Il Tarocchino bolognese

Il Tarocchino bolognese non è altro che un mazzo di tarocchi ridotto a 62 carte, con l’eliminazione delle carte numerali dal 2 al 5 di ciascun seme. Ogni seme ha dunque 10 carte e non 14 come nei tarocchi tradizionali. Se alle 40 carte numerali aggiungiamo i classici 22 trionfi otteniamo questo mazzo ridotto, detto, appunto, Tarocchino, nome che resterà in uso fino all’Ottocento.

La riduzione è probabilmente degli inizi del Cinquecento quando si diffuse la pratica di giocare con mazzi ridotti, non solo in Italia, ma anche in Francia e Spagna.

Per i mazzi normali di 52 carte, esempi italiani di riduzione sono il gioco veneziano della Trappola giocato con 36 carte con l’omissione di 16 carte ( dal 3 al 6 di ciascun seme), e la Primiera bolognese di 40 carte con l’omissione di 12 carte ( dall’8 al 10 di ciascun seme), gioco celebrato dal poeta fiorentino Francesco Berni nel suo Capitolo del Gioco della Primiera del 1526. In Francia il Piquet, menzionato nel 1532 da Rabelais nel suo Gargantua, inizialmente giocato con 36 carte e poi ulteriormente ridotto a 32 con l’omissione delle carte dal 2 al 6.

Nei Tarocchi, tale riduzione, tesa ad aumentare il rapporto tra il numero dei trionfi e quello delle carte dei quattro semi, si concretizzò nel Tarocchino bolognese diminuendo il numero delle carte numerali; nelle Minchiate fiorentine ( Le Minchiate)  aumentando quello dei trionfi.

Dal momento che il tarocchino è figlio della tradizione bolognese dei tarocchi, parlerò dapprima di questa e poi del tarocchino suddetto e della sua successiva evoluzione.

Dai Tarocchi al Tarocchino

Bologna, insieme a Milano, Ferrara e Firenze, fu uno dei centri in cui la pratica del gioco delle carte ebbe un’ampia diffusione. Basti pensare che già nel 1394 una delibera comunale ne proibiva il gioco in prossimità dei bagni termali della Porretta: ” Che niuno ardisca …. giocare a dadi o carte, o ad altro giuoco di biscacceria, sotto pena di lire cinque“( S. Muzzi. Annali della città di Bologna. Tomo terzo. Bologna 1841. pg.578).

Per quanto riguarda i tarocchi, la loro presenza a Bologna risale al 1442 e concerne la fornitura di un mazzo di trionfi alla corte ferrarese; un successivo dato certo è del 1459, quando un mercante, oggetto di una rapina, venne a perdere, tra i vari oggetti personali, anche un mazzo di tarocchi. Qualche studioso sostiene una loro presenza molto più antica arrivando ad affermare che spetti a Bologna la stessa invenzione dei tarocchi, basandosi in particolare su un ritratto, una volta conservato a palazzo Felicini e poi misteriosamente scomparso.

E’ un ritratto, della seconda metà del Seicento, del principe Francesco Antelminelli Castracani Fibbia (1360-1419), discendente del più famoso condottiero Castruccio Castracani. Una legenda posta sotto il quadro attribuisce al principe ritratto l’invenzione del gioco del tarocchino di Bologna. Se la cosa è impossibile, dal momento che il tarocchino è una variante cinquecentesca del tarocco, si potrebbe pensare a una “svista” dell’incisore e che il principe fosse stato l’inventore non del tarocchino, ma dei tarocchi. Non entro nel merito della questione tutt’ora dibattuta; per chi volesse approfondire l’argomento rinvio all’esauriente e documentato testo di A. Vitali (Vitali- Zanetti. Il tarocchino di Bologna. Edizione Martina. Bologna. 2005).

Sappiamo che nel 1477 a Bologna venivano prodotti tarocchi, come si desume dalla grossa fornitura di carte e trionfi richiesta dal riminese Roberto Blanchelli.

Tuttavia, di tutta la produzione quattrocentesca bolognese ci sono pervenuti unicamente 2 fogli, da matrici di legno, contenenti ciascuno sei carte, parti di uno stesso mazzo. Il primo ( a sx in fig.), conservato presso l’ Ecole des Beaux Arts di Parigi, mostra il Sole, il Mondo, l’Appeso, la Ruota, l’Angelo e l’Eremita. L’altro ( a dx), attualmente alla collezione Rothschild del Louvre, la Torre, la Stella, la Luna, il Diavolo, il Carro e la Morte.

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Del secolo successivo ci è pervenuta una sola carta, una variante del Diavolo, conservata al British Museum, che riporta sul dorso, in basso, il nome del fabbricante M.Agnolo Hebreo, e l’iscrizione “CHA PERSE SE GRATA EL CULLO” ( Chi ha perso si gratta il culo). Si noterà, ad eccezione di qualche dettaglio, che il disegno del Diavolo è del tutto somigliante al corrispondente del foglio Rothschild.

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Il Tarocchino 

Abbiamo detto che la riduzione del tarocco a tarocchino avvenne, molto probabilmente, agli inizi del Cinquecento, e la carta del Diavolo di Agnolo Hebreo dovrebbe figurare tra i trionfi di questo mazzo ridotto.

Nel Seicento abbiamo un mazzo quasi completo di tarocchino conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Sono 57 carte su 62 (mancano le carte di Bastoni dal 6 al 10). Sul 10 di Denari c’è l’iscrizione: “CARTE FINE DALLA TORRE IN BOLOGNA“.

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I disegni, ad eccezione del Diavolo e di piccoli dettagli, riprendono in modo impressionante quelli del tarocco quattrocentesco, a testimonianza di una stabile continuità figurativa.

Faccio notare nei semi di Coppe e Denari la presenza delle Fantesche (la coppia a sx nella fila centrale), figure femminili al posto dei classici fanti maschili, pratica analoga a quella delle Minchiate fiorentine, a conferma della vicinanza delle due tradizioni.

Inoltre, le quattro figure – Papa, Papessa, Imp.re e Imp.ce – ( fig sx), note a Bologna come “Papi” per avere nel gioco lo stesso valore, sono nel disegno chiaramente distinti uno dall’altro.

I Trionfi non sono numerati e non hanno iscrizioni per il rango delle figure.

Il Tarocchino Mitelli

Oltre a questo mazzo mazzo incompleto abbiamo un esemplare completo di Tarocchino, il più antico che ci sia pervenuto, ed è quello non standard dell’incisore bolognese Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718), figlio del più noto Agostino. Il mazzo di 62 carte apparve, tra il 1663 e i 1669, in un libro dedicato a Filippo Bentivoglio, dal titolo “Giuoco di carte con nuova forma di tarocchini. Intaglio in rame di Gioseppe Maria Mitelli“.

Lo stemma dei Bentivoglio (la sega in particolare) è sull’Asso di Coppe. Le carte che mancano non sono quelle dal 2 al 5 di ogni seme, ma dal 7 al 10.Troviamo le fantesche nei semi di Coppe e Denari, e i quattro Papi sono ben distinguibili uno dall’altro (in fig alcuni trionfi con i quattro Papi nella fila sottostante). Come per il tarocchino seicentesco di cui sopra, anche nel tarocchino Mitelli i trionfi non sono numerati e non hanno iscrizioni.

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Ordine dei Trionfi 

Per ottenere una lista ordinata dei Trionfi del tarocchino bolognese ci sono d’aiuto alcuni manoscritti conservati presso l’Università bolognese. Uno di essi (Ms 3937 Caps 102.33) è un anonimo sonetto satirico contro l’ungherese Imre Thokoly (1657-1705), il quale, come principe d’Ungheria, aveva partecipato all’assedio di Vienna del 1682 accanto ai turchi, riportando una bruciante sconfitta. Riporto integralmente il sonetto dal titolo: “Li Trionfi de’ Tarochini sopra il Techeli Ribelle dell’Imperatore“, databile presumibilmente nel periodo 1680-90.

Angel d’inferno sei Michel, che al Mondo
Tentasti d’Austria il Sol vendere nero,
Tu la Luna Ottomana, astro che immondo,
Suscitasti fellon contro l’Impero.
Stella d’onor della Saetta il pondo,
Qual Demonio infernal scoccasti invero,
Con influsso di Morte il brando a tondo
Girasti Traditor, Vecchio severo.
La Ruota alla Fortuna arpia superba
con la Forza inchiodar speravi affatto,
Di te Giusta vendetta il Dio ti serba.
Tempra l’ardir, trattien il Carro, e ratto
Lascia d’Amor d’Imper la voglia acerba,
Ne il Papa tien qual Bagattin, o Matto.

C’è un solo Papa, come a dire che ne basta uno per designarli tutt’e quattro, dal momento che nel gioco avevano lo stesso valore.

L’ordine, che è ragionevole pensare sia stato sempre questo fin dall’introduzione del gioco, è il seguente, a parte il Matto:

Bagatto, Papa1, Papa2, Papa3, Papa4, Amore, Carro, Temperanza, Giustizia, Forza, Ruota della Fortuna, Vecchio (Eremita), Traditore (Appeso), Morte, Demonio, Saetta (Torre), Stella, Luna, Sole, Mondo, Angelo.

Si noterà che l’ultima carta è l’Angelo o Giudizio Universale, e le tre virtù consecutive (Temperanza, Giustizia, Forza) seguono il Carro. Queste sono caratteristiche appartenenti unicamente all’ordine bolognese: se un mazzo di tarocchi ha come ultima carta l’Angelo e le tre virtù che seguono il Carro, siamo sicuri che è un mazzo della tradizione bolognese.

Se fossero stati apposti i numeri, La Morte avrebbe avuto il numero 14 invece del classico 13. I fabbricanti di carte bolognesi, i quali soltanto nel 1770 si adeguarono alla pratica di numerare i trionfi già da tempo adottata altrove, per scongiurare l’inconveniente del numero 14 che avrebbe avuto la Morte, partirono col numero 5 assegnato all’Amore. Però, così facendo, si accorsero che, continuando la numerazione, l’ultima carta (l’Angelo) avrebbe avuto il numero 20, e non il classico 21. Si fermarono allora alla Stella con il numero 16, lasciando senza numeri i cinque trionfi precedenti  (dal Bagatto al Papa4) e i quattro seguenti ( dalla Luna all’Angelo).

La numerazione è, dunque, la seguente:

Bagatto, Papa, Papa, Papa, Papa, Amore (V), Carro(VI), Temperanza(VII), Giustizia(VIII), Forza(IX), Ruota della Fortuna(X), Vecchio (XI), Traditore (XII), Morte(XIII), Demonio(XIV), Saetta (XV), Stella(XVI), Luna , Sole, Mondo, Angelo.

I Papi diventano “Mori”

Nel 1725 un episodio, per molti aspetti curioso, portò a un notevole cambiamento nei soggetti dei trionfi.

Il canonico della chiesa di S. Michele dei Leprosetti a Bologna, tale Luigi Montieri, nell’agosto di quell’anno diede alle stampe un libretto dal titolo L’utile col diletto, o sia Geografia intrecciata nel giuoco de tarocchi con le insegne degli illustrissimi ed eccelsi Signori Gonfalonieri ed Anziani di Bologna dal 1670, sino al 1725 (Bologna, G.B. Bianchi), accompagnato da un mazzo di tarocchino.

L’opera, dedicata al marchese Giovan Paolo Pepoli, si proponeva, secondo una moda ormai consolidata, non solamente di divertire col gioco, “ma istruire ancora nel tempo stesso in qualche o arte, o scienza i Giuocatori” , in questo caso la geografia.

Delle 62 carte che costituivano il mazzo, i 22 Trionfi recavano, infatti,  notizie geografiche sull’Europa e sul resto del mondo. Nelle restanti 40, invece, erano rappresentate le insegne delle nobili famiglie bolognesi.

Bologna, a quel tempo, faceva ancora parte dello Stato pontificio, e quando il mazzo fu sottoposto all’attenzione dell’autorità papale, il cardinale legato di Bologna Tommaso Ruffo emanò un bando contro le carte e il libretto di Montieri, «ripiene non meno l’une, che l’altro di mille irregolarità vane, ed improprie idee, degne del più esemplare castigo, come altresì di darle alle fiamme, e di proibirne affatto l’uso, e il commercio» (Arch. di Stato di Bologna).

Tutto questo perchè nel ventunesimo Trionfo, corrispondente alla carta del Matto, dove erano elencate le diverse forme di governo degli Stati europei, Bologna figurava come governo misto, una forma di governo che palesemente diminuiva la sovranità papale sulla città felsinea.

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Se questa era la vera ragione del provvedimento giudiziario, l’astuto cardinale Ruffo finse però di essersi scandalizzato per un aspetto totalmente diverso, e ordinò “che nel Gioco dei Tarocchi fossero sostituiti ai 4 Papi 4 Mori” ( probabilmente secondo l’uso in atto nei Trionfi romaneschi). E così fu fatto: nelle copie, scampate alla scomunica, compaiono, infatti, “Moretti” al posto dei Papi, e fu questa l’unica variazione apportata perché nella carta del Matto Bologna ha ancora un governo misto.

Da allora i fabbricanti di carte di Bologna sostituirono i Mori ai Papi, e questo ci permette di stabilire se un mazzo di Tarocchino è anteriore o posteriore al 1725; basta vedere se contiene Papi o Mori.

Di lì a qualche decennio le Fantesche di Coppe e Denari diventeranno Fanti, un cambiamento attestato nei primi resoconti a stampa del gioco del tarocchino. Qualche decennio più tardi, intorno al 1770, i bolognesi furono i primi  a far sì che le carte contenenti le figure, gli Assi e i Trionfi, compreso il Matto, diventassero a due teste. Subito dopo apposero i numeri sui Trionfi: come abbiamo detto, dal 5 al 16 (dall’Amore alla Stella).

Possiamo riassumere la storia del tarocco bolognese nei seguenti termini:

  1. Bologna fu sin dall’inizio uno dei centri più attivi nella produzione e pratica del gioco della carte e dei tarocchi. La differenza con le altre aree geografiche consisteva, per quanto riguarda i tarocchi, nell’assegnare ai quattro Papi lo stesso valore ( se due o più di essi erano giocati nella stessa presa, quello giocato per ultimo batteva gli altri), pur essendo nel disegno distinti uno dall’altro. In comune con la tradizione fiorentina, c’era poi la consuetudine di assegnare alle figure più in basso di Coppe e Denari la forma femminile, le cosiddette Fantesche. Di tutto il Quattrocento ci restano unicamente due fogli incompleti di trionfi conservati a Parigi.
  2. Nei primi decenni del Cinquecento, seguendo la moda del tempo, i bolognesi tolsero dal tarocco le carte dal 2 al 5 di ogni seme. Le 40 carte risultanti (56-16) aggiunte ai 22 Trionfi andarono a formare il mazzo ridotto che venne chiamato “tarocchino“. Le 40 carte avevano, in tal modo, lo stesso numero del classico gioco della Primiera bolognese ( con l’omissione dalle 52 di 8, 9, 10 di ciascun seme). Del Cinquecento abbiamo soltanto una carta: la versione del Diavolo di un fabbricante, tale Agnolo Hebreo, che richiama il tarocco precedente.
  3. Nel Seicento abbiamo un mazzo incompleto di un fabbricante bolognese che si firmava “alla Torre in Bologna”, conservato a Parigi, e un mazzo completo, non standard, a firma dell’incisore Giuseppe Maria Mitelli. Alcune fonti documentarie della seconda metà di quel secolo ci permettono di risalire all’ordine dei Trionfi che deve essere stato lo stesso sin dall’inizio: l’ultima carta non è il Mondo, ma l’Angelo, e le tre virtù consecutive seguono direttamente il Carro.
  4. Nel 1725, a seguito dell’affare Montieri, i 4 Papi diventano 4 Mori. Intorno al 1740/50 le Fantesche di Coppe e Denari diventano Fanti maschili. Un paio di decenni dopo, i bolognesi, per primi, trasformano a due teste tutte le figure e gli Assi. Poco tempo dopo tale innovazione, appongono i numeri sui Trionfi, dal 5 al 16 (dall’Amore alla Stella), lasciando i restanti senza numeri.

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