Il Papa

Nel più antico mazzo di Tarocchi a noi pervenuto, quello cosiddetto Visconti-Modrone,  c’è  il seguente Trionfo

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Sullo sfondo punzonato d’oro, una donna, intronata e vestita d’oro e d’ermellino, indica con la mano destra un calice sormontato dall’ostia sacra, e con la sinistra impugna la croce. Ai suoi piedi è sottomesso un re con una corona d’oro sul capo, a testimoniare che il potere spirituale domina quello temporale .

La carta non ha iscrizioni né numero d’ordine, ma rappresenta inequivocabilmente la Fede: il calice con l’ostia, e la croce, sono infatti simboli ricorrenti di tale rappresentazione.

Li troviamo già nel 1330 nella formella di bronzo della porta sud del Battistero di Firenze, su disegno di Andrea Pisano

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E ancora nell’Allegoria del Buon Governo del Palazzo Pubblico di Siena, opera di Ambrogio Lorenzetti del 1338-39. Al di sopra del Comune di Siena, rappresentato dal monarca in maestà, c’è ad ispirarlo e proteggerlo la Fede alata che sostiene tra le mani un calice e la croce.

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Nella decorazione del fonte battesimale del Battistero di Siena troviamo il calice nella mano della Fede bronzea di Donatello del 1427/29

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Utilizzerà la croce e il calice consacrato anche l’anonimo esecutore dei cosiddetti “Tarocchi del Mantegna” (I tarocchi del Mantegna)

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Troviamo gli stessi simboli nella Fede dipinta da Piero del Pollaiolo intorno al 1470, oggi agli Uffizi a Firenze. Qui l’ostia è sostituita dalla patena destinata ad accoglierla.

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Ne farà uso Raffaello nella Fede del 1507, oggi alla Pinacoteca Vaticana di Roma

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La tavola, in monocromo, con altre due tavolette (la Carità e la Speranza), fa parte della predella della smembrata Pala Baglioni che si trovava nella Chiesa di San Francesco al Parto, a Perugia, e che fu commissionata a Raffaello da Atalanta Baglioni per la cappella di famiglia in memoria del figlio Grifonetto, assassinato nel 1500.

Qui manca la croce sostituita dalle iscrizioni recate dai due putti. In quella di destra si legge la classica IHS, Jesus Hominum Salvator; nella sinistra, l’altrettanto classica CHP (c,h,r) ossia le lettere iniziali di Christos, il nome greco di Cristo.

Sono di nuovo presenti nell’Allegoria della Fede di Moretto da Brescia (Alessandro Bonvicini), un dipinto del 1550 circa, attualmente all’Hermitage di San Pietroburgo

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Insomma, non ci sono dubbi che l’anonimo inventore del mazzo Visconti- Modrone volesse in questa carta rappresentare la Fede.

Ma di quale fede si tratta? Dell’adesione a una verità che supera ogni capacità della ragione umana, come il credere alla Trinità divina e all’Eucarestia, oppure a una verità che possiamo raggiungere col solo lume della ragione naturale, come l’esistenza di Dio, la sua unicità, onnipotenza, sapienza e simili verità?

Mostrandoci il calice e l’ostia consacrata, l’ideatore ci parla, ovviamente, dell’Eucarestia, e la Fede a cui fa riferimento è allora quella che va al di là di qualsiasi ragionamento che l’uomo possa fare.  Che nell’Eucarestia avvenga un cambio totale delle sostanze pane e vino nel corpo e sangue di Cristo, mentre gli “accidenti” o proprietà inerenti al pane e al vino rimangono, è un fatto che sfugge a qualsiasi indagine razionale, va al di là della natura dove la separabilità della sostanza dagli accidenti è impossibile, com’è impossibile separare il calore dall’acqua calda.

Lo stesso discorso vale per la verità trinitaria. Pensare a Dio uno e trino è un concetto che oltrepassa la ragione naturale dell’uomo. Il suo fondamento, al pari del mistero eucaristico, è soltanto nella fede nella Rivelazione.

Non è un caso che Ambrogio Lorenzetti, il quale nell’Allegoria del Buon Governo di Siena ci mostra la verità eucaristica con l’angelo svolazzante con calice e croce tra le mani, qualche anno prima, nel 1335, ci testimoniava la fede trinitaria  in una delle sue Maestà.

Nel dipinto, a tempera e oro su tavola, conservato nel Museo di Arte sacra di Massa Marittima, la Fede è ai piedi del trono, seduta sul gradino più basso dove c’è l’iscrizione FIDES. Sembrerebbe in posizione inferiore rispetto alla Speranza e alla Carità che occupano i gradini superiori, ma non è così, per il semplice fatto che la Fede è il fondamento dell’edificio ecclesiale. E’ vestita di bianco ad indicare la purezza della sua natura e tiene tra le mani una tavoletta raffigurante appunto la Trinità.

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Fin qui abbiamo cercato di dimostrare che nella testa dell’ideatore di questo primordiale mazzo di tarocchi, la carta in questione rappresentava la Fede e quella particolare Fede che non ha bisogno del sostegno della ragione per essere rafforzata. Una fede, come a dire, apostolica, che fa della parola di Dio una certezza che non ha bisogno d’altro, e che tutti possiamo possedere.

In altri termini, la carta allude all’autorità interna della Chiesa, piuttosto che al suo rappresentante sulla terra, al Papa, come avverrà nei mazzi immediatamente successivi. Siamo alle prese con la forma ancora embrionale di quella che diventerà la scala mistica dei tarocchi, su un piano non del tutto ancorato alla realtà umana, come se l’ideatore avesse voluto dirci che nel suo mondo c’era posto per l’uomo, per l’imperatore e per i signori della corte, ma il posto principale spettava alla Chiesa, alla sua dottrina e autorità. Il posto principale era occupato da Dio.

Più che alla scala morale e spirituale che l’uomo deve salire per sentirsi degno di sé e di Dio,  le argomentazioni che abbiamo esposto ci portano allora a dire che l’ideatore dei Visconti-Modrone pensasse non tanto a questo, ma dove appoggiare la scala stessa. Il suo impegno sembra essere stato quello di preparare la scena, di affermare che il suo tempo è il tempo del trionfo della fede cristiana, di una fede che si autoconferma, fondata prevalentemente sui misteri dell’Eucarestia e della Trinità, sulle verità insondabili all’uomo.

La scala mistica, dove l’uomo è il soggetto principale, cosa che avverrà già in forma quasi compiuta nel mazzo Visconti-Sforza,  troverà attuazione quando a questa concezione si sostituirà quella in cui la fede è sostenuta dalla ragione umana che ne mostra i preamboli, quali l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima, ne spiega mediante esempi ed illustrazioni le verità, e respinge le obiezioni che si sollevano contro di essa. A quel punto fede e ragione saranno un tutt’uno, e la Fede del nostro mazzo di carte assumerà le vesti terrene del Papa dei mazzi successivi.

In tal senso, la rappresentazione più significativa, è quella della Fede giottesca della padovana Cappella degli Scrovegni

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Le pitture in monocromo, come finti bassorilievi, (oltre la Fede e le altre virtù teologali e cardinali abbiamo anche i loro contrari nel male) decorano la fascia inferiore delle pareti. Simboleggiano il percorso verso la beatitudine rappresentata dal Giudizio Universale dell’abside, che l’uomo compie aiutato dalle virtù, su un lato, contro i pericoli dei vizi, sull’altro. Già in tale prospettiva è evidente il ruolo fondamentale assegnato alla ragione umana, alla volontà dell’uomo di arrivare a Dio.

La Fede si erge in tutta la sua maestosa figura su una roccia, allusione a Pietro e al Papa quale prima pietra posta per la costruzione della Chiesa; sorregge con la mano sinistra un cartiglio con le verità rivelate, di cui il Papa è portavoce e garante terreno; nella mano destra sostiene la croce della redenzione dell’uomo, e alla cintura tiene la chiave del regno dei Cieli, simbolo dell’autorità papale. Le vesti sono lacerate in alcune parti a denotare, molto probabilmente, i colpi inferti alla Chiesa dalle eresie (ai tempi di Giotto l’eresia gnostica dei catari non era ancora stata debellata), e la statuetta schiacciata insieme alle false scritture indica la vittoria cristiana sul paganesimo.

Ma, migliore del mio commento, è certamente quello che Giotto stesso dipinse al di sotto delle immagini a spiegazione delle stesse. Molte delle iscrizioni sono andate perdute. Quella, frammentaria della Fede, recita:  “Figurata e ieratica si presenta all’uomo. Indiscussa la fede……della quale tuttavia è potente l’aspetto tangibile con la prova fornita dalla ragione. Ha riunito e sottomesso con potenza gli idoli, è coronata e posta solidamente sopra la roccia, rafforzata dal consenso degli uomini e degli angeli, è mirabilmente giusta e perfetta”.

La bellissima Fede giottesca sostenuta dalla ragione umana (…della quale tuttavia è potente l’aspetto tangibile con la prova fornita dalla ragione), si riverberà nella figura terrena del Papa. Nel mazzo ferrarese dei “Tarocchi d’Este“ (I tarocchi ferraresi)  sostiene ancora il calice consacrato

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ma già nei Visconti-Sforza si presenta soltanto con la croce e nell’atto benedicente. Quest’immagine  costituirà un modello che nel tempo subirà  soltanto piccole e insignificanti varianti.

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Il Papa dei tarocchi rappresenta, dunque, la Fede. Non tanto quella dei Visconti-Modrone che sembra poter fare a meno della ragione umana, o piegarla ai suoi scopi, ma quella dei mazzi seguenti in cui fede e ragione lavorano per lo stesso obiettivo, il raggiungimento della verità assoluta. Non c’è più unicamente l’antica Fede onnicomprensiva che scende dall’alto e illumina l’uomo; ora c’è anche l’uomo che col lume della ragione aggiunge luce a luce. E’ l’uomo dell’umanesimo civile che assorbe le novità dei rapporti tra fede e ragione della filosofia cristiana di Tommaso d’Aquino, e che attraverso il suo agire conferma sulla terra la Gerusalemme celeste.

La figura della Fede/Papa, nell’allegoria della scala verso il cielo, significa proprio questo. Nel corso dell’esistenza umana, la strada della salvezza è assicurata a coloro che non solo confermeranno intellettualmente la fede, ma sapranno anche esserne testimoni attivi sia sul piano morale che sociale.

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