I Trionfi Sola-Busca

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Questo articolo è tratto dalla mia pubblicazione: “I Tarocchi Sola-Busca. Il segreto dei segreti: una possibile verità.

L’analisi da me condotta si basa sullo studio rigoroso e approfondito dei testi degli storici greci e romani, unica strada praticabile per assegnare un’identità abbastanza precisa ai personaggi in questione.

Il lettore troverà la descrizione di tutti i 22 Trionfi verificando che, da parte dell’ideatore, la scelta dei personaggi non è casuale, ma riflette fedelmente lo spirito di tutti gli altri trionfi dei tarocchi, di essere cioè una guida morale e spirituale (Significato dei Trionfi).

0. IL MATTO

Eccoci ora nel mirabile ordine dei Trionfi Sola-Busca con il Matto, il quale occupa il primo posto, forse per significare, come dice Francesco Piscina, in un libricino sull’ordine dei Tarocchi pubblicato nel 1565 “il principio e la fine della vita dell’uomo, cioè la fanciullezza e la vecchiaia, età nelle quali in un certo qual modo pare che gli uomini siano pazzi in quanto privi di senno e d’intelletto”.  Ma se questa ragione è degna di considerazione, continua poi l’autore  “nondimeno un’altra voglio lasciare e nemmeno tacere, sia pure sotto forma di burla, così come ci racconta un’arguta Commedia inscenata dai dottissimi Intronati, Accademici di Siena. Ed è che gli uomini di qualunque sorte si voglia, andando in viaggio, solevano da principio alloggiare all’osteria dello Specchio, ma da molto tempo in qua preferivano quella del Matto, come più convenevole al loro volere e alle loro azioni. Per questo vediamo il Pazzo nel gioco dei Tarocchi esser dipinto in modo che sguardi indietro ad uno Specchio, beffandosi della fama dello Specchio perduta appresso tutti gli uomini i quali solevano concorrere alla sua osteria. Perciò il Pazzo con una faccia molto gioiosa si rallegra, anzi si gloria del credito che ha, sì che tutti gli uomini gli corrono dietro”.

La carta ci mostra un personaggio vestito miseramente, con un copricapo intrecciato di rami e foglie, nell’atto di suonare una cornamusa e con lo sguardo sornione rivolto verso un corvo appollaiato sulla sua spalla.

Si tratta del Matto ( il lettore vada per maggiore completezza all’articolo Il Matto) che con una burlesca saggezza si prende gioco di quanti ancora frequentano l’Osteria dello Specchio, specchiandosi, lui sì, mentre osserva un corvo, nel simbolo del suo capriccio, dell’estraneità al senso comune, pronto a contraddire gioiosamente qualsiasi cosa, quasi fosse vera se non nella diversità.

L’Autore sembra qui parlarci delle tante sfaccettature che compongono la natura umana. Siamo di fronte all’Uomo che si mostra agli altri come l’insegna di un’osteria, semplice raffigurazione del suo essere follemente disordinato, inizio dell’ordine del giuoco e della vita.

Il Matto è ognuno di noi, è tutti gli uomini immersi nel caos della loro natura, fuori dalla scala che li porterà fino al cielo, pronti a salire per trovare dentro di sé un luogo “ più convenevole al loro volere e alle loro azioni”. Il Matto non suona, ma s’appresta a suonare la cornamusa, simbolo dell’ordine e dell’armonia che regge e governa la vita universale, come a dire che l’unità con se stessi è possibile, basta volerla. Siamo dunque al punto zero, al punto di partenza del cammino dell’uomo verso la compiutezza di sé che percorreremo lungo le ventuno carte seguenti.

  

I.PANFILIO

Eccoci alla prima virtù dell’uomo che attiene sempre alla figura del Matto, ma visto non più come insegna dell’osteria, immobile e veduta da lontano dai clienti, ma come l’oste che si muove continuamente in mezzo ai tavoli e che di quell’insegna è l’espressione.               

Il nostro Panfilio richiama i Pamfilo appartenenti alla famiglia plebea romana dei  Bebia Tamphilus, che negli scritti figurano con la dizione Baebius Pamphilus.

I Bebio Panfilo della storia romana sono quattro. Escludendo i due Gneo Bebio, le cui vicende personali appaiono del tutto estranee all’iconografia,  ci restano Q.Bebio e M.Bebio.

Il primo, Quinto Bebio Panfilo, in qualità di tribuno della plebe fu inviato dal senato romano, insieme al collega Publio Valerio Flacco,  da Annibale, che svernava a Nova Carthago, con il compito di convincerlo a tenersi lontano da Sagunto, città alleata dei Romani, e a non oltrepassare l’Ebro secondo gli accordi stipulati con Asdrubale alla fine del primo conflitto cartaginese. Siamo all’inizio della seconda guerra punica, nel 219 a.C.

Polibio, pur non citando i nomi degli ambasciatori, racconta che la delegazione venne ascoltata, ma ottenne una vana risposta: “ Quivi, trovati gli ambasciatori del popolo Romano, e data ad essi udienza, li ascoltò sull’affare ond’erano incaricati. I Romani lo avvisarono che si guardasse dal recare travaglio ai Saguntini i quali erano alleati e sotto la difesa del popolo romano”.

Tito Livio afferma che non le fu neanche permesso di entrare nel campo avversario. Sempre da Livio veniamo a conoscenza che Panfilo fece anche parte della successiva ambasceria a Cartagine l’anno seguente: “ I romani mandarono al Senato cartaginese Quinto Fabio, Marco Livio, Lucio Emilio, Gaio Licinio e Quinto Bebio, tutti uomini di grave età, oratori, a domandare se Annibale avesse combattuto la città di Sagunto su decreto del Senato. Se così fosse stato, se cioè il Senato avesse confessato e difeso Annibale affermando che tutto era stato fatto con pubblica autorità, allora gli ambasciatori romani avrebbero dichiarato la guerra.”

L’altro Panfilo è M. Bebio,  pretore nel 192. Prese parte attiva nella guerra contro Antioco. Insieme con Filippo, re di Macedonia, penetrò in Tessaglia, e quando Antioco si ritirò, s’impadronì di molte importanti città Tessale. Nell’anno 186 fu uno dei tre ambasciatori inviati a dirimere la disputa tra i Tessali di Eumene e Filippo. Nel 181 fu console insieme a P.Cornelio Cetego. Entrambi ottennero la Liguria quale provincia. L’anno seguente, quando il loro comando fu prolungato in attesa dei nuovi consoli, entrarono nel territorio degli Apuani Liguri obbligandoli alla resa. Per prevenire ulteriori guerre, trasportarono 40000 loro uomini, con mogli e figli, nel Sannio. A seguito di questi successi, i due consoli ebbero il trionfo a Roma. Fu questo il primo caso in cui l’onore del trionfo fu conferito a generali che non avevano combattuto una guerra uccidendo un gran numero di nemici (Liv XXXIX, 23-24; XL, 18,35,37,38).

Il personaggio della carta è in marcia e sorregge uno scudo  indicando con l’indice della mano destra la strada da percorrere. Il drappo rosso che gli svolazza sul collo è il simbolo dell’impegno e dell’azione attiva con cui cercherà di portare a termine la sua missione e che gli frutterà il premio di cingere la corona regale.

Nei tarocchi tradizionali, la carta numero 1 è sempre il Bagatto,  un mercante accanto ad un tavolo in cui sono esposte delle mercanzie; a volte è da solo, altre volte compaiono due o tre personaggi che contrattano con lui. Il Panfilio della carta sta allora, senza ombra di dubbio, a rappresentare il Bagatto, cioè simbolicamente l’uomo che resosi conto del disordine della natura umana, rappresentata dal Matto, si avvia a intraprendere il cammino che lo porterà all’identità col divino e alla somma felicità.

Ma dei due, qual’è il Panfilo che può essere associato a tale simbolismo? Il primo, Q.Bebio Panfilo, protagonista dell’ambasceria ad Annibale, ha il compito di mettere il generale cartaginese davanti a uno specchio, convincendolo che la pretesa di considerarsi un re col potere di vincere i Romani, è una pretesa illusoria. Panfilio cercherà dunque di scompaginare le carte che Annibale crede di avere tra le mani, mostrandogli che il suo è un sogno vano.

Tale interpretazione mostra una fondata debolezza se rapportata al fallimento della spedizione di Panfilo. Il nostro personaggio, in verità, se diamo ascolto alle parole di Livio, non soltanto manca l’incontro con Annibale, ma viene, per di più, osteggiato dal Senato cartaginese. La sua missione si rivela del tutto vana.

Più ragionevolmente è l’altro, M.Bebio Panfilo, a rappresentare il personaggio ritratto, sia per il fatto che la sua ambasceria, insieme a Q.Cecilio Metello e T.Sempronio per dirimere i contrasti tra i Tessali e i Macedoni, ebbe esito positivo, sia perché ridusse gli Apuani Liguri sotto il dominio romano senza spargimento di una goccia di sangue. La sua abilità fu di dare unità e pace a una popolazione fino ad allora divisa e dedita alla guerra, operando né più né meno come il Bagatto che lavora per rendere unitario lo spirito frammentato e disperso dell’uomo.  In tal senso, la corona trionfale che cinge la testa del personaggio acquista un valore significativo, quale premio di vittoria. Inoltre fu il primo a ricevere gli onori trionfali senza aver condotto una guerra, al pari del Bagatto che è il primo della sequenza dei Trionfi.

II.POSTUMIO        

I Postumio nella storia romana sono numerosi. Una decina di loro figura unicamente con prenomen e nomen, come, ad esempio, il questore nel governo siciliano di Verre, Marco Postumio. Altri (se ne contano una cinquantina), con l’aggiunta del cognomen : Albinus, Megellus, Tubertus.

Con tanti soggetti a disposizione, sarebbe stato quasi impossibile identificare il personaggio rappresentato. Per fortuna, il teschio, che nella carta è adagiato su una colonnina, ci permette di restringere la ricerca a due soli nominativi.

Il primo è Lucio Postumio Albino. Nel 216, il terzo anno della seconda guerra Punica, fu nominato pretore e inviato nella Gallia Cisalpina; mentre era assente, fu eletto console per la terza volta per l’anno seguente. Purtroppo, non assunse tale ulteriore magistratura perché sconfitto insieme al suo esercito dai Galli Boi, alleati di Annibale, nel bosco Litana, nella Gallia. La sua testa fu scavata all’interno e, una volta decorata d’oro, venne usata dai Galli come tazza sacrificale. Secondo la descrizione di Livio :“ I Boj portarono la testa del Capitano in un loro Tempio, il quale era appresso di loro in somma reverenza. Di poi, avendolo purgato dentro, l’adornarono d’oro, com’è loro usanza, in modo che fosse un vaso sacro col quale nelle feste solenni celebrassero il sacrificio, e lo stesso servisse all’uso del sacerdote e dei presidenti del Tempio”.

Anche Cicerone, in un discorso più articolato, accenna al nostro personaggio“Quante volte non solo i nostri generali,ma anche gli eserciti interi si gettarono incontro a una morte sicura! Se davvero essa fosse temuta, Lucio Bruto non sarebbe caduto in battaglia cercando di impedire il ritorno a quel tiranno che egli stesso aveva cacciato, non si sarebbero esposti alle armi dei nemici il padre Decio combattendo contro i Latini, il figlio contro gli Etruschi, il nipote contro Pirro; non si sarebbero visti in una sola guerra morire per la patria gli Scipioni in Spagna, Paolo e Gemino a Canne, Marcello a Venosa, Albino nella selva Litana, Gracco in Lucania. Forse qualcuno di loro è infelice oggi? Non lo era neppure allora dopo l’ultimo respiro; infatti nessuno può essere infelice se la sensibilità è stata annullata”.

Una morte sicura per la gloria di Roma, come afferma Cicerone, non rende infelice chi la subisce, piuttosto lo proietta in un’eterna felicità. Postumio Albino, nella selva Litana, ha perso la vita lasciando sul campo la testa mozzata, ma il suo nome risuonerà in eterno, insieme agli altri che sono andati a morire per la patria. La piantina che spunta da quello che sembra un fascio laureato per celebrare un brillante successo e che il personaggio piega impietosamente a terra in segno di lutto, è il simbolo della pianta robusta su cui Roma fonderà in ogni caso la sua potenza.

L’altro Postumio è Aulo Postumio Tuberto. Magister equitum nel 433 a.c. e dittatore nel 431. Quell’anno fu memorabile negli annali di Roma per la grande vittoria che il dittatore conseguì presso il Monte Algido sulle forze riunite degli Equi e dei Volsci. La vittoria,  che gli fruttò il trionfo, portò tali popolazioni sotto il dominio romano per i secoli successivi. Secondo la tradizione, Aulo Postumio decapitò il figlio omonimo che aveva abbandonato il posto da lui assegnatogli in battaglia per andare a combattere il nemico, sia pure vittoriosamente.

Tale storia è rigettata da Livio (IV, 23, 26-29): “Aulo Postumio Tuberone, uomo nei magistrati severissimo….. Fanno dolorosa memoria di sì egregia dittatura coloro che dicono che Aulo Postumio decapitasse il figlio vincitore perché allettato dall’occasione di combattere con vantaggio, aveva senza licenza abbandonato il luogo che guardava. Il che non mi piace credere e grande argomento è del vero che somiglianti cose tanto severe si chiamano gli imperi malliani e non Postumiani. Dovendo ragionevolmente il primo autore di sì crudele esempio guadagnarsi sì notevole titolo di crudeltà. Mallio fu ancora nominato imperioso, e Postumio non fu segnato d’alcuna nota di doloroso nome”.

Livio rigetta l’accaduto confrontandolo con l’analogo e famoso fatto occorso a Manlio Torquato, il quale, nella guerra contro i Latini, aveva ucciso il figlio, quantunque vittorioso, perché era entrato in mischia contro il suo comando. Per questo, Manlio fu chiamato con l’agnomen “imperioso”, mentre, per Postumio, protagonista di una vicenda del tutto simile,  non c’è traccia, secondo Livio, di alcun appellativo particolare. Lo storico Nieburh ( History of Rome, Vol II pag 452) dimostra, tuttavia, che le perplessità liviane si basano su argomentazioni del tutto insufficienti.

Con la consueta retorica, Valerio Massimo, nel suo compendio di fatti mirabili della storia romana, così ci descrive la vicenda: “ Tu adunque, o Postumio, essendo dittatore, togliesti la vita ad Aulo Postumio tuo figliolo…..E poiché egli dal giovanile ardore trasportato contro l’ordine tuo, era uscito fuori con l’esercito ad affrontarsi coi nemici, nondimeno che da lui fossero rotti e vinti, così vittorioso lo facesti con la scure percuotere. Ben potesti, Postumio, con la lingua comandare che fosse così morto, ma io mi rendo certissimo che gli occhi tuoi nel più chiaro giorno di oscurissime tenebre offuscati, non poterono riguardare una sì fatta risoluzione del forte animo tuo”.

Qui abbiamo a che fare con l’obbedienza al rigore morale, alla disciplina interiore, “come se più la disciplina che la vittoria importasse” (Floro, Storia Romana I,XIV). In verità, Aulo Postumio non poteva accettare che il figlio, per vanagloria, compromettesse la vittoria di Roma e delle sue leggi contro i barbari invasori.

La carta sembra insegnarci che la sottomissione incondizionata a un codice etico costruito sul rispetto delle leggi civili e religiose, è un valore che va al di là della vita stessa e ci rende degni di essere uomini, sia sul piano individuale che sociale. Il bene comune rappresenta un valore che trascende quello individuale, anche a costo di qualsiasi umana sofferenza.

Sia Lucio che Aulo testimoniano un siffatto principio che attiene anche all’uomo comune che sale la scala dei Trionfi. Ricercando l’unità con se stesso, l’uomo si riconosce dapprima come appartenente a una comunità di cui deve rispettare le leggi e i valori per il raggiungimento del bene comune che è matrice di quello individuale. Se l’unità con se stesso si costruisce prendendo come modello l’Uno assoluto che è Dio, il rispetto delle leggi che regolano la vita degli uomini, al fine di operare il bene, ci rende dei collaboratori divini.

Nei tradizionali trionfi, una virtù del genere è incarnata dall’Imperatrice. Insieme alla sua controparte maschile rappresenta, naturalmente, il supremo potere secolare. Non a caso, sia lei che l’Imperatore reggono quasi sempre scudi con l’aquila imperiale. L’imperatore, però, è investito della sua autorità dall’alto, al contrario dell’Imperatrice la cui autorità è assolutamente terrena. Se l’uno esercita tale potere in maniera automatica, assecondando il sovrannaturale disegno della Natura, l’altra deve affidarne l’esercizio alla sola intelligenza e sensibilità umana. Il suo agire non è un riflesso dell’intelligenza divina, ma unicamente della sua intelligenza. La saggezza che l’Imperatrice mostra nel considerare il bene del suo popolo più importante di quello personale, è pertanto l’espressione più alta dell’esercizio terreno della sua autorità.

III.LENPIO

Nella millenaria storia romana non esiste alcun personaggio di nome Lenpio. C’è però un Lenio, anzi due, entrambi con l’attributo della carità, sia pure esercitata in forme diverse. Il personaggio della carta è allora ragionevolmente Lenio il pio, cioè Lenpio, come lo chiama l’Autore con un gioco di parole.

Il primo Lenio che prenderemo in considerazione è M.Lenio Flacco, il quale, disattendendo l’interdetto di Clodio che proibiva l’assistenza all’esiliato Cicerone, pena la confisca dei beni e la morte, nel 58 accolse l’esule nella sua casa a Brindisi in attesa che s’imbarcasse per l’Epiro.

Cicerone, in una lettera ai suoi cari, così ne parla: “Noi tredici giorni  dimorammo in Brindisi presso Marco Lenio Flacco , persona assai dabbene, che , a riguardo della mia salvezza  non  ha ricusato il rischio d’ogni avere suo e della vita, né dalla pena di malvagissima legge è stato rimosso dal mantenere il diritto dell’ospitalità e dell’amicizia . Deh potessimo pure una volta rendergli debito contraccambio! almeno gli resteremmo sempre obbligati.

In un’altra a Plancio, “Sono arrivato a Brindisi presso M. Laenio Flacco che, vincendo la paura sapendo che il nostro esilio è la morte, mi ha aiutato…..”

Nel 51 Cicerone raccomandò l’amico a P.Silla Nerva, propretore in Bitinia e Ponto: “Io non credevo mi venissero meno le parole , eppure mi mancano nel raccomandare Marco Lenio . Pertanto in poche parole t’ esporrò il fatto in maniera che tu possa ravvisare ben chiaro il voler mio. Non si può credere che conto di Marco Lenio facciamo io  e mio fratello , il quale m’ é carissimo per i moltissimi suoi uffici , come pure per la probità somma e la singolare sua moderazione. Mio malgrado l’ho lasciato partire da me , sia per la familiarità e soave sua conversazione, sia anche per il fedele e buono suo consiglio….Ti raccomando questo soggetto e di grazia chiedo che gli disbrighi qualunque negozio  che ha nella tua provincia : gli dirai quello che ti parrà esser diritto . Lo ravviserai per piacevolissimo uomo e cortesissimo. Ti prego pertanto a rimandarlo a me quanto prima disciolto e libero , dopo aver tratto per mezzo tuo a compimento i suoi negozi . A me sarà ciò ed al fratel mio di sommo piacere . Stà sano.”

Il personaggio della carta tiene serrata in una mano ciò che sembra una pannocchia di mais. Con l’altra si copre la vista. Un contenitore di terracotta giace sul terreno. E’ Lenpio che non ha timore di perdere i frutti della propria terra e la vita stessa, e che chiude un occhio davanti a questa evenienza pur di poter aiutare l’amico Cicerone in difficoltà. Più importante dei beni terreni e della propria vita, sembra insegnarci la carta, è la condivisione “pietosa” delle altrui avversità. La virtù di cui stiamo parlando è dunque la Misericordia.

Più aderente all’iconografia, sembra però essere la vicenda personale del secondo personaggio: M. Lenio Strabone.

In epoca romana, il soprannome Strabone  era assegnato a coloro che avevano un difetto visivo, da cui il termine “strabismo”. Di Brindisi, cavaliere romano, M.Lenio fu il primo che introdusse l’uso delle uccelliere in cui erano tenute diverse specie di uccelli, come veniamo a sapere da Varrone, suo amico personale: “M.Lenio Strabone, di Brindisi, per primo racchiuse uccelli in un’esedra in modo da nutrirli attraverso una rete, come pure fece Lucullo in un grande edificio di Tuscolo”.

Plinio, così ne parla “M. Lenio Strabone dell’ordine equestre di Brindisi per primo organizzò voliere con uccelli di ogni genere rinchiusi; da ciò cominciammo a tenere in cattività gli animali a cui la natura aveva assegnato il cielo; tuttavia soprattutto famoso è in questo episodio il piatto di Clodio Esopo, attore tragico, valutato centomila sesterzi, su cui pose uccelli sonori o per qualche canto o per la parola umana, spinto da nessun altro piacere se non perché mangiasse con essi l’imitazione dell’uomo, senza alcun rispetto che i suoi guadagni erano stati del cantare e d’esprimere la voce d’altri.”

Clodio Esopo, di cui parla Plinio, fu un celebre attore tragico. Le sue qualità teatrali sono celebrate da diversi autori, tra cui Quintiliano(Inst. Orat.XI.3.111), Val.Max (Op.cit.VIII.10.2), e Cicerone che fu suo contemporaneo (De Div.I.37).

Plutarco ( Vita di Cicerone) ci tramanda che “ anche lui (Cicerone), non meno di Demostene, avesse difficoltà a parlare in pubblico: per questo si mise a frequentare con assiduità le lezioni dell’attore comico Roscio e di quello tragico Esopo”.

Cicerone lo definisce summus artifex (Pro Sext.56) e noster Aesopus (Ad Fam.VII,1), testimoniando anche un certo legame di amicizia con lui, dal quale, durante l’esilio, come si legge in diverse epistole, ricevette numerosi attestati di stima.

Esopo, nella sua professione, accumulò un’immensa fortuna tanto da potersi permettere l’acquisto, per una somma considerevole, di un piatto  (il famoso piatto di Esopo) di uccelletti istruiti con diligenza a cantare soavemente e a riprodurre il parlare umano.

Ora, se analizziamo gli elementi che figurano nel disegno, potremmo pensare al piatto poggiato a terra come al piatto di Esopo; alla pannocchia che il personaggio serra nella mano quale cibo per uccelli; e al gesto di chiudere l’occhio allo strabismo di Lenpio. I tre elementi, nel loro insieme, ci suggeriscono il carattere caritatevole di Lenpio, il cui strabismo è unicamente visivo e non intellettivo, dal momento che lascia vuoto il piatto di Esopo al fine di non utilizzare gli uccelli per un uso strettamente strumentale, ma si preoccupa di cibarli in modo che il loro canto possa rallegrare la vita degli uomini.

Siamo ora in presenza dell’amore caritatevole della Papessa. La Papessa e il Papa rappresentano i supremi poteri spirituali. Similmente alle due figure secolari, l’investitura del Papa è divina, quella della Papessa è terrena. Se il Papa riceve direttamente da Dio la sua voce in quanto suo vicario, suo portavoce appunto, la natura più terrena della Papessa ha bisogno di essere illuminata dal Verbo scritto di Dio in modo che anche lei possa così esaltarne la grandezza e la magnificenza (La Papessa).

Nei tarocchi tradizionali, infatti, essa viene figurata con un libro, aperto o chiuso, in grembo. E’ il libro, non della conoscenza terrena, ma delle Sacre Scritture. A differenza dell’Imperatrice che esercita la sua autorità civile in forza della sola intelligenza, la Papessa è illuminata continuamente dalla luce delle parole del libro che tiene su di sé e dentro di sé. Questa è la ragione per cui la sua virtù è superiore a quella dell’Imperatrice. L’esercizio misericordioso della Papessa è dunque l’espressione di un potere terreno mediato dall’alto e che la rende partecipe dell’intelligenza divina.

Anche l’uomo comune che sale la scala dei trionfi deve farsi strumento dello stesso potere sovrannaturale, assecondando  il disegno provvidenziale di Dio che consiste nella vicinanza amorevole e caritatevole alla comunità di cui fa parte. E Lenpio, togliendo gli uccelli dal cielo e portandoli in terra per addolcire la vita umana col loro canto, è come se distribuisse tra gli uomini il suono della voce di Dio.

IIII.MARIO

La carta non lascia ambiguità di sorta, anche se i Mario sono numerosi. Si tratta di Gaio Mario, eletto sette volte al Consolato, avversario di Silla, colui che menò davanti al carro trionfante il re Giugurta incatenato e che disfece l’esercito dei Teutoni e dei Cimbri.

Nella carta, il personaggio cinge uno scudo che tiene sollevato come se si preparasse alla battaglia. E’ seduto su un tronco, pronto a partire come ci mostra lo sguardo attento e per niente rilassato, e con la mano destra stringe un’asta su cui sventola una bandiera rossa, simbolo della riscossa contro Silla. L’elmo alato che gli orna la testa è il segno dell’ulteriore imminente vittoria.

Come ci raccontano gli storici, Mario fu un uomo dall’indiscutibile grandezza d’animo e acume intellettuale.

Con lui siamo in presenza del Trionfo di chi esercita la propria autorità saggiamente, non in maniera assoluta, ma relativamente ad un’autorità a lui superiore. Non è la cieca obbedienza a una legge interiore, o la compassione umana verso il prossimo, ma la comprensione che il potere che ognuno di noi si attribuisce, se vuole evitare la tirannia di se stessi e degli altri, deve arginare l’arroganza di una sterile onnipotenza.

Siamo ora in presenza della figura dell’Imperatore dei Trionfi tradizionali.

Come Mario è consapevole che la sua autorità è limitata da un potere al di fuori di lui e che si esprime nella magnificenza di un universo ordinato e stabile, il quale si riflette nell’ordinamento della struttura politica e civile di Roma, l’Imperatore sa, o almeno dovrebbe sapere, che il suo potere gli deriva certamente da Dio, ma trova un limite nella volontà popolare.

In tutte le rappresentazioni dell’Imperatore troviamo sempre lo scettro e il globo aureo a testimonianza del potere terreno del personaggio, e l’aquila ad ali spiegate a simbolo del suo potere di mediatore tra Dio e gli uomini al fine di assicurare il bene del suo popolo. Come l’aquila, infatti, è capace di scorgere da lontano, così l’Imperatore, illuminato dall’alto, prevede la necessità delle sue azioni facendosi interprete del volere divino.

V.CATULO

Il personaggio ritratto, in virtù della ferita alla coscia attestata da Orosio (tranfixo femore aegerrime), e, sia pure con qualche variante, da altri storici, allude al console Gaio Lutazio Catulo che nel 241 a.C. pose fine alla prima guerra punica sconfiggendo i Cartaginesi presso le isole Egadi.

La vittoria gli fruttò l’onore del trionfo che fu celebrato a Roma il 4 ottobre dello stesso anno.

In quell’impresa, Lutazio fu affiancato dal pretore Quinto Valerio Falto, il quale  (contrariamente a tutti i princìpi delle leggi militari che da sempre avevano guidato i Romani) pretese anche per sé l’onore trionfale, perché la vittoria era stata conseguita più da lui che da Lutazio, a suo dire impossibilitato a combattere per la ferita alla coscia ricevuta a Drepano (l’attuale Trapani), il giorno precedente la battaglia finale.

Ne nacque una controversia che portò a un processo, nel quale Attilio Collatino, eletto giudice, deliberò in favore di Lutazio , adducendo la motivazione che l’autorità del console, al di là di tutto, come ci racconta Valerio Massimo,“fosse indubitabilmente maggiore” di quella di un magistrato inferiore. Come a dire che nella distribuzione degli onori bisognasse tener conto soltanto della potestà, e che la minore dovesse cedere il passo alla maggiore. In ogni modo, nel mese di novembre, anche Falto fu festeggiato trionfalmente per il coraggio dimostrato in battaglia.

Nella carta il personaggio indica con la mano destra un oggetto che tiene serrato nell’altra mano. Si tratta probabilmente di una bilancia in uso presso i Romani, chiamata trutina. Consisteva di una stanga alle cui estremità pendevano dei bacini portapeso, e un’asta perpendicolare al giogo su cui scorreva un contrappeso (aequipondium) che funzionava da indice verticale, indicante cioè l’equilibrio o l’eccesso di peso dei corpi.

L’autore dei nostri Trionfi vuole qui alludere probabilmente alla controversia tra Catulo e Falto, e indicarci che nella bilancia del potere esiste una dignità superiore ad un’altra, quale quella rappresentata dal  Papa che vince e signoreggia la carta precedente, l’Imperatore, perché, pur essendo entrambi investiti della loro autorità dall’alto, l’Imperatore esercita tale autorità in nome del popolo, mentre il Papa in nome di Dio, e ciò lo contrassegna di una virtù superiore. Tutti e due, poi, vincono sulle loro controparti femminili non per il genere, ma per il fatto che l’esercizio del loro potere è come dire “celeste” rispetto a quello terreno, “umano” e materno, figurato nei volti quieti e rassicuranti dell’Imperatrice e della Papessa.

C’è poi nella carta un altro elemento che rafforza la nostra interpretazione, un elemento del tutto particolare e figurato da una canna su cui è appoggiato un copricapo.

Era consuetudine, presso i Romani, che i figli adottati o gli schiavi fatti liberi usassero portare sopra un’asta un cappello a guisa d’insegna, all’atto della loro emancipazione. Tale tradizione derivava dalla cerimonia nella quale il pretore colpiva la testa scoperta del soggetto con un bastone chiamato vindicta, registrando poi il nominativo nella nuova famiglia di appartenenza: da qui l’usanza di portare il cappello sopra un’asta quale insegna di emancipazione. Sappiamo che Gaio era un homo novus quando nel 242 fu eletto console, cioè nessuno dei suoi antenati, prima di lui, aveva rivestito una qualsiasi carica pubblica. Lui fu il primo della plebea gens Lutatia a ricoprire la carica di console, pur non appartenendo alla nobiltà romana.

L’asta sormontata dal cappello sta allora probabilmente a simbolo dell’affrancamento del personaggio dalla schiavitù della sua condizione sociale e morale. L’autore accosta così allegoricamente Catulo a Pietro, il semplice pescatore che riceverà da Gesù le chiavi della Chiesa terrena e celeste, il primo Papa che avrà il compito di rendere gli uomini liberi dal male e dalla corruzione terrena, facendoli trionfare nella gloria eterna.

Le quattro figure (Imperatrice, Papessa, Imperatore e Papa) rappresentano la dignità sociale declinata in forme diverse, in modo tale che, scendendo di gradino in gradino, ogni forma vinca e primeggi su quella precedente. L’Imperatrice ubbidisce ad un ordine morale che mette al primo posto il bene del suo popolo. La Papessa ascolta la voce delle Sacre Scritture per il bene di tutti. L’Imperatore si fa interprete della volontà divina e di quella dei suoi sudditi. Il Papa, nel punto più alto, esprime il potere indiscutibile di Dio.

Allo stesso modo, l’uomo che inizia a salire la scala virtuosa che lo  porterà a conseguire l’integrità che lo renderà degno di essere uomo, deve esercitare innanzitutto una moralità sociale, sentirsi artefice del bene collettivo, parte di una comunità e di un ordine che riflettono l’ordine divino, adoperarsi, insomma, a rendere la sua vita sociale conforme al piano provvidenziale che lo illumina dall’alto.

VI.SESTO

Entriamo ora nell’ordine delle virtù “individuali”.

Sesto potrebbe far pensare immediatamente a Tarquinio Sesto, il figlio dell’ultimo re di Roma Tarquinio il Superbo, che rapì e stuprò Lucrezia, come ci raccontano, non solo Livio e altri storici, ma letterati quali Petrarca, Coluccio Salutati, e persino Shakespeare, oppure a Sesto Clodio, il vile e acerrimo avversario di Cicerone, o a Sesto difeso da quest’ultimo (Pro Sext.), o a qualche altro Sesto o Sextius della millenaria Storia romana.

Tuttavia, l’espressione di temperata dolcezza del viso del personaggio ritratto,  la posa languida e delicata del corpo, l’insieme complessivo della rappresentazione insomma, ci permette di associare ragionevolmente il personaggio in questione a Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno che fu triumviro insieme a Cesare e Crasso.

Quando Cesare passò il Rubicone nel 49 a.C. dando inizio alla guerra civile, Sesto rimase a Roma per prendersi cura della matrigna Cornelia Metella. Nel momento in cui Pompeo perse la battaglia di Farsalo nel ‘48 e fuggì per salvarsi la vita, Cornelia e Sesto lo incontrarono nell’isola di Mitilene e insieme fuggirono in Egitto, dove Pompeo, su sollecitazione di Cesare, fu ucciso, sotto gli occhi del figlio, da Tolomeo XIII, fratello di Cleopatra. Da quel momento inizierà l’avventura di Sesto contro il dispotismo cesariano  che lo porterà alla morte non ancora quarantenne.

Nella carta un giovane regge uno scudo appoggiato sul terreno mentre osserva una fiaccola che stringe nella mano sinistra. E’ quella la fiaccola della vita che presto si spegnerà e che il giovane però guarda senza rimpianti, con un’espressione di serena calma e dolcezza.

Siamo qui in presenza dell’Amore, ma non di Cupido che infiamma il cuore dell’uomo e lo svia dalla retta ragione, dell’amore volgare e irragionevole, ma dell’Amore come virtù fondamentale dell’essere umano, dell’amore verso i valori della giustizia repubblicana,  i propri genitori, il prossimo e verso la meta cui Dio ci ha destinati. E’ l’Amore come “pietas” di cui Virgilio di lì a non molto rivestirà Enea e che la Storia assegnerà a Sesto chiamandolo “Pio”, l’amore disinteressato che nulla chiede e tutto concede. Non a caso l’Amore nell’ordine dei Tarocchi segue direttamente i Papi e gli Imperatori che da siffatta virtù si devono far vincere.

L’Amore di Sesto inteso come “pietas” sarà una costante della sua vita. Ne fa fede, a titolo d’esempio, il suo atteggiamento in un momento particolare, quello delle ingiuste proscrizioni pubblicate, a seguito dell’uccisione di Cesare, dai triumviri Lepido, Antonio e Ottaviano, per le quali troverà la morte “il padre della patria”, il proscritto Cicerone, in cui si può leggere che “…per prevenire i nostri nemici piuttosto che aspettare i mali che ci preparano, chi ucciderà un proscritto e ne recherà noi la testa, se libero, riceverà centomila sesterzi, se schiavo, quarantamila, la libertà e il diritto di cittadinanza goduto dal suo padrone….”

La compassione di Sesto Pompeo verso la lista dei proscritti fu veramente grande e attiva, come ci attestano le fonti. Nelle maggiori città d’Italia e in Roma stessa, fece affiggere dei cartelli nei quali, mettendo a repentaglio la propria vita, prometteva a chi salvasse un proscritto doppio premio di quello promesso dai triumviri a chi l’uccidesse.

E’ giusto rimarcare, a questo punto, che, nell’iconografia dei Tarocchi, l’Amore viene spesso figurato da una coppia di Amanti, con Cupido che scaglia dall’alto un freccia su di loro, quale passione che a volte ci travolge rubandoci l’intelletto e il giudizio, e questa doveva essere anche la rappresentazione che il Piscina sembra mettere in discussione, se così si esprime: “Quanto all’essere l’Amore dipinto in forma di quel volgare, diciamo questo poter essere stato fatto perché non si poteva forse in altra più accomodata forma figurare che nell’immagine di Cupido, con ciò che sia che l’amore volgare altro non è, secondo i Platonici, un appetito sfrenato e poche volte non un desiderio ragionevole di conseguire alcuna cosa alla quale s’abbia posto affezione”.

L’esecutore dei nostri Tarocchi sembra invece dirci che è possibile una forma “più accomodata” a significare l’Amore, laddove ci mostra il volto di Sesto, dell’Amore appunto e non degli Amanti, carico di quella tenerezza che sottrae a questa virtù qualsiasi impeto d’irragionevole passione.

VII.DEOTAURO

La carta non dà luogo ad equivoci e false interpretazioni. Si tratta di Deiotaro, tetrarca della Galazia, in Asia minore, fedele alleato della Repubblica romana. Accusato ingiustamente dal nipote – il quale voleva prenderne il posto- di aver tramato l’uccisione di Cesare, venne difeso da Cicerone, allora in età di 62, nell’orazione Pro rege Dejotaro , nel 44 a.C.

Queste le parole con cui Cicerone esalta le virtù del re galata davanti a Cesare e al Senato: “Deh, chi mai v’è più di lui considerato? Più cauto? E più avveduto? Sebbene in questo luogo reputo che non tanto difender si debba Dejotaro per l’accorgimento e per la grandezza, quanto per la lealtà e la timorata coscienza……Chi mai non conosce la probità di Dejotaro, l’integrità, la gravità, la virtù e la sua leal fede?”.

La carta ci mostra un uomo maturo, serenamente pensoso, coronato d’alloro e seduto su un carro trionfante che regge nella mano destra una sorta di scettro, simbolo del potere, e tiene l’altra mano quietamente distesa sulla gamba.

Quello che colpisce del personaggio è, a prima vista, il profilo del viso, non tanto per l’espressione, quanto piuttosto per il naso aquilino che sembra rinviare a un vero e proprio ritratto. E’ da escludere che l’Autore abbia preso come modello qualche medaglia celebrativa di Deiotaro, perché in una di esse il re, sempre di profilo, mostra un bel naso dritto e ben proporzionato. E’ più ragionevole pensare che abbia fatto riferimento a qualche personaggio particolare a lui contemporaneo di cui voleva esaltare la stessa virtù del re galata.

E secondo i canoni simbolici rinascimentali e il pensiero aristotelico, il naso che insorge come quello del corvo, e non è il nostro caso, è a volte simbolo di sfacciataggine, mentre quello la cui curvatura si separa dalla fronte e nel mezzo si fa adunco, ed è il nostro, è indizio di magnanimità.  In poche parole, quel naso adunco non è altro che l’espressione della nobiltà d’animo del personaggio in questione. Nobiltà e grandezza che sono il segno della generosità salda e retta dell’animo umano, maneggiata senza passione ed affetto, ed è per questo che l’Amore è ad essa inferiore e da essa superato.

Nei Tarocchi tradizionali è il Carro trionfante dell’uomo nobile e leale, il premio, specchio della gloria divina che tutto governa, della saggezza, dell’amicizia, del dovere, e di tutte quelle virtù familiari e civili che offrono l’uomo alla grazia di Dio.

Valerio Massimo ci racconta poi che “ il re Deiotaro in quasi tutte le cose si governava secondo gli auspici”, con ciò intendendo dire che fosse un fedele osservante dei segni celesti.

Cicerone, dopo aver messo in bocca al fratello Quinto le stesse espressioni, lo confuta con queste parole: “Secondo te, Deiotaro non si è pentito di aver dato retta agli auspici che ricevette al momento di partire per il campo di Pompeo, poiché, tenendo fede alla lealtà e all’amicizia col popolo romano, compì il suo dovere, e considerò più importante l’onore e la gloria che il mantenimento del suo regno e dei suoi possessi……Se badiamo agli eventi, che si cerca di prevedere in base al volo degli uccelli, gli eventi non furono in alcun modo favorevoli a Deiotaro; se invece badiamo al compimento del dovere, esso fu suggerito a quel re dalla sua virtù, non dagli auspici.”

Nella carta, allora, il Carro trionfante del re Deiotaro è condotto dalla Magnanimità che tiene le redini, nel senso che l’uomo che si fa guidare dal dovere, dalla capacità di affrontare le avversità senza mai soccombere, dalla generosità, onestà e perseveranza, è già salvo, e la provvidenza divina non può essere altro che un premio a questa salvezza.

Nelle figurazioni tradizionali, il Carro è un vero e proprio carro trionfante in sintonia col “Carro trionfale” della parata in cui a Roma gli Imperatori venivano osannati dopo una vittoria sui nemici. Se il trionfatore romano teneva con la destra un ramo d’alloro e con la sinistra uno scettro d’avorio all’estremità del quale vi era una piccola aquila, il trionfatore dei Tarocchi sorregge in una mano il globo aureo e nell’altra uno scettro regale. I quattro cavalli che anticamente trainavano il Carro, nei Tarocchi diventano solitamente una coppia senza redini, la quale, secondo le più ricorrenti interpretazioni, sta a significare l’istinto e la ragionevolezza dell’uomo, virtù, che una volta equilibrate, tracciano in anticipo la strada da percorrere lungo il cammino della vita.

VIII.NERONE

Iniziamo ora il cammino lungo le quattro virtù cardinali dell’uomo: giustizia, forza, prudenza e temperanza.

(Nota: nei tarocchi ferraresi la carta n. VIII è sempre l’Amore/gli Amanti. Può Nerone rappresentare simbolicamente tale sentimento? Assolutamente no! Ciò è uno dei tanti indizi che ci portano a dire che i Sola-Busca non sono di area ferrarese!)

In questa carta verrà declinata la Fortezza, intesa non come forza fisica, corporale, fine a se stessa, ma piuttosto quale specchio della forza morale nell’applicazione della retta ragione.

In tal senso, la Fortezza è la “Fortitudo” di S.Tommaso,  ciò che “quando il timore ci ritrae dalle difficoltà o quando l’audacia ci porterebbe agli eccessi si dice repressiva dell’uno e moderativa dell’altra”, cioè, secondo il pensiero aristotelico “il giusto mezzo tra l’impetuosità e la codardia”.

La carta ci rinvia immediatamente all’imperatore romano che è passato alla storia come il tiranno crudele e dissoluto quale fu Nerone, colui che ha ucciso con un calcio la moglie Poppea, che nel 64 d.C ha incendiato Roma  dando la colpa ai cristiani, che dopo l’incendio si costruisce un palazzo spettacolare come la Domus aurea, colui che al posto delle armi frequenta la passione del teatro e della recitazione, laddove a Roma, a quel tempo, il mestiere dell’attore era equiparato quasi alla prostituzione, il violento che reprime la congiura dei Pisone ai suoi danni togliendo di mezzo, tra gli altri, Petronio, l’autore del Satiricon, e il filosofo Seneca, da sempre suo consigliere. Insomma, il pazzo e crudele che nell’immaginario collettivo suona la lira mentre Roma brucia.

Chi ce lo racconta così è Svetonio, ma Svetonio è l’equivalente antico della stampa scandalistica di oggi che raccatta tutti i pettegolezzi e quando non li trova li inventa. Chi ce lo racconta così è  Tacito, lo storico aristocratico che però è portavoce degli interessi del Senato.

In verità le cose sono andate diversamente. L’incendio di Roma non è colpa di Nerone, anzi, lui che in quel momento è nella sua villa fuori Roma, ne resta costernato a tal punto da ricostruire la città impedendo la speculazione edilizia su cui puntavano i “palazzinari” del Senato e avviando una politica monetaria e di lavori pubblici favorevole alle classi popolari. Per quanto riguarda poi la mastodontica e ricchissima Domus aurea, gli storiografi moderni inclinano ad affermare che sia stata costruita con una funzione pubblica piuttosto che privata, e, in merito alla vendetta consumata contro i congiurati che attentarono alla sua vita, se crudeltà c’è stata non è maggiore di quella messa in atto da altri imperatori, o consoli del periodo repubblicano.

Ma allora, a che si deve l’aura demoniaca che circonda da sempre l’immagine del nostro imperatore? Si deve, di fatto, alla persecuzione contro i cristiani in cui persero la vita i Santi Pietro e Paolo. Contro Nerone si sono saldate così due tradizioni potentissime, quella degli storici aristocratici romani e quella cristiana che ha visto in lui il primo persecutore della vera religione e il colpevole della morte dei due più eccellenti martiri della Chiesa.

Secondo Tacito, Nerone fece di tutto per allontanare il sospetto che fosse stato lui ad appiccare l’incendio, distribuendo denaro, facendo sacrifici agli Dei, ma il sospetto rimase, e allora decise di trovare qualcuno da incolpare e lo trovò nei cristiani, la cui religione definita dallo storico”exitiabilis superstitio”, una fede pericolosa, si prestava bene come capro espiatorio: “Nerone per sfuggire all’infamante accusa di avere egli ordinato l’incendio accusò altri di una tal colpa destinando ad atroci pene coloro che il volgo chiamava cristiani……Cosicché, quantunque i cristiani fossero perversi e meritevoli di ogni nuovo supplizio, tuttavia vi fu per essi un senso di commiserazione per come erano fatti morire, non per ragione di pubblica utilità, bensì per soddisfare alla crudeltà di uno solo”.

Tacito indugia poi sulle pene che l’imperatore inflisse ai cristiani, facendoli divorare dai cani, crocifiggere o trasformandoli in torce umane. Il quadro del 1876, dal titolo “Le torce umane”, opera di H. Siemiradzki, attualmente presso il Museo Nazionale di Cracovia, riprende fedelmente il passo di Tacito in cui si narra di Nerone che volge lo sguardo compiaciuto verso un gruppo di servitori intenti a dar fuoco alle povere vittime legate su alti pali di legno.

Nella carta, Nerone sembra impegnato personalmente in questo supplizio mentre dilania un bambino prima di bruciarlo. Sul suo braccio è appoggiato un bastone da cui pendono delle sfere che richiamano uno di quei giochi infantili romani chiamati “tintinnabula”, sonagliere che i bambini costruivano infilando in una cordicella noci o nocciole che poi legavano a un supporto di legno. L’iconografia sembrerebbe confermare una simile associazione in quanto tali giocattoli, di semplice fattura, insieme ad altri piccoli oggetti venivano deposti nelle tombe dei bambini per accompagnarli nell’aldilà.

Osservando la carta, però, quello che colpisce è la testa del personaggio. I capelli sono scompigliati come se il proprietario fosse vittima d’una frenesia insensata, una specie di furore sottolineato dall’espressione del viso quasi indefinibile, compiaciuta e nello stesso tempo indifferente: è l’espressione della malvagità irragionevole che infetta l’animo umano. In Svetonio si legge:  “Nerone aveva deciso di imitare le fatiche di Ercole; dicono che aveva fatto preparare un leone che egli, presentandosi tutto nudo nell’area dell’anfiteatro, avrebbe dovuto uccidere o a colpi di clava o a forza di braccia”.

La scelta di discostarsi da parte del nostro Autore da questa figurazione che è quella tradizionale non è casuale, in quanto credo che la sua intenzione sia stata quella di mostrare dove può condurci l’esercizio di una tirannia basata sulla forza fisica brutale e inconcludente, piuttosto  che sulla forza orientata al bene e che diventa automaticamente forza intellettuale.

Nei tarocchi tradizionali, la Forza, o più propriamente, la Fortezza, è rappresentata da una donna che apre con le mani le fauci di un leone, gestualità che ritroviamo anche nella nostra carta, con Nerone che divarica le gambe del bambino. Tale rappresentazione, in cui la forza fisica e morale vengono ad assumere connotati equivalenti, ebbe larga diffusione nel Medioevo.

In altre figurazioni, la Forza è accanto ad una colonna, spesso spezzata. Quest’ultima rappresentazione è tipica del tarocco ferrarese, l’altra di quello lombardo.

VIIII.FALCO 

Nella storia romana c’è soltanto un Falco ed è Quinto Sosio Falcone (Quintus Sosius Falco), console nel 193 d.C, nel tempo in cui al crudele Commodo, era succeduto in qualità di imperatore, il saggio e prudente Pertinace, di cui Cassio Dione dirà: “Pertinace fu un uomo buono ed onesto, affabile e pronto ad ascoltare i desideri di ciascuno, e quello che gli sembrava opportuno umanamente rispondeva, e una volta stabilito imperatore tosto si diede ad emendare le cose che in addietro si facevano in modo perverso e con turbamento, in lui scorgendosi umanità e probità, un’ottima amministrazione delle cose domestiche ed una cura diligentissima della repubblica.

Un uomo del genere non poteva durare a lungo in una società ormai logorata dalla corruzione e dal vizio. Alcuni congiurati scelsero allora il nostro console Falcone quale suo necessario successore. Fatto sta che quando la perfida trama fu scoperta, così continua Dione: “…..mentre però noi eravamo disposti a condannare Falcone (e già nemico lo chiamavamo), si alzò Pertinace esclamando “ Vi guardi il cielo che mentre io sorreggo il principato, alcun senatore anche rettamente sia dannato a morire”. In questo modo Falcone fu salvo.”

La maggior parte dei congiurati fu messa a morte, ma Falcone, la cui colpevolezza non fu provata e la cui innocenza era sostenuta da molti, si ritirò nella sua proprietà e morì anni dopo di morte naturale. Nella carta, un uomo incoronato e in ginocchio, dalla lunga barba grigia, sostiene nella destra un’asta, simbolo del potere, mentre lo scudo e l’elmo sono poggiati a terra.

Si tratta di Falcone che tiene lo sguardo rivolto verso l’alto e le labbra dischiuse in segno di invocazione, una richiesta agli dei di infondergli nel petto il valore della giustizia dimostrata da Pertinace nei suoi confronti.

A questo punto possiamo indubitabilmente associare la virtù simbolizzata da Falcone a ciò che nei trionfi tradizionali è la Giustizia, intesa come equilibrio e saldezza interiore, principi che permettono la clemenza anche verso chi potrebbe offendere la nostra stessa vita.

Nei Trionfi tradizionali la sua rappresentazione è quella classica: una matrona con la bilancia in una mano e la spada nell’altra, come ci mostra la bellissima opera giottesca della Cappella degli Scrovegni a Padova. Qui la Giustizia è coronata e seduta su un trono. Nelle mani regge i due piatti di una bilancia in cui si trovano, a destra, un angelo con la spada sguainata, pronto a colpire un malfattore, e a sinistra un altro angelo che invece incorona un saggio. E’ la Giustizia che tiene in equilibrio la bilancia per il giudizio e la spada per la punizione.

X.VENTURIO 

Non essendoci alcun Venturio nella storia romana, il personaggio dovrebbe riferirsi a qualcuno dei diversi Veturio che vi compaiono, un Veturio toccato dalla “ventura”, da cui, appunto, con un gioco di parole, VENTURIO.

Se così è, il personaggio è ragionevolmente Tito Veturio Calvino, due volte console, nel 334 e 321 a.C., al quale è associata la famosa sconfitta romana da parte dei Sanniti presso le Forche Caudine, proprio durante il suo secondo consolato.

Tra gli altri, Orosio così ci descrive la sconfitta: “ Le Forche caudine, assai famose, portarono una grandissima infamia ai Romani. Ponzio, capo dei Sanniti, dopo aver rinchiuso con le armi in una gola i consoli Veturio e Postumio insieme a tutto l’esercito, tanto sicuro della vittoria chiese ad Erennio, suo padre, se dovesse ucciderli tutti o tenerli in vita. Si decise di salvarli per disonorarli. I Romani spesso erano prima vinti e uccisi, ma che fossero presi o si arrendessero vivi, non era mai avvenuto. E così i Sanniti, avuta la vittoria e preso tutto l’esercito, spogliarono i vinti delle armi e dei vestiti lasciando loro solamente gli indumenti coi quali potessero coprire la vergogna dei loro corpi, comandando che si disponessero prigionieri in una lunga e ordinata schiera, soggetti al trionfo dei vincitori. Ritenuti poi seicento cavalieri in ostaggio, rimandarono a Roma con grandissima vergogna e disdicevoli condizioni di pace, i detti consoli e gli altri, spogliati di tutti i loro beni.

Arrivati a Roma, dice Livio nella lunga narrazione dell’intera vicenda, i due consoli spodestati chiesero ed ottennero dai nuovi consoli di essere consegnati prigionieri ai Sanniti rigettando le condizioni da loro stipulate con Ponzio senza il consenso del Senato romano. Condotti nei pressi di Caudio furono rimandati indietro liberi da Gaio Ponzio. Nella battaglia successiva, i Sanniti vennero duramente sconfitti e soggiogati.

Cicerone, nel trattato morale e pedagogico scritto per il figlio Marco, con la consueta concisione e finezza stilistica, nei termini seguenti racchiude la vicenda:“Tito Veturio e Spurio Postumio, la seconda volta consoli, combatterono male presso Caudio, e le nostre legioni furono sottomesse al giogo dei Sanniti coi quali trattarono la pace. Per la qual cosa, essi furono dati ai nemici in quanto la pace fu da loro stipulata senza il permesso del popolo e del Senato”.

Nella carta, il personaggio imbraccia l’asta del condottiero, tiene lo scudo a riposo sulla schiena, e la mano sinistra protesa in avanti in un gesto sospeso nell’aria. Se i fatti narrati ci descrivono ragionevolmente Tito Veturio toccato dalla “ventura”, l’unica associazione possibile con i trionfi tradizionali è data dalla Fortuna. Essa va intesa nell’accezione antica, quale sorte, caso, “ventura”appunto, accadimento di qualcosa che avrebbe anche potuto capitare e accadere diversamente (La Ruota della Fortuna). E tale è la fortuna che tocca Veturio sottraendolo alla morte in battaglia e alle mani di Ponzio.

La carta ci insegna che qualsiasi decisione o impresa ci accingiamo a compiere per raggiungere un determinato obiettivo, dobbiamo essere consapevoli che già in quel momento, sin dall’inizio, il caso può scompaginare i nostri progetti. Non per niente, gli onori e le grandezze che si ottengono grazie alla giustizia, alla forza, e all’amore, sono signoreggiati dall’insolente Fortuna. L’Allegoria della fortuna di Tiziano (1520. National Gallery.Washington) che ritrae un Cupido stanco e aggrappato a una ruota e che assiste all’arrivo del macabro cavallo della Morte che incombe alle sue spalle, è emblematico del fatto che l’amore, come tutte le cose, è in balia della Fortuna, la quale, senza curarsene, distribuisce gioia e dolore, vita e morte.

I calzari alati indossati dal personaggio raffigurato non sono una garanzia sufficiente di vittoria, proprio perché simbolo del Fato che decide il destino umano. La Fortuna è lì che aleggia nell’aria, come la mano dello stesso personaggio, ad indicarci che la totale padronanza della vita è una pura illusione.

Tuttavia, se agiamo secondo ragione e verità, persino la disgrazia più grande si riduce a un male insignificante.

Nei tarocchi tradizionali essa è rappresentata, secondo l’allegoria medievale, da una dea bendata che fa muovere una ruota. Nella bellissima simbologia dei tarocchi Visconti-Sforza, ad esempio, vediamo quattro personaggi appesi alla circonferenza della ruota, girata dalla Fortuna bendata, portanti un cartiglio che in quello a sinistra dice “Regnerò; in quello in alto, relativo a un personaggio incoronato, ma con le orecchie d’asino a simboleggiare la stupidità e transitorietà delle ambizioni terrene, “Sto regnando”; a destra “Ho regnato”; e in basso “Sono senza regno”, come a significare la vanità dell’uomo nel correre dietro alla gloria e ai beni terreni, per ritrovarsi alla fine vecchi e senza regno in quanto la sfacciataggine della Fortuna fa girare la ruota secondo il capriccio del caso.

XI.TULIO

I due personaggi più prestigiosi della gens Tullia, una delle più antiche di Roma, sono il capostipite Servio Tullio, sesto re di Roma nel periodo regio, e M.Tullio Cicerone nel periodo repubblicano.

Servio Tullio fu re di Roma per quarantaquattro anni, dal 578 al 534 a.C. Deve la sua fortuna a Tanaquilla, colta e ambiziosa moglie del re precedente,Tarquinio Prisco, che ne indovinò la grandezza dandogli in sposa la figlia. Alla morte del marito fece in modo, con uno stratagemma, che Servio gli succedesse come re di Roma.

Floro racconta che “In seguito occupò il governo della città Servio Tullio, a cui non fu d’ostacolo l’esser nato da madre schiava, tanto perché la sua bella indole era stata nobilmente educata da Tanaquilla, moglie di Tarquinio, quanto per il presagio di gran fortuna nella fiamma veduta irraggiargli il capo. Quindi, morto Tarquinio, Servio fu posto sul trono al posto del re, come se fosse una misura provvisoria, ma conservò il regno, conquistato con l’inganno, con tanta abilità che sembrava lo avesse ottenuto in modo legittimo”.

La grandezza futura di Servio, annunciata fin dalla nascita, come ci ricorda lo storico romano con la famosa apparizione del presagio, raccontato, tra gli altri, da Valerio Massimo (Op.Cit. Libro I,VI) “A Servio Tullo ancora fanciulletto, dormendo, fu visto sopra il capo da quelli di casa risplendere una fiamma di fuoco” e  da Cicerone (De Divinatione. Libro I, 53), dove fa dire al fratello Quinto: “Che a Servio Tullio, mentre dormiva, brillò una fiamma sulla testa, quale storia non lo racconta?”, è attestata dalle sue opere che lasceranno una traccia indelebile nella storia Romana.

Sul piano militare, introdusse nell’esercito l’ordinamento centuriato togliendolo alle curie, e guerreggiò per venti anni contro l’espansionismo delle varie città etrusche alleate tra loro ottenendo alla fine la vittoria e i territori verso nord. Su quello sociale, eliminò la schiavitù per debiti; fece distribuire le terre, conquistate in guerra, ai ceti popolari, creando, in tal modo, uno stuolo di contadini soldati che alimenteranno l’espansione di Roma; organizzò il censimento delle persone e dei loro beni per tassare equamente il popolo; tra l’altro, a lui si deve la Costituzione che prese il suo nome, tesa ad eliminare i privilegi della nobiltà di sangue e che assegnava per la prima volta i diritti politici e la possibilità di entrare nelle milizie a tutti i cittadini. Sul piano urbanistico, infine, riorganizzò la città dotandola di numerosi templi religiosi e costruì le Mura, dette Serviane, a completamento e rafforzamento dell’opera del suo predecessore.

Servio Tullio lasciò la vita sotto le ruote del carro condotto dalla figlia, la quale, in combutta col marito di cui condivideva l’ambizione, ne aveva decretato la morte.

Se Servio Tullio illumina il periodo regio, M.Tullio Cicerone (106-43 a.C.) incarna i valori dell’epoca repubblicana. Il “padre della patria”, pieno d’animo sublime, degno d’eterna memoria, “un grande ingegno che amò veramente la patria”, a sentire lo stesso Ottaviano divenuto Augusto, quando si duole vergognosamente di aver contribuito, in qualità di triumviro, alla sua uccisione.

Il lettore può trovare nei suoi scritti filosofici, politici, morali, e soprattutto, a mio giudizio, nelle numerose epistole che scrisse ai familiari e agli amici, una sorta di guida spirituale che resiste al logoramento del tempo e della Storia, un vademecum che ancora oggi mostra tutta la sua grandezza.

Così Ovidio ne ricorda la morte: Quegli ch’era sempre stato il rappresentante più insigne della patria, quegli ch’era stato il rivendicatore del Senato e delle leggi, la pubblica voce del diritto, della religione, della vita civile, tacque per sempre, estinto dalla ferocia delle armi.”

Tornando ora al nostro discorso, il personaggio raffigurato sulla carta è del tutto particolare, di profilo, senza corona, con lo scudo in posizione di riposo, e soprattutto con un’espressione ieratica da vecchio saggio con lo sguardo rivolto verso la fiamma di una grande torcia sorretta con entrambe le mani.

Delle due virtù cardinali che restano a nostra disposizione nella sequenza ordinaria dei Trionfi, se escludiamo la Temperanza, estranea sia a Servio Tullio che a Cicerone, dobbiamo concludere che Tulio simboleggia la Prudenza dell’uomo, l’Eremita che guarda la fiamma del buon consiglio, tradizionalmente un “Vecchio” appoggiato ad un bastone, che in alcune versioni regge una clessidra, nelle altre più ricorrenti, una lanterna.

Occorre precisare, a questo punto, che la Prudenza dei Tarocchi non va confusa con la moderna accortezza o astuzia individuale; e, tantomeno, con la concezione illuministica di Kant, laddove, nella  Fondazione della metafisica dei costumi, si afferma che la prudenza è “l’abilità nella scelta dei mezzi per il proprio benessere massimo”, dipendendo in tal modo da un fine esterno alla volontà, come se fosse al di fuori della vera e propria sfera morale, quasi un’abilità tecnico-pratica.

La Prudenza di cui si deve rivestire l’uomo che sale la scala trionfale è, invece, quella dell’Etica Nicomachea di Aristotele, una virtù mediatrice tra intelletto e volontà, tra la norma generale e la conoscenza del particolare, tra teoria e prassi, di cui Tommaso dirà essere “Virtù conoscitiva perché è previsione del futuro”, un agire dell’uomo “non per impulso o passione, ma secondo una scelta o decisione retta”.

Definita, quindi, come “la retta ragione dell’agire”, è già Cicerone che traduce per la prima volta in latino con “prudentia” la forma contratta di “previdentia”, cioè la capacità di vedere in anticipo per il buon agire dell’uomo.

E se tale virtù fu la principale cifra morale che accompagnò la vita politica e affettiva di Cicerone, possiamo più ragionevolmente associare il personaggio della carta al sublime oratore piuttosto che a Servio Tullio.

XII. CARBONE

Della Gens Papiria e del ramo Carbone, possiamo annoverare un Gaio Papirio Carbone Arvina che incontrò la morte nell’82 per mano dei partigiani di Mario,  e un suo cugino, il comandante Sillano Gaio Papirio Carbone, ucciso a sassate dai suoi stessi soldati sotto le mura di Volterra nel 79 a.C.

Un fratello di quest’ultimo, militante sul fronte opposto, fu il tre volte console Gneo Papirio Carbone, catturato in Sicilia da Pompeo che lo ammazzò senza troppe cerimonie “mentre piangeva come una donnicciola”, come dice il triste epitaffio nel riassunto del libro 89 delle storie di Tito Livio.

C’è poi un Gneo Papirio Carbone, padre dei sopracitati sventurati, caduti sui fronti opposti della guerra civile, console nel 113, il quale subì una pesante sconfitta da parte dei Cimbri (secondo Livio) o Teutoni (secondo Appiano), a seguito della quale fu messo sotto accusa dall’oratore Marco Antonio (nonno del futuro triumviro), e pare si sia suicidato ingerendo dell’acido. E infine il fratello maggiore di quest’ultimo ( al di là di un Carbone di cui abbiamo notizia intorno al 60 a.C. in relazione a Marco Aurelio Cotta), tale Gaio Papirio Carbone.

Da tribuno, nel 131 a.C.,  fece approvare la lex tabellaria d’ispirazione popolare, che estendeva il voto scritto (tabella) e quindi segreto, già in vigore per i comizi elettorali e giudiziari, ai comizi legislativi. Di questa legge e del suo proponente, Cicerone (De Leg. III,16) dirà: “La terza, sull’ordinare le leggi o vietarle, è di Carbone, cittadino sedizioso e malvagio”. Il nostro Carbone successivamente cambiò casacca passando dalla parte degli aristocratici al fine di ottenere il consolato, attirandosi per questo la nomea di traditore, l’“infame”, come lo apostrofa Cicerone (Ad Fam. IX,21), perché nel 120, ormai console, difese in tribunale Lucio Opimio, l’assassino di Gaio Gracco, buttando alle ortiche il diritto e l’antica amicizia con il fratello Tiberio. L’anno successivo, tuttavia, messo lui stesso sotto accusa, pur essendo un ottimo oratore, una volta sconfitto, si suicidò.

Carbone è il traditore e l’associazione all’Appeso dei trionfi tradizionali è del tutto naturale. L’Impiccato, in tutte le versioni dei tarocchi, tranne la più tarda siciliana, è sempre stato raffigurato appeso per il piede. Simbolismo immediatamente comprensibile se pensiamo che nel Rinascimento il corpo dei traditori dello Stato, dopo l’esecuzione, veniva appeso in questo modo.

Traditore è, infatti, l’altro termine con cui si indicava tale figura nei Trionfi. Si trattava di una forma di contrappasso, come a dire che se in vita qualcuno aveva cercato di mettere sottosopra l’ordine naturale dello Stato, adesso con la morte doveva subire la medesima pena, e quindi essere posto a testa in giù, direttamente con lo sguardo rivolto verso Lucifero. La stessa pena veniva comminata ai traditori nel periodo medievale. Nell’affresco dell’Inferno del 1410, opera di Giovanni da Modena, che si può osservare nella Cappella Bolognini della Chiesa di San Petronio a Bologna, un’identica figura serve quale pena di contrappasso per l’idolatria, considerata la più esecrabile forma di tradimento in quanto rivolta a disconoscere Dio.

Eppure, esiste una verità che oltrepassa una tale interpretazione, perché la più grande forma di tradimento che assomma in sé tutte le altre, e che ci trascina simbolicamente in prossimità della Morte, è il tradire se stessi, il cedere di fronte ai propri desideri, il tradire fino in fondo la propria vita, al pari di Carbone. L’Appeso, dunque, non è il Giuda che tradisce Cristo, o l’idolatra Dio, o chi tradisce l’amico, l’amante o la Patria, ma colui che tradisce il proprio sé, e in un colpo solo, tradisce ogni cosa di cui l’ordine universale della Natura si fa interprete. La figura dell’Appeso-Traditore ci ammonisce a non tradire la propria natura, a non cedere di fronte ai propri desideri se si vogliono tenere chiuse le porte dell’Inferno.

Nel disegno tradizionale, infatti, l’uomo appeso piega la gamba dell’intelligenza a quella rigida della passione. E’ quest’ultima che ha preso il sopravvento ed è essa che, appesa per un piede, sconta la giusta pena. La scissione dell’autentica natura umana in due parti distinte- retta ragione da un lato e istintualità irragionevole dall’altro- è qui rappresentata in maniera simbolicamente efficace. Allo stesso modo, le due borse che pendono dalle mani di chi ha spezzato l’unità del suo essere, sono un’ulteriore testimonianza di simile divisione, una borsa rappresentando l’oro della ragione, l’altra quello della passione, separate una dall’altra e pronte ad essere consegnate nelle mani di Lucifero.

Il tenere costantemente in equilibrio queste due nature dell’uomo, come se fossero una cosa sola, è ovviamente più importante dello stesso equilibrio che si cerca di mantenere in tutte le faccende della vita. Per questo, la virtù incarnata dal Traditore è superiore a quella del prudente Eremita.

XIII.CATONE 

Marco Porcio Catone Uticense (95-46) fu un personaggio incorruttibile e imparziale. Per il suo rigore morale, l’Alighieri nella Divina Commedia lo porrà a guardia del Purgatorio, e non tra i suicidi infernali, come colui che “vita rifiuta” per la libertà, definendolo nel Convivio “ anima nobilissima e la più perfetta immagine di Dio in terra”.

Contrario all’autoritarismo cesariano preferì infatti il suicidio piuttosto che farsi arrestare e assistere alla fine dei valori repubblicani che aveva sempre difeso. Di lui parlano ampiamente le cronache antiche e medievali che ne esaltano  l’inflessibilità intellettuale e l’equilibrio interiore.

In questo caso, l’assegnazione del personaggio a una figurazione dei trionfi tradizionali è immediata in quanto la Morte è sempre segnata dal numero XIII. In ogni caso noi cercheremo, come sempre, la virtù da esso incarnata e il posto che gli spetta nell’ordine dei Trionfi.

E tale virtù in Catone è senz’altro l’espressione più sublime e assoluta della Libertà.

Negarsi la morte per Catone avrebbe significato negarsi la libertà di morire. La morte per il mirabile inventore dei Tarocchi e per lo stoico Catone non è la tetra figura incappucciata di nero, oppure lo scheletro che brandisce un’enorme falce con cui si spezza il filo della vita, non è questo, ma un momento da vivere con la maggiore serenità possibile, perché il segreto per vivere bene è “imparare a morire”. Con l’avvento di Cesare, piuttosto che assistere allo svanire di un mondo per cui aveva vissuto e lottato, Catone si diede la morte, raggiungendo così  il più alto grado di libertà di sfuggire ai catenacci della servitù dittatoriale.

Nella carta, il personaggio, coronato d’alloro, trafigge con una lancia l’occhio di una testa mozzata che giace accanto a un elmo e a uno scudo posati a terra. E’ Catone che con il suicidio spegne la luce dei suoi occhi di fronte alle spoglie mortali dell’antica repubblica romana o a quelle vittoriose del dispotismo cesariano, testimone di una virtù che ci rende liberi dalla morte stessa.

Occorre infine sottolineare che la libertà di Catone vince la morte, ma non la supera, è cioè ancora incompleta. Essa ha signoreggiato la giustizia, la forza, la prudenza, e una virtù quale quella di assicurare l’unità dell’essere umano, ma per illuminare il suo volto con le quattro luci di cui si serve Dante nel Purgatorio, per diventare assoluta libertà morale, ha bisogno della Temperanza, di quella virtù che va oltre la morte, massima espressione terrena dell’essere umano.

La rappresentazione convenzionale di questo trionfo non ha bisogno di spiegazioni. E’ sempre uno scheletro, a piedi o a cavallo, nell’atto di falciare la vita dell’uomo, sia esso un semplice contadino, un papa o un re.

XIIII.BOCHO

Bocco fu re della Mauritania nella guerra giugurtina del 108 a.C. Inizialmente indeciso se allearsi coi Romani o con Giugurta,  scelse il genero sulla promessa di una parte del suo regno. Poi, durante il conflitto, si pentì di tale risoluzione, e incerto se confermare l’antica alleanza o schierarsi dalla parte dei probabili vincitori, si decise a consegnare Giugurta nelle mani dei Romani.

Questo è il quadro ricorrente della figura di Bocco. Sembra il ritratto del traditore, ma non è così. Tra i vari autori che ne hanno trattato la vicenda, prenderò come riferimento Sallustio e la sua Guerra di Giugurta , composta nel 42 a.C., riportando per intero alcuni passi che potranno aiutarci a fare chiarezza.

Siamo nel momento in cui entra in gioco Bocco: il re Giugurta, dopo diverse sconfitte subite dai Romani, ormai allo stremo, chiede al suocero di portare le sue truppe in Numidia.  “Rendendosi conto che quello esitava e pesava il pro e il contro della pace e della guerra gli promise la terza parte della Numidia se si concludevano le ostilità con il territorio intatto”.

Bocco acconsentì, e unito il suo esercito a quello di Giugurta, assalì Mario, ma senza successo. Dopo questi avvenimenti, Bocco chiese a Mario di inviare presso di lui l’uomo più fidato “per conferire su ciò che interessava lui e il popolo romano”. All’incontro viene inviato Silla che, in quella guerra, accompagna il generale in qualità di questore. Dall’incontro veniamo a sapere che il re aveva preso le armi, non per odio verso Roma, ma per difendere il suo regno, dato che i territori della Numidia, promessi da Giugurta, appartenevano a lui per diritto e non poteva tollerare che Mario li devastasse. Inoltre, già in precedenza, lui che da sempre aveva voluto la pace, aveva inviato a Roma suoi delegati con offerte d’amicizia che erano però state ingiustamente rifiutate.

Dopo questo nulla di fatto, ci fu un incontro successivo, preceduto da questa valutazione di Sallustio: “Io credo che Bocco tenesse in sospeso in pari tempo sia il Romano sia il Numida, facendo sperar loro nella pace, e in cuor suo seguitava a chiedersi che cosa fosse meglio, se consegnare Giugurta ai Romani o Silla a Giugurta”. Negli stessi termini si esprime Plutarco: “….per molti giorni volgendo qui e là l’animo suo, discorreva fra se medesimo s’egli doveva dare Giugurta nelle mani di Silla oppure ritenere Silla”.

Nell’incontro, Silla chiede a Bocco di consegnargli Giugurta se vuole l’amicizia  dei Romani e i territori della Numidia che rivendica come suoi. Nello stesso tempo, anche Giugurta gli chiede di consegnargli Silla col pretesto di una conferenza di pace, perché se avesse avuto nelle sue mani una persona di tale prestigio, Senato e popolo romano non avrebbero mancato di concludere un accordo.

Arriviamo così alla conclusione della vicenda :“Si dice che Bocco in cuor suo meditasse a lungo, e il volto e lo sguardo mutassero con il mutare dell’animo. Infine, fa chiamare Silla e tende l’agguato al Numida conforme ai patti stretti con lui, e il giorno stabilito ( per la conferenza di pace) Giugurta è consegnato a Silla in catene, e questi lo porta a Mario”.

La guerra in Numidia è finita. E’ il 105 a.C. Mario viene eletto console, e Giugurta, trascinato a Roma in catene, morirà qualche mese dopo nel carcere Mamertino.

Se analizziamo i fatti narrati, ci accorgiamo che è Giugurta che vuole tradire Silla, e viceversa. Bocco non deve far altro che scegliere tra queste due forme dell’altrui tradimento, e quando lo fa non si lascia trasportare né dalla parentela che lo lega a Giugurtà, né dalla potenza dell’esercito Romano. La sua è una scelta sofferta, meditata, assicurata dal dominio della volontà sugli istinti, la quale, alla fine, si presenterà come la migliore scelta possibile.

Nella carta il personaggio inginocchiato regge uno scudo e una lancia, guardando verso l’alto con un’espressione umilmente implorante.

E’ Bocco in cerca della luce illuminante che possa rischiarare la sua ragione al fine di soddisfare l’armonico equilibrio decisionale da lui desiderato.

Siamo qui in presenza della Temperanza, la virtù terrena che vince tutte le altre e sopra la quale persino la morte non ha alcun potere, consegnandoci a una vita immortale, e che nei Tarocchi, così come nelle antiche e medievali figurazioni, viene rappresentata giustamente da una donna che con prudenza e attenzione mescola liquidi da una brocca all’altra.

Non a caso la temperantia, in latino, rimanda al giusto dosaggio della miscelazione che deve essere stabilito secondo misura. Di qui il senso generale del termine che consiste nella capacità di soddisfare, con equilibrio e moderazione, i propri istinti e desideri. In quanto tale, è la virtù terrena più importante dell’uomo, l’espressione della forza interiore che gli permette di controllare i propri desideri e le proprie passioni, virtù imitativa di Cristo secondo i canoni tradizionali.

Dirà san Tommaso (Summa I,II,q141,2,1): “La temperanza è una virtù cardinale meritevole di lode perché dispone la ragione a resistere ai diletti più naturali dell’uomo, e quindi è più difficile astenersene e tenere a freno la loro brama”.

Una virtù siffatta, capace di alimentare la nostra libertà interiore, andrebbe collocata a metà strada tra le virtù cardinali e quelle teologali, quale virtù intermedia tra il mondo terreno e quello celeste, perché pone le manifestazioni umane sotto il controllo della ragione e, nello stesso tempo, dell’illuminazione divina. Non è un caso che nell’ordinamento lombardo la Temperanza figuri a ridosso delle virtù celesti, proprio per sottolinearne la doppia cifra, di virtù morale e religiosa.

Dopo questa carta, infatti, il mirabile Autore dell’ordine dei Tarocchi ci porterà nell’ordine delle cose celesti.

XV.METELO

Con questa carta iniziamo la salita verso l’alto. Siamo al termine estremo delle cose terrene, sospesi tra la terra e il cielo. 

Così dice Piscina: “ Ma parendo ormai all’Autore d’aver posto immagini ed esempi sufficienti di cose mortali e terrene, continua ora a porre figure di cose più degne, cioè celesti. Ma siccome la Natura non sopporta le mutazioni troppo repentine né che si passi da un estremo all’altro senza un debito mezzo, prima di salire alle cose celesti, pone, quale termine estremo delle cose terreni, esempi di Demoni che pur essendo figlioli di Dio non sono però veramente né terreni né celesti. Sono infatti i Demoni spiriti aerei che sono in un certo qual modo tra Dio e gli uomini”.

Questa figurazione è rappresentata da Lucio Cecilio Metello,  console nel 251 a.C. e artefice della sconfitta di Asdrubale durante la prima guerra punica che assicurerà a Roma la supremazia in Sicilia ed avrà un’influenza decisiva sullo sviluppo della guerra. Eletto console per la seconda volta nel 247, quattro anni dopo fu nominato Pontefice Massimo e tenne questa magistratura per ventiquattro anni.

Così ne parla Plinio: “Fu eccellentissimo guerriero, ottimo oratore, fortissimo capitano generale. Fece grandissime cose in guerra, tenuto in grandissimo onore, molto savio, eccellentissimo senatore. Queste cose accaddero a lui e a nessun altro da quando fu edificata Roma. Solo una cosa le intorbidò un poco e fu che Metello diventò cieco in vecchiaia avendo perduto gli occhi nel fuoco quando tirò via il Palladio fuori dal tempio della Dea Vesta che ardeva, e ciò per memorabile cagione ma con misero successo. Perciò, benché non possa chiamarsi infelice, nondimeno non si può dire felice. Il popolo Romano concesse a lui quello che mai non aveva concesso ad altri, cioè che potesse farsi portare in carretta ogni volta che andava in Senato, cosa grave e onorata concessagli per rispetto degli occhi”.

Alla sua funzione di Pontefice fa menzione anche Dionigi di Alicarnasso : “Essendo acceso il Tempio, e fuggendo le vergini dal fuoco, Lucio Cecilio Metello Pontefice, detto uomo Consolare, non curando della propria sicurezza per cagioni della utilità comune, con molto suo pericolo si cacciò fra quello incendio; e tolte con prestezza dal fuoco le cose sacre, che le vergini avevano lasciate, le conservò. La onde ebbe di molti onori dalla città, come dimostrano le lettere che si leggono nella sua statua la quale è posta nel Capitolio”.

E’ evidente dal ritratto che ne danno gli storici che i meriti maggiori di Metello sono ascrivibili alla sue funzioni di Pontefice Massimo, cioè quale custode e governante del culto religioso.

La carta sembra alludere verosimilmente a questa funzione, laddove Metelo, dalla barba grigia, sostiene con lo scettro pontificale, in modo che non cada dalla colonna-tempio e si spenga, un’urna infuocata che sta probabilmente per il Palladio da lui salvato nel Tempio di Vesta,  l’oggetto più sacro di Roma perché portato da Enea in Italia quando fuggì da Troia, simbolo tradizionale del fuoco sempre acceso in onore degli Dei e della patria. La testa è coperta da un cappello alato, simbolo della direzione delle cose sacre, mentre quello che sembra un serpente che troneggia sullo stesso copricapo potrebbe essere l’emblema della vigilanza sulle cose divine.

Metelo è il Diavolo, ma non il demonio o il lucifero infilato nella ghiaccia dantesca, in poche parole il malvagio contrapposto a Dio e quindi al bene, ma il “diabolus”, cioè “colui che divide”, che separa la sfera terrena da quella divina, la rappresentazione dell’uomo che si allontana dalla terra per andare verso il cielo.

E’ l’uomo che sale il primo gradino celeste della scala che lo porterà al pieno compimento di se stesso.  E’ il custode, l’interprete dei misteri della fede, il quale si serve della luce che scende dall’alto per portare a termine il cammino sovrannaturale appena iniziato.

Nei tarocchi tradizionali la rappresentazione del Diavolo è quella classica, con tanto di corna, artigli, e tutti gli altri attributi satanici. In alcune figurazioni porta un viso sull’addome a significare lo spostamento della sede intellettiva posta al servizio degli appetiti più bassi. In altre, le facce si moltiplicano su diverse parti del corpo, in altre ancora il soggetto divora un bambino o porta un paio di ali di pipistrello sulle spalle. Non sappiamo quale ne fosse la rappresentazione originaria perché di tutti i tarocchi dipinti a mano presso le corti estensi e milanesi, non ci è pervenuto neanche un  esemplare.

Probabilmente, così come per il Cupido nell’Amore, o lo scheletro falcifero nella Morte, anche il Diavolo, se già allora era presente nella sequenza trionfale, sarà stato rappresentato allo stesso modo dei disegni successivi. D’altronde, rappresentare in maniera differente uno spirito aereo, sospeso tra la terra e il cielo,  sarebbe stato estremamente complicato e avrebbe sottratto al simbolismo della carta la sua efficacia.

Purtroppo, ciò ha dato luogo a un’interpretazione distorta e fuorviante che ha finito per assegnare alla carta una patente negativa e terrificante, mentre, al contrario, al pari della Morte, rappresenta anch’essa una virtù che più di altre orienta l’uomo verso la meta cui è destinato, rendendolo conforme alla retta ragione.

XVI.OLIVO

Se si pensa ad OLIVO a detta di qualcuno, come all’ albero solare, oppure, come si legge nel catalogo della mostra braidense, al “trionfo del Sole” con il basilisco accanto a lui come “ingrediente indispensabile (una volta ridotto in polvere) per ottenere l’oro dei filosofi”, ebbene, lo si può fare, ma al di là di un’analisi storica, e soprattutto prescindendo da una visione unitaria dell’intera sequenza dei Trionfi.

Da parte nostra, continueremo a cercare nella storia Romana.

In un passo di Valerio Massimo possiamo leggere che: “ Fidia, avendo dato perfezione alla statua di Giove Olimpio del quale non fu mai fabbricato tra i mortali né il più meraviglioso né il più bello, domandato da un suo amico dove egli era voltato con la mente quando lo ritraeva avendo in quell’avorio espresso tanto al naturale il suo volto che ci sembrava che egli fosse stato in cielo a ritrarlo, rispose che aveva usato i versi d’Omero”. Il personaggio ritratto in figura ha la testa coronata voltata sulla spalla e nella mano destra tiene abbassato quello che sembra un fascio littorio. Un sole splende alto nel cielo. In basso, sulla destra, un basilisco immobile scruta davanti a sé.

Dal momento che non c’è alcun OLIVO nella storia romana, il racconto di Valerio Massimo ci conforta nel pensare al personaggio quale distorsione di Olimpio Giove, voltato con la mente, tutto chiuso in se stesso nell’atto di assorbire la luce divina rappresentata dal Sole.

Siamo ora in presenza della virtù spirituale che è l’ Umiltà nella contemplazione del cammino che ci rimane da percorrere.

Se il DIAVOLO-METELO è il limite superiore delle virtù terrene, OLIVO rappresenta il limite inferiore delle virtù celesti.

Nei tradizionali trionfi questa carta è nominata FUOCO o TORRE. Il Fuoco rappresenta sul piano fisico la sfera cosmologica da superare, così come l’aria è quella di Metelo, ma anche, e direi con maggiore evidenza sul piano morale, il fuoco della verità che si riesce a scoprire nell’atto contemplativo.

E se l’aria è chiamata dagli antichi cosmologi cielo aereo, ed è la sfera di METELO, la sua parte simmetrica rappresentata dal Fuoco, quella di OLIVO, più in basso rispetto al cielo igneo, è chiamata cielo olimpio, dalla sommità del monte Olimpo che si diceva sopravanzasse le nuvole e i venti.

Tale monte, o Torre,  è qui raffigurato dal fascio littorio abbassato, come in uso presso i Romani, a testimonianza del segno di riverenza verso ciò che si guarda. Ciò significa che l’esercizio della contemplazione, attraverso il quale riusciamo  a vedere l’alto dei cieli, deve rivestirsi dell’umiltà necessaria.

In altri termini, se ci sentiamo già pronti nell’affrontare il cammino che ancora dobbiamo percorrere, se pensiamo che non abbiamo bisogno di altro, allora questa superbia potrebbe farci ricadere in basso, buttarci giù dalla Torre e rendere inutile il cammino già fatto. Dobbiamo ancora attraversare le sfere planetarie e senza Sapienza questo è impossibile. Presumere di farne a meno significa tornare a precipizio nel mondo terreno, negandoci la gioia dell’eternità.

Il basilisco, infatti, con il capo da sparviero, che nei trattati rinascimentali indica contemplazione, con gli occhi aperti a significare la gioia di essere riguardati dagli dei, e che i Caldei chiamavano re delle cose celesti, come narra Teone nei commentari di Arato, simboleggia proprio l’eternità che si conquista attraverso la virtù somma dell’uomo, la conoscenza.

Tra tutti i Trionfi, la Torre ha il maggior numero di illustrazioni. A volte c’è un diavolo in una scena infernale e la carta s’intitola “Casa del Diavolo” ; altre volte un “Fulmine” o “Saetta” colpisce un albero; in altre c’è una torre in fiamme, o spenta e colpita da un fulmine; nella versione più ricorrente la torre è colpita dal fulmine che ne sgretola la cima con due figure che precipitano.

In tutte le figurazioni il significato è identico: l’uomo che crede di poter accedere al mondo celeste senza spogliarsi della superbia di sentirsi già degno di quel mondo, è destinato a cadere, a precipitare nella dannazione infernale.

XVII. IPEO

Dopo le virtù terrene, e dopo aver attraversato la sfera dell’aria e del fuoco con il DIAVOLO-METELO e la TORRE-OLIVO, per cosi dire virtù intermedie tra terra e cielo, il Piscina afferma: “ Entriamo così nel bell’ordine delle cose celesti. E qui l’Autore pone dapprima cose che appaiono la notte rispetto al giorno che ne è superiore”. 

Con questa carta e con le due successive parliamo della somma virtù dell’uomo, la Sapienza, declinata in tre forme diverse, di una sapienza che come ci dicono le Sacre Scritture (Salmi 8,7) “insegna la temperanza e la prudenza”, e dunque è il gradino più in alto nella scala virtuosa che ci fa giungere a Dio.

C’è da dire che non c’è alcun Ipeo nella millenaria storia romana, ma possiamo trovare un Lucio Hisseo di cui ci parlano Diodoro, Floro e altri commentatori, il quale è un semplice comandante sconfitto in Sicilia durante la prima guerra servile nel 135 a.C., oppure un Marco Ipseo console nel 125, o un Ipseo Venoce  della guerra contro i Volsci a cui Livio dedica un breve frammento della sua opera, oppure qualche altro Ipseo di cui a malapena ci si ricorda il nome.  Nessuno di loro evidentemente può rappresentare un Trionfo, tanto meno quello di una virtù sublime come la Sapienza.

Siamo ora infatti, come dicevamo, proiettati con questa carta nella sfera celeste, quasi alla fine del cammino dell’uomo verso la compiutezza di sé, e la figura che ha più attinenza con l’iconologia della carta è ragionevolmente Hippia Helio, da cui per distorsione IPEO, ovvero Ippia di Elide, l’eminente sofista greco, del V sec.a.C., di cui ci tramanda Cicerone: “Hippia Helio, essendo andato in Olimpia in quella solenne festa che in capo di cinque anni si suol fare, si vantò di sapere tutte le cose, e non solo le discipline liberali, la Geometria, la Musica, la Grammatica, la Poesia, la Naturale Filosofia e anche la Politica; ma oltre a ciò affermò che egli aveva fatto di sua mano l’anello che portava al dito, la veste di che era coperto e i calzari che gli vestivano i piedi. Per certo passò costui molto innanzi; ma da questo è facile comprendere quanto gli oratori fossero desiderosi delle arti nobili pur non rifiutando quelle meccaniche e vili”.

Quintiliano (Institutio oratoria,XII) dice che “Hippia Helio sofista  fu un degno sartore oltre che eccellente filosofo”.

Platone gli intitolò due suoi dialoghi,l’Hippia maggiore e l’Hippia minore, oltre a parlare di lui nel Protagora per condannare le sue teorie sofistiche. Se confrontiamo le argomentazioni di Platone con quelle di altri scrittori, come i citati Cicerone e Quintiliano, non si può negare che Ippia fu un uomo “conoscitore di tutte le cose”, la cui conoscenza spaziava dalla retorica alla filosofia, dalla politica alla matematica, dalla poesia alla musica, persino dalla pittura alla scultura; inoltre, aveva anche una certa pratica nelle arti della vita, tanto da costruirsi con le sue stesse mani l’anello che portava al dito, l’abito e le scarpe.

Ippia, dunque, ci viene mostrato sotto un duplice aspetto: da una parte come colui che assomma in sé un sapere enciclopedico,  dall’altra come colui che con molta maestria getta lo sguardo sull’agire concreto dell’uomo.

Ma, è evidente che la conoscenza di tutte queste cose era soltanto di superficie, che Ippia non entrò mai nei dettagli di qualche arte  o scienza particolare, e che ciò gli era sufficiente per parlare su ogni cosa senza il bagaglio di un’approfondita conoscenza. Questa arroganza, combinata con una conoscenza poco solida, fu il motivo principale che indusse Platone, al pari di altri scrittori, a sferrare una severa critica verso di lui.

La carta ci mostra un vecchio in abito francescano con due enormi ali sulle spalle in preghiera davanti a un albero sulla cui cima spunta il volto di un angelo.

E’ la saggezza dell’uomo che fa dell’esperienza della vita una parte fondamentale del suo sapere, che non disdegna il “saper fare” per il “saper essere”, l’umile servo della sapienza terrena dell’albero della vita e di quella illuminante dei cieli rappresentata dal cherubino angelico che spunta sulla cima di quello stesso albero.

La Sapienza di cui parliamo, più che del “vero”, si interessa dell’”utile”,  e se la vogliamo inquadrare nelle arti medievali del Quadrivio ( aritmetica, geometria, musica e astrologia), attiene all’astrologia che mette insieme la lettura delle stelle e dei destini umani.

L’astrologia, essenzialmente imperniata sull’ipotesi che esista una relazione di corrispondenza tra le cose celesti da una parte ed eventi umani dall’altra, descrive, attraverso le danze degli astri, nei loro incontri e posizioni reciproche, i destini individuali e collettivi degli uomini. Il sapiente che decifra il libro celeste, che s’impadronisce dell’esatta corrispondenza “tra l’alto e il basso”, è capace di prevedere le sorti che ci attendono, sfuggendo le conseguenze dannose e glorificando quelle favorevoli, da cui è evidente il carattere pratico di un siffatto sapere. Ipeo, vestito francescanamente,  ne riconosce  i limiti, consapevole però che la decifrazione del libro celeste gli può servire nella vita terrena.

La carta, che in tutti i Tarocchi verrà chiamata Stella, rappresenta dunque il sapere astrologico, quale primo gradino di una conoscenza da parte dell’uomo che si configura come sapere pratico, utile nell’esperienza quotidiana, che mette insieme “l’alto” dei cieli con il “basso” della realtà terrena.  La Stella sta quindi per l’Astrologia, e questa per la Sapienza legata all’esperienza umana, rimirata da astrologi con il libro delle effemeridi tra le mani. Sicuramente il Trionfo più significativo del sapere astrologico è quello ferrarese dei “Tarocchi d’Este”, uno degli otto trionfi a noi pervenuti e dipinti a mano presso la corte di Ercole I d’Este nell’ultimo quarto del XV secolo( vedi articolo: I tarocchi ferraresi). I due personaggi, di cui uno col viso a forma di cane, probabilmente Anubi, il messaggero dei cieli, e che indicano a dito la volta celeste, sembrano leggere nelle costellazioni i segni delle vicende umane.

In altri tarocchi troviamo soggetti che richiamano le costellazioni, sotto un cielo che conterrà sette stelle a richiamare forse il numero dei pianeti celesti, come in quelli milanesi-marsigliesi dove una giovane donna inginocchiata sulla riva di un fiume vi versa acqua da due brocche sotto un cielo stellato, a rappresentare probabilmente la costellazione femminile dell’Acquario.

XVIII. LENTULO

Dei Lentulo, il nome di una delle famiglie più importanti della gens Cornelia, se ne contano quarantaquattro, incluso un Publio Lentulo, supposto governatore romano della Giudea, il quale, in un rapporto inviato all’imperatore Tiberio, dal titolo “Epistula Lentuli ad Romanos de Cristo Jesu, elogia la figura di Cristo lodandone la sapienza e i miracoli. La lettera, scritta in latino, ma probabilmente tradotta da un originale greco, a causa di diverse incongruenze si è dimostrata un falso di epoca posteriore,  opera di un ignoto letterato del XV secolo che deve aver utilizzato un passo di qualche trattato religioso medievale.

Siamo ora nella sfera celeste della Luna, alle prese ancora con la virtù della Sapienza, ma di un sapere che è fine a se stesso e che prescinde dall’esperienza, fondandosi unicamente sul potere dell’intelligenza, un sapere che ha come fine il vero.

Fortuna vuole che ci sia un dettaglio sulla carta che ci assicura sull’identità del nostro personaggio. Si tratta di Publio Cornelio Lentulo Spintere, e il particolare che ce ne permette l’individuazione è la toga trasparente di porpora da lui indossata.

Lentulo fu edile curule nel 63 a.C., “avanzando tutti coloro che erano stati innanzi a lui” (Cic. De officiis. II,XXIII), e quale sovrintendente alle attività teatrali e ludiche organizzò una serie di spettacoli che saranno ricordati per il loro splendore, anche se poi guasterà il tutto indossando un costoso e disdicevole vestito di porpora Tiria. Ce ne parla Plinio: “Quando io ero giovane, era in uso la porpora di color di viole, la cui libbra si vendeva cento denari; e non molto di poi la rossa Tarentina. Dopo quella venne la dibafa Tiria, la cui libbra valeva più di mille denari. Di questa, avendosi per primo fatta una pretexta Publio Lentulo Spintere, edile curule, ne fu molto biasimato.

In tutte le cronache, il due volte console Lentulo viene elogiato come uomo  di straordinaria saggezza, onestà e rigore intellettuale.

Così ne parla Tacito: “ Era stata gloria di Lentulo, oltre ad aver ricoperto il consolato ed aver ottenuto gli ornamenta triumphales sui Geti, una povertà sopportata con gran dignità a cui seguirono ricchezze acquisite in modo onesto e utilizzate con saggezza e moderazione”.

Cicerone, quando farà ritorno a Roma dall’esilio grazie al suo impegno, lo chiamerà “ Padre e Dio della sua vita e delle sue fortune”, e in tutto il carteggio che ebbe con lui non mancherà mai di manifestargli la riconoscenza, la stima e l’amicizia. Lentulo, forse anche più di Cicerone, sarà colui che difenderà i valori repubblicani contro le pretese cesariane in maniera così radicale da seguire Pompeo fino alla sua definitiva sconfitta a Farsalo.

Nonostante fosse legato per scelta politica a Pompeo, la sua specchiata onestà intellettuale non gli impedì di scontrarsi spesso con lui. Riporto, di seguito, a titolo d’esempio, un breve riassunto del Libro I delle Epistole ad Familiares di Cicerone che ci permetterà d’inquadrare meglio il nostro personaggio, e nello stesso tempo di trarre dalla vicenda un elemento che appare simbolicamente nella carta.

Nel 57 a.C. Lentulo era console insieme a Metello Nepote quando Tolomeo Aulete, re d’Egitto (padre di Cleopatra e di quel Tolomeo che ucciderà Pompeo), fu costretto a fuggire a Roma sotto la minaccia di morte dei suoi sudditi. Avendo fatto richiesta d’essere riammesso sul trono, ne ottenne il decreto senatoriale col favore di Pompeo, probabilmente per qualche elargizione di denaro (tralascio per brevità espositiva di argomentare la corruzione ormai diffusa che minava la Repubblica, di cui si faranno portavoce quasi tutti gli storici).

Il console Lentulo chiese allora al Senato di decidere chi avesse dovuto avere l’incarico di rimettere sul trono il re egizio tramite l’assegnazione della Cilicia per svolgere questo mandato. L’incarico e il proconsolato toccò proprio a lui. Ma, prima che partisse da Roma, il tribuno della plebe, Gaio Catone, anche lui corrotto, mise in giro la pretestuosa voce che l’oracolo, tratto dai libri Sibillini, aveva proibito di restituire il trono al re tramite l’opera di un esercito armato, pena un grave rischio della Repubblica. In assenza dell’esercito, il reintegro di Tolomeo sul trono restava sospeso.

Alcuni parteggiavano per Pompeo, altri per Lentulo, fino a quando, sempre lo steso tribuno propose una legge che toglieva a Lentulo il proconsolato della Cilicia e di fatto lo esautorava dall’incarico, il che costrinse il giusto e povero console a deporre ogni pensiero della restituzione di Tolomeo, e a pensare a come controbattere un simile atto di sopraffazione e ingiustizia. A questo scopo, oltraggiò in Senato Pompeo con parole così dure che questi si ritirò dall’impresa. Tolomeo, disperando ormai ogni soccorso dal Senato, si rifugiò da Gabinio, proconsole della Siria, e sborsando diecimila talenti, riguadagnò facilmente il trono.

Che nella carta sia simbolizzata la Sapienza appare anche nelle sembianze del personaggio, ornato da una lunga barba bianca, espressione caratteristica di tale virtù, e dal cordoncino che gli cinge la testa a significare la potenza del pensiero. Inoltre, l’esercizio di una somma virtù come questa non ha bisogno  delle insegne del potere terreno, ma unicamente del potere dell’intelligenza: l’elmo e lo scudo sono infatti posati a terra a significare che le battaglie della vita si vincono soltanto attraverso la luce della fiaccola della saggezza interiore. Nella carta il vecchio Lentulo che ha deposto ai suoi piedi scudo e corona, simboli di un’infettata saggezza, si è rivestito di un abito nuovo, di un sapere che non ha altra protezione se non in se stesso, e per questo sempre pronto a interrogare la fiaccola della conoscenza con amore e desiderio.

Non a caso, la fiaccola verso cui il personaggio volge lo sguardo nel tipico atteggiamento dubitativo di chi stringe la barba con la mano, non è la fiaccola della vera conoscenza, ma quella dei libri Sibillini di cui ha fatto uso la sporca coscienza del tribuno Gaio Catone e lo stesso Pompeo.

La Sapienza di cui si fa portatore Lentulo ha per fine il vero, è quella astronomica, matematica, rigorosamente logica, e che guarda l’alto dei cieli senza guardare in basso. Lentulo sta per la Sapienza dimostrativa, la quale, rispetto all’astrologia della Stella, non è più indagine congetturale.

Nei Tarocchi questa carta è la Luna che sta quindi per l’Astronomia e questa per la Sapienza speculativa.

La Luna di cui parliamo, sul piano morale, non ha niente a che fare con quella cosmologica, perché in questo caso avrebbe avuto posto prima delle stelle. Infatti, nella disposizione celeste è posta nella sfera inferiore, nel primo cielo, come fa dire l’Alighieri nel III canto del Paradiso a Piccarda Donati: “Beata son in la spera più tarda”. Il mirabile Autore dell’ordine dei Tarocchi gli ha assegnato invece il posto che le compete, perché essendo più vicina alla Terra e all’uomo, il suo splendore, sia pure apparente, è superiore a quello delle Stelle. E così anche la virtù ad essa associata risplende di una luce più forte, a  significarci che nella gerarchia della sapienza il saggio astronomo, dal sapere speculativo, vince e signoreggia l’astrologo dal sapere pratico.

Ancora una volta, il trionfo dei “Tarocchi d’Este” mostra in maniera evidente la Sapienza speculativa attraverso i simboli espliciti del sapere astronomico – il compasso, il sestante, la sfera armillare- che corredano lo studio del sapiente.

Nei Tarocchi milanesi-marsigliesi troveremo, invece, un’aragosta che nuota in una pozza quale simbolo probabile della costellazione del Cancro e una coppia di cani ululanti al posto dei due Tropici.

XVIIII. SABINO

Siamo ormai verso la fine del cammino umano, alla presenza del Sole, cioè della virtù solare della Sapienza, della conoscenza soprasensibile rappresentata dalla Teologia. E’ la sapienza che ha come fine il “vero assoluto”. 

Il personaggio del disegno è allora molto probabilmente Gaio Calvisio Sabino, pretore in Asia, console nel 39 a.C., e uno dei pochi che difese la memoria di Cesare dopo l’assassinio delle Idi di Marzo del 44 a.C.

Un’epigrafe descritta da Ronald Syme, come “una delle più notevoli iscrizioni dedicate ad un senatore romano”, loda Calvisio per la sua pietas, il suo senso del dovere e la sua devozione. E’ qui preso come l’ideale rappresentante dell’uomo che racchiude in sé tutte le virtù terrene e celesti, quasi in prossimità del Paradiso, e che l’amico Cicerone   (Epistole. A Gaio Furnio. Libro X,26) chiamerà “uomo savissimo”.

La carta è il Sole, e anche in questo caso, come nella carta precedente, non siamo in presenza del cielo cosmologico dove è posto il Sole, più in basso rispetto allo Stellato. Il savio inventore dell’ordine dei Trionfi, ancora una volta ha espresso la sua somma dottrina ponendo il Sole nel punto più in alto, perché non ci può essere giorno senza lo splendore del Sole, mentre la Notte può fare a meno sia della Luna che di alcune Stelle. E come il Sole scalda e illumina fisicamente l’intero creato, così, sul piano etico, esso è il punto topico della moralità individuale che si esercita, nel nostro caso, attraverso  la conoscenza delle cose divine, della verità assoluta.

In tal senso, il sapere di Sabino, è  la somma sapienza della Teologia che vince la consapevolezza del sapere congetturale-astrologico di Ipeo e di quello vero contingente-astronomico di Lentulo che non conquistano la verità assoluta.

Estremamente significativa di tale virtù è la rappresentazione del Sole nei “Tarocchi d’Este”

Diogene di Sinope, il cinico che aveva scelto come abitazione una botte, si rivolge ad un giovane coronato, probabilmente Alessandro Magno che, secondo il racconto di Diogene Laerzio (Vite dei filosofi, Libro VI), si avvicina al vecchio facendogli ombra e pronto a soddisfare ogni suo desiderio, ma si sente rispondere:” Lasciami il mio sole”, come a dire che il Sole, ossia la conoscenza divina, è per l’uomo la ricchezza più importante.

Nei tarocchi milanesi-marsigliesi, il Sole si arricchirà di due bambini che stanno forse per la costellazione dei Gemelli.

Sabino è dunque la massima sapienza, il saggio giudizioso che vince qualsiasi altra virtù e che, carico d’anni e dalla lunga barba biancastra, guarda verso la fine del suo cammino rappresentato dalle ultime due carte.

XX.NENBROTO

  

Eccoci ora  alle prese con quelle virtù alle quali tutte le altre sono assoggettate. Siamo nella beatitudine celeste.

Come dice il Piscina: “Ma volendo finalmente l’inventore fornire queste sue figure, sotto le quali ha insegnato e accennato molti costumi e ammaestramenti civili, con un fine onorato e cristiano, ha posto per ultimo ritratto il Paradiso Celeste…..”.

Nenbroto, o Nembrot come lo chiama Dante nella Divina Commedia accusandolo di aver causato la confusione delle lingue e punendolo nell’Inferno con l’impossibilità di comunicare, è secondo la tradizione biblica il Nimrod fondatore di un potente impero in Babilonia il cui nucleo iniziale fu la città di Babele. Probabilmente fu lui a dare avvio alla costruzione della torre istigando il mondo intero a ribellarsi alla sovranità di Dio, costruendo con superbia uno strumento con cui superare la stessa altezza divina.

Nella carta il personaggio tenta di difendersi dall’ira divina rappresentata dalla lingua di fuoco che scende dall’alto, ma inutilmente perché la punizione ha già distrutto la torre che superbamente è stata edificata.

Dopo la somma sapienza terrena viene la somma potenza dell’uomo che consiste nel Timore di Dio.

Esso, come ci insegnano le Sacre Scritture, è radice e principio della sapienza, ed è perciò ad essa superiore.

Non si tratta della paura di fronte a un Dio potente pronto a coglierci in fallo e a colpire le nostre colpe per aver disobbedito a certe prescrizioni, quanto piuttosto il timore reverenziale di un figlio preoccupato di non addolorare il padre con la propria disobbedienza, il timore cioè di rompere una relazione d’amore che serve da alimento alla nostra anima.

In ogni nostra azione, in ogni momento della nostra vita, sembra insegnarci l’Autore di queste carte, nessuna virtù ha senso se non è signoreggiata dalla consapevolezza della magnificenza divina e del suo Giudizio. Ciò ci fa salvi ed eternamente gloriosi quando saremo chiamati a render conto delle nostre azioni nel giorno del Giudizio Universale.

Nell’Ecclesiaste (12,8) si legge: “ Tutte le cose sono solo vanità e dolore se non portano alla conclusione che il timore di Dio e osservare i suoi comandamenti è il tutto per l’uomo”. Dopo il timore di Dio, infatti, con l’ultima carta abbiamo la Fede nei suoi comandamenti.

Nei Tarocchi tradizionali la carta è l’Angelo o il Giudizio, con un Angelo che al suono di una tromba chiama gli uomini a sottoporsi al Giudizio Universale: a quel richiamo i morti si levano dai sepolcri per affrettarsi a comparire al cospetto di Dio.

XXI. NABUCHODENASOR


Nabucodonosor
fu un sovrano babilonese del VII sec., ricordato soprattutto per la conquista e distruzione di Gerusalemme e del tempio di Salomone.Siamo al termine del cammino dell’uomo, con l’ultima e sublime virtù che lo rende compiuto e degno di chiamarsi uomo, e che consiste nell’ubbidienza ai comandamenti della Fede.

La carta rappresenta uno dei due sogni del re interpretati dal profeta Daniele e riportati nei libri biblici a lui dedicati, laddove il re sogna la perdita delle ricchezze e della sovranità, ma conquista la fede aprendo gli occhi sul vero Dio dell’universo.

Nei Tarocchi tradizionali la carta è il Mondo, qui rappresentato da un globo stellato sovrastante il corpo serenamente dormiente di Nabucodonosor.

Il Grifone ad ali spiegate che lo attraversa, nella sua duplice natura di leone e di aquila, è, secondo l’interpretazione tardo medievale, figura di Cristo nella sua natura umana e divina (immagine riaffermata da Dante nel XXIX del Purgatorio) ed ora è posto in sostituzione degli Evangelisti, eterni custodi del Verbo divino e che dividono in quattro il globo stellato.

Così il Piscina termina la sua digressione sui Trionfi:

Perciò l’inventore ha, prima dell’immagine del Paradiso, fatto un ritratto dei quattro Evangelisti intesi e significati per le quattro insegne, Agnello, Bue, Aquila e Leone, segni della soave e infallibile fede di Gesù Cristo, volendo significare che chi vorrà essere eletto d’Iddio gli conviene dapprima osservare i suoi santissimi comandamenti, e, così facendo, saremo liberi dalle mani del Demonio il quale altro non studia che divorarci. Ora l’Autore ha posto la figura del MONDO in mezzo a questi quattro Evangelisti per dirci che il mondo non può stare senza religione e precetti, essendo essa il principale fondamento della quiete e concordia degli stati e della felicità dei popoli”.

La più grande virtù dell’uomo è dunque la sottomissione ai precetti della Fede, l’ubbidienza incondizionata alla Parola di Dio, virtù tale da rendere il nostro cammino terreno eternamente beato e glorioso.

Il Mondo è di solito rappresentato da un globo, sorretto o sormontato da varie figure che possono essere putti, angeli, cherubini, o una figura femminile. Nella versione definitiva dei tarocchi milanesi-marsigliesi, al posto del globo troviamo una corona ovale che racchiude una donna e porta negli angoli i simboli dei quattro Evangelisti. La donna, nella sua nuda purezza, rappresenta probabilmente la Teologia che si nutre della parola divina.

 

 

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