Il Matto

Non si dimentichi mai che i Tarocchi sono un mazzo per giocare a carte.  Per questo, molto probabilmente, il Matto non faceva parte della sequenza primordiale dei Trionfi e fu la pratica del gioco a richiederne l’introduzione.

Infatti, nel gioco dei Tarocchi vige la regola che un giocatore deve rispondere allo stesso seme, se può, altrimenti giocare un trionfo, cioè una briscola. Questo significa che se la prima carta, è, ad esempio, una carta di spade, deve rispondere con una carta di spade, se ne è in possesso, altrimenti, giocare un trionfo; se la prima carta è un trionfo deve rispondere con un trionfo.

In questo modo, in alcune prese si corre ovviamente il rischio di giocare un trionfo, una briscola, per assicurarsi carte di nessun valore di punteggio. Se, ad esempio, in una presa, il primo giocatore cala un quattro di Bastoni, il successivo un sette, un altro un nove, sempre di Bastoni, l’ultimo giocatore, in assenza di carte di Bastoni, è costretto a giocare un Trionfo, aggiudicandosi la presa che però non gli frutta alcun punteggio ( le carte che valgono punti sono le figure, il Bagatto, il Mondo e l’Angelo).

Si pensò allora all’introduzione di una carta che potesse scongiurare un inconveniente del genere.

Il giocatore a cui apparteneva avrebbe evitato di giocare inutilmente un trionfo mettendola sul tavolo, ma riprendendola immediatamente e conservandola tra le carte già vinte. Al giocatore che si aggiudicava la presa, cioè quello, che nel nostro esempio, aveva calato il nove di Bastoni, dava in cambio una carta qualsiasi prelevata da quelle già prese.

Insomma, questa carta non aveva il potere di fare prese, ma non poteva neanche essere presa. Chi ne era in possesso, all’atto della distribuzione delle carte, era sicuro che sarebbe rimasta sua, utilizzata unicamente per non sciupare una briscola.

Una carta, dunque, del tutto particolare e così diversa dalle altre da essere numerata con lo zero (0), quando entrò in uso la pratica di numerare i Trionfi, e alla quale, per rimarcarne l’importanza, si finì, per assegnare lo stesso valore di punteggio degli altri Trionfi, come il Mondo, l’Angelo e  il Bagatto.

Occorreva, dunque, rappresentare una carta particolare, del tutto estranea alla regola generale del gioco. Il disegno più naturale con cui rappresentare una carta del genere fu ovviamente quello del Matto, di colui che nella vita è fuori di qualsiasi regola, estraneo alle regole generali imposte dalla società.

Nell’articolo “Il significato dei trionfi” ho scritto:

Al di fuori della scala c’è il Matto, con il numero 0. Il Matto non è, secondo l’interpretazione più ricorrente, colui che, difettandogli la ragione, non è in grado di comprendere le verità rivelate e di accostarsi alla fede, e la cui insensatezza porterà alla rovina la sua anima.

Il Matto, a mio giudizio, è ognuno di noi, ogni uomo nella sua natura follemente molteplice, immerso nella sua indeterminatezza, ogni uomo che ha perso l’unità con se stesso, dalle mille sfaccettature, disordinato e in netto contrasto con l’ordine naturale circostante.

Per ricostruire un’autentica natura umana, una vera soggettività, quest’uomo non può che avere come modello l’Essere unico, eternamente identico a sé che è Dio. La sua deve essere una rinascita morale che ha come fine la beatitudine celeste, un percorso terreno che conduce alla vita eterna.

In altri termini, quando questa carta venne aggiunta alle altre nel “Gioco dei Trionfi“, il folle non era colui che aveva perso la ragione e che, in termini moderni, avrebbe attraversato la psicanalisi, insomma l’alienato dalla realtà privo del libero arbitrio, ma piuttosto, l’essere irragionevole, una persona che usa la ragione in modo improprio e si allontana così da se stesso e dagli altri.

Nella società che vide la nascita dei Tarocchi (ma anche nella nostra!) , il folle è il tassello fuori posto, imprigionato nella sua natura terrena, condotto nei suoi scopi da una folle spinta irrazionale alla ricerca di qualcosa che non potrà mai saziarlo completamente, e in tal senso il Matto è ognuno di noi.

Per ritrovare un’unità con se stesso, quest’uomo deve guardarsi dentro per svelare l’ipocrisia della sua folle irrazionalità e diventare veramente “folle”, quello che nel Quattrocento era il “folle superiore” elogiato da Erasmo da Rotterdam, o il francescano “folle di Dio” che fa della fede  e delle virtù evangeliche un esercizio di vita.

E’ questa la figura del Matto dei Tarocchi: l’uomo irragionevole che si mette in cammino per conquistare un’autentica natura razionale, vero uomo, servo di una folle ragione, giullare di Dio.

Quando quest’uomo si guarderà dentro e simile a un un giocoliere smaschererà l’apparenza della sua vita osservando la propria irragionevolezza come in uno specchio, solo allora avrà compiuto il primo tratto di strada e sarà il nostro Bagatto che col numero 1 mette il piede sul primo gradino della scala che lo porterà alla fine ad essere compiutamente un uomo.

Concludo con un’osservazione. Leggo da più parti e sempre più spesso che il Matto rappresenti una sorta di energia spirituale che permette di affacciarsi alla vita di nuovo per ricrearla da principio, e così il numero 0 con cui inizia la scala trionfale, una volta fatto il cammino, ci proietterebbe  in un nuovo inizio.

Non è così. La scala trionfale non si percorre ciclicamente, ma ha un inizio e una fine. L’inizio è il Matto irragionevole. La fine è il Mondo, l’unità razionale e spirituale con il Dio cristiano o con un più laico Sommo Bene.

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