La lettura intuitiva dei tarocchi

“La lettura intuitiva utilizza i tarocchi come archetipi, ossia come “immagini primordiali” che fanno da sfondo all’inconscio collettivo”.

Questa definizione, estratta da una pubblicazione che riguarda l’argomento in questione e che mette insieme la lettura dei tarocchi e alcuni temi della psicologia junghiana, è così abusata che spesso ha dato luogo a qualche fraintendimento, e, in qualche caso, a madornali errori interpretativi.

Prima di proseguire, è allora necessario chiarire, per quanto mi è possibile,  i concetti di archetipo e di inconscio collettivo definiti da Jung nei suoi studi di psicologia analitica.

Jung derivò questi due concetti dai sogni dei suoi pazienti. Nel suo lavoro di analisi, ad un certo punto si rese conto che quando i pazienti raccontavano i loro sogni usavano forme e associazioni mentali che non potevano essere spiegate in fatti o dati concreti della loro esperienza diretta. Questo lo portò a pensare che sotto l’inconscio personale, quello che fino a quel momento era stato il suo ( e quello di Freud) campo di indagine, ci fosse un altro inconscio, un altro contenitore che conteneva appunto queste forme, le quali, non derivando da esperienze ed acquisizioni personali, erano innate ed ereditarie.

E, dal momento che queste figurazioni ricorrevano nella pluralità dei sogni da lui analizzati, pensò che questo inconscio sottostante fosse comune a tutti gli esseri umani, e lo chiamò inconscio collettivo. E’ questo il serbatoio che contiene tutte quelle forme che sfuggono all’esperienza diretta dell’uomo, immagini primordiali comuni a tutti i popoli di tutte le culture che Jung chiamò archetipi. Possiamo, dunque, pensare all’inconscio collettivo come al contenitore e agli archetipi come al suo contenuto.

Jung scriverà che l’origine degli archetipi  è ignota, ma che possiamo ritrovarli in qualunque tempo e in qualunque parte del mondo, come l’archetipo della caduta nel vuoto, o quello dell’animale infernale in forma di serpente, oppure quello antichissimo dell’eroe liberatore che sopraggiunge a liberare il sognante dai pericoli di un essere mostruoso.

Le esperienze oniriche nelle quali emergevano questi elementi archetipici gli mostrarono, altresì, che tali forme non erano statiche; gli archetipi sembravano presentarsi come fattori dinamici che si manifestavano sotto forma di impulsi istintivi, dotati però di una loro specifica energia.

Jung chiamò intuizione la percezione istintuale, ossia la percezione cosciente di questi contenuti energetici degli archetipi che, altrimenti, sarebbero stati spesi, ad esempio, nell’automatismo di un gesto istintuale.

E’ attraverso l’intuizione di queste immagini archetipiche che possiamo completare la dinamica dell’individuazione, ossia integrare l’inconscio alla coscienza e rendere ognuno di noi quel preciso, unico e indivisibile soggetto che in fondo già siamo in potenza.

Così si esprime Jung in una conferenza del 1933 a proposito del processo dell’individuazione fornito dai trionfi dei tarocchi:

….il simbolo del sole o il simbolo dell’uomo appeso per i piedi, o la torre colpita dal fulmine, o la ruota della fortuna, e così via, sono una sorta di idee archetipiche, di natura differenziata, che si mescolano ai componenti ordinari del flusso dell’inconscio, e perciò adatto ad un metodo intuitivo che ha lo scopo di comprendere il flusso della vita, forse anche predire eventi futuri, eventi che si presentano alla lettura delle condizioni del momento presente. É in tal modo analogo all’ I Ching, il metodo divinatorio cinese che permette quanto meno una lettura della condizione presente. Vedete, l’uomo sempre ha sentito la necessità di trovare un accesso attraverso l’inconscio al significato di una condizione presente, perché c’è una sorta di corrispondenza o somiglianza fra la condizione prevalente e la condizione dell’inconscio collettivo”.

Le figure dei tarocchi rappresenterebbero, dunque, il codice segreto attraverso cui si manifestano i messaggi archetipici dell’inconscio universale. E come se le carte, attraverso le immagini, parlassero il linguaggio dell’inconscio. Decifrare questo codice equivarrebbe allora a trovare la chiave per aprire la porta dell’interiorità più nascosta alla nostra coscienza.

Ma, gli archetipi del linguaggio dell’inconscio, lo sappiamo, sono oscuri, enigmatici, allusivi ad altro, e così anche le immagini delle carte, suoi simboli, sono di difficile decifrazione, rinviano a tanti significati ed è come se fossero coperte da un velo di nebbia che impedisce di vedere chiaramente dentro questo universo. Per spazzare via questa nebbia, potremmo far uso, come ci esorta Jung, del metodo intuitivo, ovverosia prendere coscienza dell’energia veicolata dalle immagini nel momento stesso in cui le mettiamo sotto gli occhi.

In questo modo, assegnando un particolare significato alle immagini dei tarocchi che sono specchi degli archetipi dell’inconscio, si entrerebbe in contatto con il nostro io più profondo, accorciando la distanza tra coscienza e inconscio ed accelerando quel processo di individuazione che ci rende soggetti unici e indivisibili.

Secondo questa prospettiva possiamo allora dire che:

  • Non esiste un significato oggettivo delle carte. Esistono soltanto delle interpretazioni soggettive che nascono dall’intuizione di ciò che si sta esplorando in quel determinato momento. “ E’ fondamentale lasciar parlare gli Arcani” dice A.Jodorowsky in “La via dei tarocchi”.
  • Le immagini delle carte, veicolando i messaggi archetipici dell’inconscio, ci possono aiutare a “ comprendere il flusso della vita”. Rappresentano, pertanto, valori dello spirito, dell’anima, di tutto ciò che attiene al temperamento, alla personalità del soggetto più che alla persona.
  • Le carte sono uno strumento che permette di integrare inconscio e coscienza facendo del soggetto un essere uno e unico.

Mi sia consentito dissentire per le seguenti ragioni:

  • Le carte hanno un significato oggettivo, ed è quello che gli è stato impresso, come cera, dal loro ideatore, il quale utilizzò ovviamente la simbologia e l’iconografia della tradizione a lui contemporanea, facilmente comprensibile da chiunque avesse posato lo sguardo sul suo lavoro perché quel mondo, segnato dall’analfabetismo, era un mondo di immagini che, più della parola, aveva un potere evocativo e memoriale. Se il Traditore è appeso per un piede è perché in questo modo si usava dipingere i traditori sulle facciate dei palazzi comunali, e se la Giustizia ha la spada e la bilancia è perché già Giotto la scolpiva con tali attributi ad indicare lo strumento della punizione e l’equilibrio del giudizio, ed erano immagini così familiari che al giocatore bastava un’occhiata per sapere quale carta avesse un significato più potente di un’altra e quindi nel giuoco un valore di presa maggiore (Significato dei trionfi).
  • Le immagini rappresentano valori morali e questi non hanno niente a che fare con l’anima e con tutto ciò che non riguarda la coscienza. I ventidue trionfi sono ordinati dal primo all’ultimo secondo una sequenza crescente di virtù morali e intellettuali da conquistare. Il Papa non è, come leggo da qualche parte “l’interno di noi che spesso rifiutiamo di ascoltare perché le nostre attenzioni sono rivolte verso gli aspetti materiali della realtà che ci circonda, nella quale ci sentiamo troppo immersi e che ci fa perdere di vista il vero senso della vita”, insomma una figura anonima che prorompe dal nostro interno, ma è il Papa e basta, una delle due autorità fondamentali della società medievale e rinascimentale, e in quanto tale, rappresenta l’autorità della Fede. E in quella società, l‘Amore è l’idea chiara e distinta che amare non è voler bene a un altro, ma “volere il bene di un altro”come afferma Tommaso d’Aquino(Summa I-II, 26, 4), un’idea morale e non una passione irragionevole dell’anima.
  • Il percorso tracciato dai tarocchi che aiuta ad acquisire la propria unità ed unicità richiede intelletto e volontà, con l’intelletto che ordina e la volontà che esegue, e tutto si svolge alla luce del sole della coscienza e non tra le pieghe dell’inconscio nel tentativo di avvicinare quest’ultimo alla coscienza.

Un’interpretazione plausibile dei tarocchi non può prescindere dalla conoscenza della loro origine e della loro storia evolutiva. Affidarsi a Jung, che conosceva a malapena i tarocchi attraverso le argomentazioni degli esoteristi del suo tempo, in particolare di Papus (Cartomanzia), non è la strada maestra.

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