aggiunse sotto la figura recita: “ Questa è l’immagine della Carità, così il bell’aspetto reca delle sue proprietà. Il cuore che piace nel segreto dona a Cristo. Questa per decisione si fa di regola serva. Se rifiuta la vanità delle ricchezze terrene, colora tutte le cose di ogni liberalità, con mano generosa offre allo speziale ciò di cui manca”.

Il motivo per cui la Carità è rappresentata con la Madonna del Latte è dovuto al fatto che Maria ha custodito nel suo ventre il Logos divino, la Parola di Dio con cui il Cristo ha nutrito l’umanità. E’ la Parola che ci è stata trasmessa dalle Sacre Scritture e che troviamo espressa nel libro che tiene in grembo la figura della Papessa nei trionfi tradizionali.

Si ritiene, e io credo a ragione, che la figura della Papessa sia stata mediata dalla tradizione che a partire dal XIII secolo ebbe una grandissima diffusione in relazione alla leggenda della Papessa Giovanna.

La Papessa Giovanna

L’origine della leggenda risale appunto al Duecento con la “Chronica universalis” del domenicano Jean de Mailly redatta verso il 1255. Vi si parla di una certa Giovanna di origine inglese, ma nata a Magonza in Germania, la quale, travestita da uomo, per la sua “singolare honestà, buoni costumi e santità“- come dirà successivamente il Boccaccio-, occupò il soglio pontificio col nome di Giovanni VIII ( nome che, in verità, prenderà il papa di origine longobarda nel 872).

L’autore situa il suo pontificato tra Vittore III che muore il 16 settembre 1087 e il successore Urbano II eletto pontefice il 12 marzo 1088, quindi il pontificato di Giovanna, a dar credito all’autore, sarebbe durato appena sei mesi, mentre nella maggior parte delle cronache successive si dà un periodo di almeno due anni. Sulla sua fine così si esprime l’autore:

Mentre un giorno montava a cavallo, partorì un bambino, e assicurata subito alla giustizia romana, con i piedi legati alla coda d’un cavallo, fu trascinata e lapidata dal popolo nello spazio di mezz’ora, e nel luogo dove morì fu interrata con queste parole:; “Petre, pater Patrum, Papissae prodito partum” (Pietro, padre dei Padri, tramanda il parto della Papessa)”.

Verso il 1260 fu un altro domenicano, tale Etienne de Bourbon a parlarne negli stessi termini in un trattato sulla predicazione, ma fu soprattutto il domenicano boemo Martino Polono Oppaviense da Opava, cappellano di parecchi papi, che diede al mito della papessa Giovanna un certo successo per averne inserito la storia nel suo “Chronicon“, una cronaca di tutti i pontefici e gli imperatori dalla nascita di Cristo fino al 1247. Vi si dice:

Dopo Leone IV sale al trono papale Giovanni Anglico, di Magonza, e vi siede due anni, un mese e quattro giorni. Come si asserisce fu femmina….. Restò incinta, e ignorando il tempo del parto, un giorno, andando da San Pietro al Laterano, fra il Colosseo e la Chiesa di San Clemente, partorì, e morta fu ivi sepolta. Per questo, da allora in poi, i papi, come si crede, non passano più per quella via”.

E’ impossibile che Giovanna sia diventata pontefice dopo Leone IV, morto il 17 luglio 855, perché il suo successore Benedetto III fu consacrato nuovo pontefice nel settembre di quell’anno. Le sviste nella “Cronaca” sono numerose: lo stesso Dante, nell’Inferno, fu tratto in errore da Martino attribuendo a papa Anastasio le opinioni eretiche di Fotino, piuttosto che all’imperatore Anastasio.

Tuttavia, quello che salta agli occhi è il nuovo modo di tracciare la vicenda di Giovanna. La sua fine ha perso la tragicità precedente, e si dice soltanto che da papa “partorì morendo e fu sepolta”. Fu questa versione ad avere una grandissima diffusione fino al XVI secolo, e il mito della papessa Giovanna fu tanto preso sul serio che uno scriba nel Trecento inserì il suo nome nel Liber Pontificalis, insieme a quello di tutti gli altri papi.

Anche il Boccaccio ne parla nel suo “De mulieribus claris” ( Delle donne illustri) (Cap. CIX), scritto nel 1362, quasi copiando le parole di Martino Oppaviense :

……avvenne che restasse pregna e partorisse…..Imperocchè, essendo ella più vicina al termine che non pensava, mentre voleva andare a celebrare i divini uffici alla chiesa di San Giovanni laterano nella pubblica strada, tra il Colosseo e il palazzo di Papa Clemente, senza chiamare altra comare partorì…… Col quale inganno, avendo così lungamente, eccetto l’innamorato, ingannato tutti gli altri uomini, perciò dai Cardinali deposta dal papato e scomunicata, infelice si partì con pianto“.

Il Boccaccio ripropone la figura di Giovanna anche nel De casibus virorum illustrium, probabilmente senza dar credito alla leggenda, inserendone la storia, al pari dell’altra sua opera contemporanea, tra racconti mitologici e storici con la solita intenzione moralizzatrice tesa a mostrare le conseguenze dell’audacia e della smoderata ambizione femminile.

Fatto sta, che all’inizio del Quattrocento la papessa Giovanna era una figura che, al di là delle ambiguità storiografiche, era presa in considerazione nei circoli culturali e accademici certamente con la dovuta cautela, ma senza il carattere dissacrante delle prime cronache. Ne fa fede, ad esempio, una miniatura del 1420 di un manoscritto francese dell’opera boccaccesca

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La stessa immagine che non ha niente di tragico la ritroveremo in un’incisione xilografica che appare nella prima edizione del De mulieribus claris stampata ad Ulm nel 1473. Giovanna è stesa a terra, accanto a un bambino appena partorito, attorniata da uno stuolo di prelati dallo sguardo attonito ma non vendicativo

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E la leggenda era stata così tanto ripulita dai primitivi connotati negativi che lo storico Bartolomeo Sacchi da Piadena presso Cremona, detto il Platina, inserì il nome di Giovanna nella sua famosa opera sulla “Vita di Cristo e di tutti i pontefici” pubblicata nel 1479.

Fu solo a partire dalla riforma luterana del secolo successivo che i protestanti usarono la figura di Giovanna per screditare l’autorità pontificia, descrivendola come una donna infettata dal demonio al pari dei dignitari della curia romana. Da quel momento la storia di Giovanna prese un’altra piega e si colorò nuovamente di una valenza del tutto negativa.

Nel dialogo tra un cartaio padovano e le carte delle “Carte parlanti“, Pietro Aretino distrugge la leggenda scrivendo: “La papessa è per l’astuzia di quegli che defraudano il nostro essere con le falsità che ci falsificano“, ovverosia, la Papessa imbroglia attraverso falsità che vengono tuttavia recepite come vere. Ne riprende il tema, con toni più accesi, lo storico protestante David Blondel, a metà del ‘600,  e due secoli dopo anche il cattolico Johann Dollinger che figura però tra i principali oppositori alla proclamazione del dogma dell’infallibilità pontificia, fino ai nostri giorni in cui qualcuno tenta di recuperare la figura di Giovanna attraverso nuove interpretazioni sia letterarie che cinematografiche.

Al di là della verità o meno narrata dalle varie cronache, ai fini del nostro discorso è importante sottolineare che nel XV secolo, quando vennero inventati i tarocchi, l’immagine della papessa Giovanna poteva a buon diritto figurare tra i Trionfi, all’interno di un discorso morale e spirituale. Nella libreria pavese di Francesco Sforza c’erano sia la “Cronaca” di Martino Oppaviense che le opere boccaccesche sulle donne e uomini illustri, e a queste fonti può unicamente avere attinto l’ideatore dei Visconti-Sforza (I Tarocchi Visconti-Sforza) per costruire l’immagine della Papessa

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La papessa porta dentro di sé non più il frutto del peccato, ma la parola di Dio che tiene tra le mani e con cui nutrirà il popolo dei fedeli. Non c’è alcuno spirito satirico, come sostiene qualche studioso, quanto, al contrario, la rappresentazione maestosa e serena di una madre terrena e spirituale che custodisce e dona misericordiosamente il frutto della costante illuminazione del Verbo divino.

Questo modello che non subirà sostanziali variazioni nei successivi mazzi di Tarocchi, troverà applicazione anche in letteratura, come appare chiaramente nell’opera dell’agostiniano Jacopo Filippo Foresti da Bergamo, dal titolo “De plurimis claris selectisque Mulieribus“, pubblicata a Ferrara nel 1497, la quale, come si evince dal titolo, è un rifacimento dell’opera boccaccesca.

L’immagine xilografica mostra la Papessa seduta in trono con la tiara sulla testa con le tre corone della Chiesa militante, sofferente e trionfante, al di sotto della quale scendono lunghi capelli flottanti sulle spalle. Benedice con la mano destra e tiene nella sinistra un libro aperto. Un mantello è attaccato sul petto con una spilla rappresentante il volto di un cherubino. Dietro la figura c’è un drappo.

forestipapessa

Rispetto all’esemplare dei Visconti-Sforza qui l’atto benedicente sostituisce la presa dell’asta crucifera, il libro aperto quello chiuso, e l’ambientazione il fondo anonimo. Quando la mano benedicente poggerà sul libro avremo la figurazione definitiva che si è tramandata fino ad oggi nella versione dei tarocchi marsigliesi. In fig a sinistra la Papessa di Nicolas Conver, Marsiglia 1760, e a destra quella di Teodoro Dotti, Milano 1845

                                        papessa conver                 papessadotti

1 Commento su La Papessa

  1. Heckuva good job. I sure apctepiare it.

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