La Morte

 

Presso i Greci e i Romani, la Morte non era rappresentata sotto la forma del classico scheletro a piedi o a cavallo, ma attraverso un simbolismo meno terribile che legava però sempre l’idea della vita con quella della morte, e questo simbolismo era incarnato dalle tre mitologiche Parche: Cloto, la più giovane, in vestito blu chiaro, che regge la conocchia su cui è arrotolato il filo della vita umana; Lachesi, in rosa, che gira il fuso della vita; e infine la vecchia e inflessibile Atropo, vestita di nero, armata di forbici, che taglia il filo che misura la durata della vita di ogni mortale. E’ quest’ultima, a tutti gli effetti, la morte figurata presso gli antichi.

Il senso morale evocato dalle tre figure è evidentemente quello di richiamare agli uomini la fragilità della vita, l’indispensabile necessità di morire, l’incertezza dell’ora fatale e l’inflessibilità della morte che non rispetta né età, né sesso né, tantomeno, la condizione sociale di quanti sono soggetti al suo potere. E’ una presa d’atto del dissolvimento della vita, e un avvertimento sulla necessità di mettere a profitto il tempo che si ha a disposizione.

Gli antichi rifiutarono dunque di rappresentare la Morte con i tratti tragici della decomposizione fisica: per loro, un fuoco sempre acceso, una clessidra, una semplice urna funeraria, erano i segni attraverso i quali rimandavano alla mente l’ultimo stato dell’uomo. Privi della luce del cristianesimo, la loro cultura pagana non aveva alcuna bussola che orientasse i loro comportamenti; bastava astenersi dal ladrocinio e dall’assassinio, non retrocedere davanti al nemico e soprattutto, non tradire la patria. La loro moralità era vincolata alla terra, non al cielo. In tal senso la porta che conduceva ai loro Campi Elisi era molto, molto larga…. Per questo, la loro indifferenza alla morte, la propensione al suicidio, e anche la gloria che credevano di acquistare sopravvivendo a qualche spiacevole avvenimento.

Ma, con l’avvento del cristianesimo e la luce della fede, quando l’uomo, istruito da Dio stesso sui doveri da compiere durante l’intera sua esistenza, avvertì l’importanza di non allontanarsene sotto pena di un’infelice eternità, allora la morte cambiò aspetto ai suoi occhi. Se la licenza del paganesimo l’aveva resa indifferente e familiare agli antichi, il rigore della morale e dei precetti evangelici la rese terribile e dirompente al cristiano, se la sua vita fosse stata segnata dal vizio e dal peccato.

L’antico attributo della morte che testimoniava la temporalità della vita umana si sostanziò a quel punto di un significato più profondo: la morte terribile è pronta a dannare all’eternità coloro che hanno disatteso la parola di Dio, ma nello stesso tempo ad innalzare i virtuosi alla gloria eterna.

Ora, la fragilità della vita umana non è più soltanto segnata dal tempo inesorabile che passa, dalla caducità della giovinezza o delle gioie terrene, ma dall’allontanamento dalla retta via tracciata dalle Sacre Scritture.

Questo doppio carattere assegnato alla Morte, ossia, da una parte, del Tempo che riduce a poca cosa l’esistenza e l’acquisto dei beni terreni, e dall’altra della punizione o salvezza eterna, connoterà la figurazione della Morte a partire dal XIII secolo. Da un lato, la funzione didattica di mostrare la vanità delle cose del mondo; dall’altro, la morte eterna che danna i malvagi e salva i virtuosi.

Una delle più antiche raffigurazioni conosciute di questo duplice carattere, ossia etico e religioso, assegnato alla morte, si trova nel Camposanto di Pisa.

Il Trionfo della Morte nel Camposanto di Pisa

Il Camposanto di Pisa, destinato a racchiudere le ceneri dei più insigni cittadini pisani, fu portato a termine nel 1283 su disegno e direzione di Giovanni Pisano. Ad affrescarne le pareti furono chiamati dai pisani gli artisti più influenti dell’epoca, da Giotto (di cui ci restano due pitture delle sei dipinte) a Buffalmacco, dai fratelli Orcagna, al Laurati, Simone Memmi e Antonio Veneziano.

Quello che a noi interessa è il lavoro di Andrea Orcagna che vi dipinse il Giudizio, il Trionfo della Morte e l’Inferno, quest’ultimo ultimato a colori dal fratello Bernardo.

Sul lato sinistro del Trionfo della Morte troviamo rappresentato quello che abbiamo chiamato il significato didattico della morte, laddove  il pittore ha illustrato la Leggenda dei tre morti e dei tre vivi.  La tradizione, di origine francesizzante, narra che tre cadaveri di ecclesiastici incontrano tre nobili viventi: un duca, un conte e un principe. I morti parlano ai nobiluomini esortandoli a cambiare vita con le seguenti parole: “ Così come io ero ciò che siete, così io sono quello che voi sarete. Il benessere, l’onore e la potenza non sono valori nell’ora della vostra morte”.

Nell’affresco dell’Orcagna una schiera di gentiluomini incontra tre re morti, il primo nello stato di gonfiezza, il secondo in putrefazione, e ridotto a scheletro il terzo. Un vecchio anacoreta, che la tradizione ci addita in Macario, mostra loro quanto fallaci e transitorie siano le grandezze della terra. Sulla cima di un monticello il pittore ci mostra vari monaci che quietamente e virtuosamente affrontano gli impegni dell’esistenza quotidiana.

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Insomma, sembra che la Morte trionfi su coloro che sono i più attaccati ai piaceri terreni, mentre i più lontani dalle sue minacce sono quelli che conducono una vita semplice  e assecondano i precetti religiosi, come i frugali fraticelli del dipinto. E’ un memento moris, la prefigurazione ammonitrice della sorte umana, una minaccia per tutte le prove effimere dell’esistenza.

Sul lato destro appare, invece, la terribile morte. E’ in mezzo, con gli occhi grifagni , i capelli ispidi , i piedi uncinati , vestita di una maglia di ferro, ali di pipistrello, e la falce nella mano sopra un cumulo di morti che ha già rovesciati per terra. Vi si scorgono re, regine, vescovi, cardinali, guerrieri, e, tra gli altri, una religiosa, la quale, stringendo in mano una borsa, dà chiaramente a dimostrare quanto in vita avesse disatteso il voto di povertà. Le anime di costoro, figurate dal pittore in piccoli corpi nudi e uscite dalle labbra degli estinti con l’ ultimo fiato che spirarono, parte sono accolte dagli angeli e portate volando alla gloria del Cielo, e parte uncinate o ghermite dai demoni e trasportate alle pene infernali.

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Poco avanti a quel cumulo di morti, a sinistra, un gruppo di ciechi, storpi e mendicanti alza le mani e il volto verso la Morte invocandola con questi versi che l’Orcagna ha dipinto sopra di loro in un cartiglio:“Da che prosperitade ci ha lasciati/ o Morte, medicina d’ogni pena/Deh, vieni a darne l’ultima cena”. Nulla di più naturale di questa invocazione che tutti i giorni risuona sulle labbra dei poveri!

Ma, la Morte, sorda alle preghiere di questi, per i quali sarebbe la giusta “medicina”, minaccia piuttosto la vita di alcuni giovani che all’ombra di un boschetto sembrano in festa, riposando dalle fatiche della caccia, come chiaramente si nota dai falconi. La magnificenza degli abiti, l’atteggiamento regale, ogni particolare mostra i personaggi attaccati con tenaci catene all’amore della vita, ma la morte è lì, pronta a prenderli e portarli con sé.

Un affresco di poco posteriore a quello dell’Orcagna, è quello che adorna le pareti della Scala Santa nella parte inferiore del monastero benedettino del Sacro Speco a Subiaco. Il tema è riproposto in maniera identica. Da una parte, su un cavallo bianco, uno scheletro, coi capelli al vento e le pupille nere calpesta alcuni corpi di morti, tra i quali si riconoscono un religioso e un nobile, e colpisce con una lunga spada un giovane che conversa con un amico. Anche qui si tratta di due cacciatori, come si evince dal falcone sul pugno del giovane. Più indietro, come nel Camposanto di Pisa, un gruppo di poveri vecchi e mendicanti chiede invano di morire.

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Di fianco, una seconda scena descrive la leggenda dell’incontro tra i vivi e i morti. Ancora una volta troviamo il monaco Macario nella parte del moralizzatore.

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Di questa leggenda, una medesima rappresentazione, la più antica di mia conoscenza, è quella della Cattedrale abruzzese di Atri, in provincia di Teramo, che risale al 1260.

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Dei due aspetti assegnati alla Morte, che in termini molto generali ho definito didattico-morale e religioso, sarà il secondo, quello rappresentato dalla Morte terribile e scheletrica, solitamente a cavallo e con la falce in mano, ad affermarsi nei secoli successivi. Il primo attributo resterà nei manoscritti e nelle successive edizioni a stampa di testi quali l’Ars moriendi,  e nelle pitture che svilupperanno il motivo delle Danze della Morte, dapprima con intenti moralistici e successivamente come satira contro la corruzione dei potenti.

Ma, ripeto, sarà il secondo aspetto a prendere il sopravvento e così lo troviamo nei Tarocchi, sin dalle origini, come ci mostrano i tarocchi di Carlo VI (I tarocchi ferraresi) e quelli milanesi dei Visconti (I tarocchi Visconti- Modrone).

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Le ragioni che portarono a questa affermazione si possono ridurre a una soltanto: in un periodo in cui la peste, le carestie e la fame decimavano gran parte della popolazione, e che la diffusa ignoranza attribuiva all’ira divina contro i peccati dell’umanità, la rappresentazione della Morte scheletrita e terrificante che falcia la vita dei mortali era un monito a non più peccare, a preferire il bene piuttosto che il male, a vivere, insomma, cristianamente.  L’impatto che una rappresentazione del genere poteva avere sulle coscienze popolari era immediato e coinvolgente. Tale iconografia rimarrà invariata fino ai nostri giorni in tutte le arti figurative, così come nella carta della Morte di tutte le successive produzioni.

Cosa ci insegna, allora, la Morte nei Tarocchi? Che il fine (non la fine) della vita è la morte, che la vita è essenzialmente preparazione alla morte: accettare ciò è l’unico modo sicuro di venire a patti con la nostra umanità e con la vanità delle nostre azioni.

Viviamo per morire. Ma ognuno di noi, come afferma S.Agostino, si porta addosso la propria morte, ne è responsabile direttamente, e soltanto una vita vissuta all’insegna della virtù ci farà apparire la morte in tutto il suo candore quale viatico a una felicità eterna. Chi vive cristianamente, ancorato alla forza colossale della fede,  priva la morte della sua capacità di atterrirlo, anzi, la invoca come una fedele compagna. Come scrisse Montaigne nei suoi Saggi (Vol I, pag 109-10): “ Togliamogli il suo aspetto di fatto straordinario, pratichiamolo, rendiamolo consueto, cerchiamo di non aver niente così spesso in testa come la morte. Ad ogni istante rappresentiamola alla nostra immaginazione, e in tutti i suoi aspetti”.

Si vince la morte praticando l’amore, la forza intellettuale, la giustizia, la temperanza,  e, per quanto possibile e con maggior forza, le virtù teologali della fede, speranza e carità, vivendo, insomma, un’esistenza da buon cristiano. Solo così si può sperare nella salvezza, solo così si può pensare alla morte fisica come un semplice punto d’arresto di quella che è la vita vera, quella che ci attende per l’eternità.

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