I Tarocchi Visconti-Modrone

E’ il mazzo più antico in nostro possesso, e quindi fondamentale per comprendere il primitivo simbolismo dei trionfi e la sua probabile evoluzione.

Così denominato dal nome del suo precedente possessore, e attualmente conservato alla Beinecke Library dell’Università di Yale, si compone di 67 carte, suddivise in 11 Tionfi e 56 carte dei quattro semi.

In virtù delle carte dei semi a noi pervenute, si desume che il mazzo originario, invece delle 56,  ne contenesse 64, poiché tra le figure compaiono Re e Regina, Cavaliere e Dama, Fante e Fantina. In tutto 24 figure (6 per ogni seme), che aggiunte alle 40 carte numerali formavano il numero di 64.

Negli 11 Trionfi compare la Forza, ed è presumibile, allora, che fossero presenti anche le altre tre virtù cardinali – Giustizia, Prudenza, Temperanza -, per cui originariamente si aveva a che fare probabilmente con 14 Trionfi, i quali, aggiunti alle 64 carte dei semi andavano a formare il classico mazzo di 78 carte del gioco dei Trionfi, seppure distribuite in modo diverso.

In ciascun seme, tutte le figure portano vestiti con gli stessi disegni che sono emblemi araldici dei Visconti, nelle Coppe e Denari, e degli Sforza nelle Spade e Bastoni, quali il ramo di cotogno e la fontana.

Il seme di Denari presenta il fiorino d’oro coniato sotto il ducato di Filippo Maria Visconti, l’ultimo della dinastia viscontea milanese, che salì al potere nel 1412 e morì nel 1447. Le carte sono dunque state prodotte in questo periodo.

Data di produzione

Si può stabilire una plausibile data di produzione del mazzo prendendo in considerazione uno dei Trionfi, l’Amore, che mostra un uomo e una donna che si tengono per mano davanti a una tenda, a forma di baldacchino, su cui vola un Cupido alato e bendato che scaglia due strali infuocati sopra la coppia di amanti.

Il personaggio maschile indossa un cappello a ventaglio su cui è scritto il motto visconteo “a bon droit”, e sul cielo del baldacchino è scritto in caratteri dorati la parola Amor. Il bordo dello stesso è ornato da una continuazione di scudetti blasonici dei Visconti e di Casa Savoia, questi ultimi formati da una croce bianca in campo rosso.

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Filippo Maria Visconti aveva sposato nel 1412 Beatrice di Tenda, una quarantenne con il doppio dei suoi anni, da poco vedova del capitano di ventura Facino Cane. Nel 1418, dopo appena sei anni di un matrimonio nato unicamente per ragioni politiche, la fece decapitare su una falsa accusa di adulterio. La storia infelice di Beatrice e del giovane Michele Orombello fu messa in musica da Vincenzo Bellini nel 1833.

Si è avanzata l’ipotesi che i due personaggi ritratti siano proprio Filippo Maria e Beatrice, in virtù della tenda e del cane ai piedi del baldacchino che rinvierebbero al cognome di lei, avuto dal primo marito Facino Cane. Un’ipotesi questa poco plausibile in quanto non rende conto degli emblemi dei Savoia sull’orlo del baldacchino e di quelli presenti sui vestiti delle figure. Inoltre, il fiorino d’oro presente sulle carte di denari fu coniato a partire dal 1426 come risulta dallo scritto di Giulini : “Memorie spettanti alla storia, al governo e alla descrizione della città e campagna di Milano nei secoli bassi”. Vol VI. Milano1857 (pag 280).

Si è ipotizzato, invece, che la carta alludesse al secondo matrimonio di Filippo Maria, celebrato nel 1428, con Maria Allobroga di Savoia; tuttavia anche questa ipotesi, che spiegherebbe gli emblemi di casa Savoia, non spiega gli emblemi sforzeschi sui vestiti e lascia qualche dubbio in merito ad un matrimonio che fu senza discendenza e probabilmente non consumato.

Si è poi pensato che si tratti del matrimonio di Galeazzo Maria Sforza (figlio di Francesco, il successore di Filippo) e Bona di Savoia, contratto nel 1468. L’idea spiegherebbe la presenza degli emblemi delle due casate, ma presta il fianco ad una semplice critica. Se infatti le carte dei semi furono prodotte sotto il ducato di Filippo Maria – data la presenza del fiorino d’oro sui Denari che ebbe corso dal 1426- e il matrimonio di cui si parla fu celebrato nel 1468, vuol dire che almeno più di venti anni separano la creazione delle carte numerali da quelle dei Trionfi, opera dello stesso artista, e ciò non sembra probabile.

L’ipotesi più plausibile è che il mazzo sia stato commissionato per il matrimonio dell’unica figlia di Filippo Maria , Bianca Maria Visconti, con Francesco Sforza, matrimonio celebrato nel 1441. In questo caso, gli emblemi sforzeschi avrebbero un senso e anche quelli del baldacchino, che non alluderebbero a Casa Savoia, ma allo stemma della città di Pavia, seconda residenza del ducato milanese, che, al pari dello stemma savoiardo, era una croce bianca in campo rosso. Il cane starebbe a rappresentare la fedeltà di un’unione che, per quei tempi, si dimostrerà abbastanza duratura.

Stabilita in tal modo una probabile data di produzione del nostro mazzo di carte al 1441, quasi sicuramente opera del pittore cremonese Bonifacio Bembo, passiamo all’analisi dei Trionfi che come abbiamo detto sono in numero di undici : Imperatore, Imperatrice, Amore, Carro, Forza, Morte, Giudizio, Mondo, Fede, Carità, Speranza.

 

Significato

 

Imperatore: Figura sedente in trono, tutta coperta d’armatura di ferro, tranne il capo su cui spicca un gran cappello fatto a ventaglio piumato sul quale è dipinta in nero l’aquila imperiale che è ripetuta, in oro,  nell’armatura all’altezza del petto. Tiene nella destra lo scettro e la sinistra posata su un globo aureo. D’intorno vi sono quattro paggetti vagamente e variamente vestiti, uno dei quali, inginocchiato ai piedi del trono, porta nelle mani una corona d’oro. Sulla sopratunica, alla destra inferiore, è scritto il motto visconteo a bon droit.

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L’Imperatore è la massima espressione del potere terreno. Sarà quasi sempre rappresentato, in tutti i Trionfi, seduto su un trono, con l’aquila imperiale, lo scettro e il mondo, a volte quadripartito a ricordarci i quattro evangelisti e il fatto che la sua autorità è di origine divina e che l’esercizio della sua autorità è mediato dall’alto. I paggetti, presenti nelle prime edizioni, usciranno di scena in quelle più tardive.

 

Imperatrice: Figura matronale incoronata, tutta vestita d’oro e d’ermellino, sedente con scettro nella destra e con stemma imperiale nella sinistra. E’ accompagnata da quattro damigelle variamente vestite; sul manto di quella a destra, in basso, si legge scritto a caratteri d’oro Deus propicio Imperatori.

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L’Imperatrice, al pari della sua controparte maschile, rappresenta la massima autorità secolare, con la differenza che l’esercizio del suo potere è unicamente terreno. La sua investitura non viene dall’alto, non è divina, ma assicurata dalla condizione di vicinanza al re con cui condivide la guida del suo popolo, ed affidata unicamente alla sua intelligenza e sensibilità. Come nella carta precedente, le damigelle usciranno di scena nelle edizioni successive dei Trionfi, ma la figurazione del personaggio resterà del tutto simile a questa.

Carro: Matrona seduta sopra un carro coperto da una specie di tempietto gotico, con lo scettro nella mano sinistra e la colomba radiata blasonica viscontea nella destra. Il carro è tirato da due cavalli bianchi guidati da un palafreniere montato sopra quello a sinistra.

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Il Carro sta per il trionfo di chi si fa guidare dal dovere, dalla generosità e dalla capacità di affrontare le situazioni senza mai soccombere. Probabilmente richiama il carro trionfale della parata in cui nella Roma imperiale i vincitori venivano osannati dopo una gloriosa vittoria sui nemici, quale dimostrazione di riconoscenza del coraggio e dell’amore patrio.

Nelle edizioni successive, il Carro sarà disegnato frontalmente, il personaggio sarà spesso maschile, e il palafreniere scomparirà, forse a significare che il carro della magnificenza non ha bisogno di redini poiché guidato dalla saggia volontà del conducente e dalla necessaria provvidenza divina.

 

Forza: Una donna che apre le fauci di un leone indossa una corona turrita, con le chiome bionde sciolte e sparse al vento. Il suo ampio vestito, di broccato d’argento foderato d’ermellino, lambisce il solito pavimento colorato in verde.

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La forza trionfale non va intesa quale forza fisica, come sembrerebbe alludere la carta, ma come forza morale, e quindi come equilibrio e saldezza interiori. E’ la fortitudo di San Tommaso, capace di reprimere il timore e moderare l’audacia, ciò che rende giusti nella retta applicazione della ragione che mostra, in tutta la sua pienezza, la forza di sconfiggere la pura brutalità e l’istinto irragionevole.

Nelle edizioni successive la corona turrita verrà sostituita da un ampio cappello a testimoniare la qualità terrena del personaggio che ricorda il mitico Ercole che abbatte il leone Nemeo, oppure accanto a una colonna spezzata in ricordo di Sansone che abbatte le mura del tempio, o a una colonna integra a significare la saldezza dell’edificio morale, con il leone disegnato ai piedi del personaggio. Anche in questo caso, il disegno e il simbolismo ad esso associato non subiranno evidenti alterazioni.

Morte: la Morte è sopra un cavallo nero, il capo cinto da una benda svolazzante, e galoppa su un mucchio di persone giacenti al suolo, alle quali recide il capo indistintamente con l’ampia falce che sostiene nelle mani. Fra le persone sottoposte si distinguono un pontefice e un cardinale.

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La Morte, che non fa distinzioni di sorta, la morte oraziana dall’aequo pede, ci rammenta la nostra finitezza, l’illusorietà del potere e della ricchezza terrena, e ci ricorda in ogni momento  che la vita vera non è quella che s’interrompe con la morte, ma quella eterna che si conquista unicamente con l’adesione all’eterno spirito divino. Nessuna variazione nelle rappresentazioni successive: uno scheletro, a piedi o a cavallo, che falcia la vita dell’uomo.

Giudizio o Angelo: Due angeli sopra le nuvole annunziano la resurrezione dei morti. Nel cielo si legge surgite ad judicium. In basso si vedono varie tombe aperte da cui sorgono alla vita eterna persone di età e sesso diverso. Un campanile richiama la Città celeste.

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Il Giudizio Universale qui rappresentato, e che non subirà alterazioni nelle edizioni successive se non in qualche minimo dettaglio,  è un invito a volgere gli occhi verso il giorno in cui saremo chiamati a render conto delle nostre azioni terrene. Questo momento si scioglierà nella gloria eterna soltanto per tutti coloro che nella vita quotidiana avranno temuto Dio e osservato i suoi comandamenti. La carta è denominata anche Angelo perché è all’Arcangelo Michele che le Sacre Scritture affidano la pesa delle anime nel giorno finale.

Mondo: Matrona, a mezza figura, riccamente vestita, col capo scoperto, una tromba nella mano destra e una corona d’oro nella sinistra. Sporge da un gran diadema dorato terminante superiormente in una specie di guarnizione serpeggiante a due colori. Al di sotto c’è un grande arco che esprime la rotondità del globo, con un battello in un fiume sulle cui sponde si vedono, da un lato, un armigero a cavallo, e dall’altro un pescatore, e d’intorno un ricco paesaggio con prati, case, torri e castelli.

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Il mondo terreno deve tendere a quello celeste. E’ nel rispetto dei precetti e di una volontà soprannaturale che il nostro mondo trasfigura in una realtà beatificante, e non è un caso che nella successiva evoluzione grafica di questo trionfo si sia affermata l’iconografia che mostra un mondo stellato ripartito nei quattro simboli evangelici – agnello, bue, aquila e leone – a significare il valore purificatore della parola di Dio.

Questo simbolismo verrà esaltato nei tarocchi marsigliesi dove al centro di una mandorla troviamo una donna semivestita: la mandorla è il tradizionale disegno medievale che circonda il Cristo, e la donna quasi nuda, è la “nuda veritas”, la verità chiara, evidente e assoluta della parola divina.

Oltre a questi Trionfi e a quello dell’Amore di cui abbiamo parlato, e che conserveranno, in generale, lo stesso aspetto e simbologia nello sviluppo iconografico successivo, nel mazzo Visconti-Modrone ci sono tre Trionfi particolari – Fede, Speranza e Carità –, cioè le virtù teologali.

Esse, rispetto alle quattro cardinali, sia pure esigendo allo stesso modo la libertà e la ragione, sono da chiedere, ed in questa richiesta di grazia si fonda la loro superiorità. L’ideatore del nostro mazzo di carte, al pari dei suoi contemporanei, pensava che quando l’uomo prende coscienza del proprio desiderio, si accorge che lo scopo cui Dio lo ha destinato può essere raggiunto quando conosce la verità, ha Fede; quando tale verità diventa un bene praticato, cioè un voler bene, ha la Carità; e quando questo rende pieno di bellezza il nostro tempo e le nostre azioni, ha la Speranza.

La presenza anomala delle virtù teologali ha suggerito l’ipotesi che il mazzo costituisca un prototipo in seguito abbandonato. In verità, queste carte non usciranno assolutamente di scena.

In un mazzo di carte quale quello che stiamo analizzando, sia pure rappresentato da simboli morali e cristiani, è ovvio che la presenza esplicita di soggetti fondamentalmente legati alla dottrina della fede potesse in qualche modo creare un certo imbarazzo.  Fu questo il motivo che indusse a modificare queste tre carte in modo che l’adozione successiva fosse meno impropria di quella precedente.

Vediamo in che modo.

Fede: Matrona sedente di fronte, vestita d’oro e d’ermellino. Con la mano destra indica il calice cui è sovrapposta l’ostia sacra, e con la sinistra impugna la croce. In basso, al di sotto di due libri che stanno presumibilmente per il Vecchio e Nuovo Testamento, si vede uscire la figura di un re con una corona dorata sulla testa.

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Abbiamo detto che la Fede è conoscenza della verità. Ma di quale verità?

Fede è sustanza di cose sperate” risponderà Dante nel XXIV del Paradiso all’interrogatorio cui lo sottopone San Pietro. E’ sostanza, sub-stantia, ciò che sta sotto le cose sperate dall’uomo, non la superficie, ma ciò che non appare. Questa è l’essenza della Fede, riconoscere il fondamento, l’origine delle cose che l’uomo desidera. Stiamo parlando, dunque, di una verità di fede e non di ragione. Accettare per vero che l’ostia e il vino siano effettivamente la carne e il sangue di Cristo, è qualcosa che sfugge alla ragione, ma appartiene al mondo della Fede.

Nella carta, il calice con l’ostia consacrata rinvia proprio a questo mistero, alla verità di fede dell’Eucarestia, il cui massimo rappresentante terreno è figurato dal Papa.

Nelle edizioni successive questo Trionfo sarà dunque rappresentato dal Papa, una figura superiore ai re, come nel disegno, seduta su un trono con la croce in una mano e nell’atto benedicente al posto del calice eucaristico, anche se nei Tarocchi d’Este (I tarocchi ferraresi) porterà ancora il calice in una mano.

Carità: Donna seduta, coronata, riccamente vestita di broccato d’oro e con manto di ermellino, sostenente nella mano destra un vaso, entro il quale arde una fiammella, e con la sinistra un bambino nudo che allatta alla sua poppa sinistra. Ai suoi piedi sorge un vecchio re che volge il capo all’insù.

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La carità è “cara unità” perché ci unisce in amore con Dio e con il prossimo, è la virtù che ci permette di allattare con la misericordia chi ci è vicino  e che ci fa degni del Paradiso.

Suo simbolo preminente è la Madonna allattante di cui troviamo numerose testimonianze nei manoscritti miniati, nelle pitture e nelle sculture, a partire dal Trecento e nei secoli successivi, la Maria che ha ascoltato la parola di Dio e l’ha osservata, ha custodito più la verità nella sua mente che la carne nel suo grembo.  Carità non è altro che ascoltare e custodire la parola divina,e non è un caso che nelle edizioni successive questo Trionfo diventerà la Papessa, una donna in trono con in grembo proprio il libro delle Sacre Scritture, aperto o chiuso, che illumina il suo cammino terreno e con il quale nutrirà di latte misericordioso il popolo dei fedeli.

Speranza: Donna di profilo, incoronata, con le mani giunte in orazione e con lo sguardo rivolto verso un raggio di luce. Le pende dal braccio destro una corda alla quale è attaccata un’ancora che giace al suolo. Ai suoi piedi, si vede un vecchio col capestro al collo e con le parole Juda Traditor scritte in caratteri bianchi sul vestito paonazzo.

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La Speranza è ciò che non delude. Non dunque speranza nelle sicurezze tranquillizzanti perché sono passeggere, instabili, ma speranza in qualcosa di eterno, assoluto, che ci fa uscire da qualsiasi paura, anche della morte stessa. Chi tradisce la speranza assoluta, che per un uomo del Quattrocento era ovviamente la luce divina, tradisce se stesso in quanto si nega la gioia di una eterna felicità barattandola con il transitorio e inutile benessere terreno. Giuda tradisce se stesso nel momento in cui pensa che trenta denari possano essere la sua ancora terrena. Simili speranze sono la morte dell’uomo, la sua autodistruzione, come avverrà a Giuda che finirà i suoi giorni impiccandosi, solo e senza più speranze.

La carta, nelle edizioni successive, sarà allora il Traditore, o l’Appeso, il Giuda sospeso per un piede ad una trave a testa in giù ( questa era la penna comminata ai traditori nel periodo medievale e rinascimentale), con lo sguardo direttamente volto a Lucifero, a mani nude o con due borse gonfie di denaro.

Sarebbe un errore, purtroppo condiviso da molti, considerare questa carta come un ammonimento a non tradire l’amico, l’amante, la patria, o qualsiasi cosa al di fuori di noi. Si tratta, invece, di un tradire se stessi, sia esso Giuda, oppure Pietro che rinnegherà tre volte il nome di Cristo e che finirà i suoi giorni appeso alla croce a testa in giù.

Le tre virtù teologali, Fede, Carità e Speranza, troppo dichiaratamente ingombranti in un mazzo di carte, vennero dunque ridisegnate e titolate rispettivamente Papa, Papessa e Appeso, pur conservando lo spirito precedente. In questa nuova veste appariranno già nel mazzo successivo, quello dei Visconti-Sforza.

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