Cosa sono i Tarocchi

I Tarocchi sono un singolare mazzo di carte da giuoco, la cui nascita si può collocare tra la fine del 1300 e i primi decenni del secolo successivo. Al normale gioco di carte, allora in circolazione, vennero aggiunte alcune carte particolari, chiamate successivamente Trionfi, a formare un mazzo composito che per tutto il XV secolo prenderà il nome di Ludus triumphorum (Gioco dei Trionfi) e successivamente Gioco dei Tarocchi o semplicemente Tarocchi, parola che è attestata per la prima volta nel Registro di Guardaroba della corte estense nel 1516.

Il mazzo normale, a cui vennero aggiunti i Trionfi, era di origine araba e consisteva in 40 carte numerali più tre carte per ogni seme, per complessive 52 carte. Nel mazzo di Istanbul, conservato al Museo Topkapi, dipinto a mano e scoperto da L.A.Mayer nel 1939, la carta più alta è il Capo (malik) e, sotto di lui, ci sono il vicerè (naib malik) e il secondo vicerè (thani naib).

Il nome Naib dei governatori arabi venne assunto dall’intero mazzo, come si desume dalla Cronaca di Viterbo di Niccolò de Coveluzzo, composta intorno al 1450, nella quale si trova il passaggio seguente: “ Anno 1379, fu recato in Viterbo il gioco delle carte che venne da Saracina e chiamasi fra loro Naib”.

Mancava ovviamente la Regina che non soltanto, al pari delle altre figure, non poteva essere rappresentata per motivi religiosi, ma neanche menzionata. I segni dei semi erano Coppe, Denari, Spade, e Mazze da Polo. Quando questo mazzo, o uno ad esso simile, arrivò in Italia, le Mazze da Polo divennero i nostri Bastoni, e le tre carte più alte vennero disegnate con un personaggio a piedi (il Fante), uno a cavallo ( il Cavaliere), e uno sul trono (il Re).

Il mazzo normale dell’ultimo quarto del Trecento e che diede avvio alla storia del gioco di carte era dunque chiamato Naibi e formato da 52 carte, di cui 40 numerali – da 1 a 10 nei quattro semi italiani- e 12 figure, Fante, Cavaliere e Re per ogni seme.

E’ logico supporre che, almeno agli inizi, si usassero gli identici semi anche negli altri paesi soggetti all’influenza della cultura islamica, quali Spagna, Portogallo, Francia e Germania, dove il gioco ebbe, come da noi, una rapida diffusione. Nella miniatura di un manoscritto francese dal titolo “Roman du roi Mehadus” della fine del Trecento, un monarca gioca a carte con tre signori della sua corte: si distinguono chiaramente i segni sulle carte di denari e bastoni.

Il gioco, agli esordi, era quasi sicuramente un classico gioco a prese, nel senso che si doveva rispondere al seme giocato con una carta dello stesso seme; si aggiudicava la presa chi aveva giocato la carta più alta. Un gioco innocente, ma anche molto noioso!

Per vivacizzarlo, vennero allora introdotte le briscole, carte che avevano il potere di prendere al di là del seme giocato. Queste carte speciali, aggiunte al mazzo normale, gli atouts (antico francesismo per à-tous, su tutti) per il fatto di vincere tutte le altre trionfando su di esse, vennero successivamente chiamati Trionfi, e il mazzo così composto si chiamò Gioco dei Trionfi.

Un’invenzione tutta italiana delle corti principesche che rappresentò l’introduzione dell’idea della briscola nei giochi a prese, una delle grandi invenzioni nella storia dei giochi di carte. Originariamente questo mazzo dei Trionfi esistette solo nella versione dipinta a mano e fu usato unicamente nelle corti, ma poco tempo dopo, la sua popolarità indusse i fabbricanti a produrre gli stessi mazzi a buon prezzo per la clientela popolare.

I Trionfi, che avevano la funzione di briscole, non potevano ovviamente avere lo stesso valore. Vennero pertanto ordinati in una sequenza a partire dal Trionfo di valore più basso che era vinto dal successivo, e cosi via fino all’ultimo che batteva i trionfi precedenti e tutte le altre carte del mazzo. Questo carattere, legato al gioco, si rivelò da subito fondamentale nella struttura dei Trionfi.

Per permettere ai giocatori di riconoscere quale fosse il Trionfo superiore ad un altro, i disegnatori utilizzarono simboli facilmente riconoscibili e tratti dalla tradizione. D’altronde c’era già nei Trionfi del Petrarca un precedente letterario notevole, laddove l’amore è vinto dalla castità, la castità dalla morte, la morte dalla fama, questa dal tempo, e il tempo dall’eternità.

In un inventario del 1408 relativo alle proprietà di Luigi di Valois e di sua moglie Valentina Visconti si parla di “ un jeu de quartes serrasines e une quartes de Lombardie” da cui si deduce che la Lombardia fosse già conosciuta, sul finire del Trecento, come luogo di produzione di carte da gioco diverse da quelle “saracene”. In cosa consistesse tale diversità non lo sappiamo, ma non è scandalosa l’idea di pensare che si trattasse di un normale mazzo “saraceno” popolare, e di un mazzo “lombardo”, aristocratico, ad uso “ cortese”, in cui alcune carte avevano la funzione di Trionfi.

La datazione dell’invenzione dei trionfi, condivisa tra l’altro da diversi studiosi, può quindi ragionevolmente collocarsi nel primo decennio del Quattrocento. Non si tratta, ovviamente, dei trionfi canonici che conosciamo, ma di una specie di prototipi, abbozzi dei futuri trionfi. In tale prospettiva si colloca il mazzo detto “degli Dei” databile fra il 1415 e il 1420 presso la corte di Filippo Maria Visconti, andato perduto ma di cui abbiamo una testimonianza letteraria.

Alle carte numerali dei quattro semi, composti di Aquile, Falconi, Colombe e Tortore, l’autore abbinò sedici figure tratte dalla mitologia greca-romana, quattro per ogni seme. Il mazzo progettato dal segretario personale di Filippo, tale Marziano da Tortona, e dipinto da Michelino da Besozzo, non era, in tutta evidenza un mazzo di tarocchi, ma costituiva un passo importante in tal senso, sulla scia del mazzo precedente del 1408 o di mazzi ad esso assimilabili.

E’ ovvio che l’introduzione della briscola cambiò radicalmente la natura precedente del gioco a prese. Ora contava, oltre alla casualità, l’abilità e l’astuzia del giocatore, e il gioco si trasformò in un gioco d’azzardo, osteggiato dalle autorità civili e religiose. Le proibizioni divennero all’ordine del giorno, sia pure secondo il mutare delle circostanze sociali e politiche, e riguardarono, in particolare il mazzo normale.

Per tutto il Quattrocento numerosi sono gli editti emanati dalle autorità contro i giochi d’azzardo, tra cui si annoverano le carte del mazzo normale. Basterà ricordare, a titolo generale, l’oppressiva Provvisione del Comune fiorentino del 1432.

Anche il mazzo originariamente dilatato con i Trionfi, sia pure in assenza di testimonianze dirette, è ragionevole pensare che fosse soggetto, se non a censure vere e proprie con relative pene, almeno a restrizioni, dato che i Trionfi non rispettavano ancora quei dettami di carattere religioso e morale che in seguito li avrebbero messi al riparo della Chiesa.

Una conferma in tal senso, seppure controversa e molto dibattuta, ci viene dal manoscritto di un anonimo aquilano, redatto nel 1472, sulla vita di San Bernardino da Siena, morto nel 1435. Vi si parla, tra l’altro, della tipologia di carte prese di mira dal Santo quando predicava nelle varie città, e si citano tra i giochi d’azzardo condannati anche le “triumphales carticellae”.

Per sfuggire a tali restrizioni si rese necessario sostituire i primitivi disegni simbolici dei Trionfi, a carattere profano, con altri a contenuto morale e religioso. Chi ebbe la geniale idea di un simile intervento raggiunse due obiettivi in un colpo solo, sottraendo, da una parte, il mazzo con i Trionfi da un possibile intervento censorio delle autorità, e dall’altra mettendo sotto lo sguardo dei giocatori una guida morale e cristiana che li inducesse a riflettere non solo sul vizio del gioco ma su loro stessi .

Attraverso la pratica del gioco, il popolo avrebbe potuto rimandare continuamente alla mente la conoscenza della mistica cristiana e dei suoi contenuti, e conseguentemente uniformarsi a un apparato etico necessario alla sua esistenza terrena.

Tale carattere è già certificato dai più antichi Trionfi che ci sono pervenuti, quelli milanesi del mazzo Visconti-Modrone (I Tarocchi Visconti-Modrone), dal nome del suo ultimo possessore, databili presumibilmente al 1441, per la presenza delle virtù teologali (fede o religione, carità, speranza) e che per l’uso profano delle carte vennero quasi immediatamente trasformate in virtù terrene meno improprie e rappresentate rispettivamente dal Papa, dalla Papessa e dall’Appeso nel successivo mazzo Visconti-Sforza (I Visconti-Sforza).

Possiamo, allora, tracciare la nascita e la primordiale evoluzione dei Tarocchi nel seguente modo:

  • Agli inizi del Quattrocento, quasi sicuramente presso la corte milanese dei Visconti, al mazzo normale di 52 carte vennero aggiunte alcune carte simboliche con valore di briscola che successivamente verranno chiamate Trionfi. La sequenza dei disegni facilmente identificabile era molto “profana”, tratta, quasi sicuramente, dalla mitologia e dalla tradizione degli antichi. Un mazzo, con la stessa struttura, passò in tempi abbastanza veloci tra la gente comune, a prezzi popolari.

 

  • Anche il mazzo normale faceva uso delle briscole, ma non attraverso carte aggiuntive: bastava, all’inizio del gioco, nominare un seme come seme di briscola e le sue carte potevano battere qualunque carta del seme semplice. Una pratica del genere, sia pure in forma diversa, ci è attestata dal gioco tedesco, il Karnoffel, di cui si ha notizia intorno al 1426.

 

  • Con l’introduzione delle briscole, il gioco era divenuto d’azzardo perché all’automatismo dell’antico gioco a prese era subentrata l’abilità dei giocatori. Quale gioco d’azzardo, sin dall’inizio, al pari dei dadi e delle tavole lusorie, subì l’intervento delle autorità secolari e spirituali. Il mazzo normale, attraverso proibizioni e pene per i trasgressori. Quello con i Trionfi, se non tollerato, con le opportune limitazioni che ne frenavano l’uso e la diffusione.

 

  • Per sfuggire a tali restrizione, nel periodo 1420-30, ci fu chi ebbe la geniale idea di trasformare il primitivo simbolismo profano dei trionfi in una guida morale e spirituale, una sorta di “scala verso il cielo” che avrebbe dovuto fare dell’uomo un essere” a immagine e somiglianza di Dio”. Non è un caso che da allora e per tutto il Quattrocento risulta un’unica testimonianza contro il gioco dei Trionfi, per di più promulgata nel territorio di Assisi da un potere ecclesiastico molto oltranzista, mentre gli editti contro le normali carte da gioco continueranno senza sosta.

 

  • Se i primitivi Trionfi, a carattere profano, avevano rappresentato una prima rivoluzione nel gioco delle carte a prese con l’introduzione della briscola, la loro trasformazione in un apparato simbolico di alto valore etico e religioso fu la seconda e più radicale rivoluzione che ne contrassegnerà lo spirito.

 

  • Possiamo formulare alcune importanti considerazioni in merito a tale trasformazione affermando che i primi esemplari di questi nuovi Trionfi simbolici che probabilmente impronteranno di sé i successivi, da un numero abbastanza ridotto si consolideranno in 14, come si evince dai primordiali mazzi a noi pervenuti, cioè i Visconti-Modrone e i Visconti-Sforza.
  • A quel tempo il mazzo dei Trionfi doveva essere composto di 70 carte: le 52 carte normali videro l’aggiunta delle Regine arrivando a 56 (14×4), che addizionate ai 14 Trionfi portarono il numero complessivo a 70. La teoria, detta 5×14, desunta da diverse fonti dell’epoca, risulta in tal senso molto convincente.

 

  • Solo successivamente, quando i Trionfi diventeranno 22, si formerà il mazzo classico di 78 carte (56+22). L’aggiunta progressiva dei Trionfi, a partire dai primi esemplari, è dovuta a due ragioni, di cui la prima legata la gioco, dato che l’incremento del numero dei Trionfi, cioè delle briscole, rispetto alle restanti carte rendeva il gioco più affascinante (lo stesso obiettivo venne raggiunto, agli inizi del Cinquecento, nel Tarocchino bolognese, diminuendo però il numero delle carte numerali).
  • L’altra ragione, sicuramente più importante della prima, fu che soltanto in questo modo, ossia attraverso un numero maggiore di Trionfi a disposizione, si potevano strutturare le immagini secondo una gerarchia di valori che riflettesse meglio il concetto di “scala mistica”cristiana, intesa come vincolo di unione tra il mondo spirituale e quello terreno.
  • Che il numero  dei Trionfi fosse 22 perché legato alla cabala e al numero delle lettere che compongono l’alfabeto ebraico, è una madornale sciocchezza. L’autore che per primo introdusse la cabala in Italia, nel tentativo di convertire gli ebrei con le loro stesse armi, fu Giovanni Pico della Mirandola nel suo Conclusiones Philosophicae, Cabalisticae et Theologicae. Il libro fu pubblicato nel 1486. E’ impensabile che i Tarocchi, ideati molto tempo prima, possano essere debitori di qualcosa a tale sistema di pensiero.

 

  • Purtroppo, col passare del tempo, il popolo, in mezzo al quale si era diffuso questo straordinario apparato simbolico, finì per considerarlo esclusivamente dal punto di vista ludico, dimenticando il loro valore etico, civile e spirituale. Già alla fine del Quattrocento, come si evince dal Sermo perutilis de ludo (Sermone molto utile sul gioco), tratto da un manoscritto anonimo di sermoni, il predicatore inveiva minacciosamente contro i Trionfi considerandoli un’invenzione del demonio.

 

  • A quel punto il Gioco dei Trionfi finì per essere annoverato tra i giochi condannabili al pari di tutti i giochi d’azzardo: il termine “Tarocco” andò a sostituire quello di “Trionfo” e l’antico “Ludus triumphorum”, svuotato dell’originario e alto valore simbolico, prese il titolo di Gioco dei Tarocchi.

Tuttavia, è certo che i Trionfi, già nel secondo quarto del XV secolo, erano qualcosa che oltrepassava le regole e la pratica del gioco, una sorta di insegnamento pedagogico, a carattere morale e soprattutto cristiano, un percorso terreno verso la beatitudine celeste, ciò che a più riprese sarà chiamato scala mistica, o più opportunamente scala verso il cielo.

Tale impronta costitutiva resterà impressa in tutti i Tarocchi dei secoli successivi, al di là delle nuove correnti di pensiero che interverranno sull’aspetto iconografico, e ben oltre il semplice significato ludico che gli attribuiranno i giocatori.

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