I tarocchi Sola-Busca

I tarocchi Sola-Busca, così denominati dal nome della famiglia di appartenenza, sono stati presentati al pubblico in una Mostra dal 13 novembre 2012 al 17 febbraio 2013 presso l’Accademia milanese di Brera, dove attualmente sono custoditi, dopo quella del 1991 al Museo Poldi Pezzoli di Milano.

Fu il Ministero per i Beni Culturali ad acquistare nel 2009, per 800 mila euro, il prezioso mazzo di carte e a destinarlo all’Istituzione milanese che era già in possesso di 48 carte di un più antico mazzo visconteo di Tarocchi, detto Brambilla dal suo possessore.

Il mazzo Sola-Busca è l’unica serie completa al mondo, oltre che colorata, di tutte le 78 carte (144×78 mm. ciascuna) che formano i tradizionali tarocchi. Altri esemplari, tutti incompleti e incolori, si trovano in diversi Musei e collezioni private. Il British possiede anche una serie completa di fotografie del mazzo, donata dalla famiglia Sola nel 1907 ( La Storia dei Sola-Busca).

La particolarità delle carte è evidente già a una prima occhiata. I Trionfi, che negli altri mazzi hanno una figurazione non lontana dal modello standard, qui, tranne il tradizionale Matto, mostrano figure che rinviano a personaggi storici dell’antichità romana, e due a personaggi biblici quali Nembrot e Nabucodonosor .

Anche le carte numerali, a differenza degli altri mazzi che comprendono unicamente i tradizionali semi, sono rappresentate da figure che Laura Paola Gnaccolini, curatrice della Mostra di Brera, definisce “alchemiche ed ermetiche”, sulla scia di precedenti interpretazioni.

Il catalogo (Skira 2012) che accompagnava la Mostra e che già nel titolo sottolineava questa particolare caratteristica, fornisce una probabile storia del nostro mazzo di carte.

La riassumo, spero fedelmente, nei termini che seguono, anticipando che il mazzo a noi pervenuto consiste in un mazzo originario successivamente rimaneggiato con l’aggiunta di diverse iscrizioni:

  • non si conosce il nome di chi ha commissionato il mazzo originario;
  •  l’ideatore del progetto è probabilmente tale Lodovico Lazzarelli, un umanista nato nel 1447 a San Severino Marche, molto vicino alla cultura ermetica di quel periodo;
  • il pittore che ha tradotto in immagini e inciso le lastre di rame con le iscrizioni originarie, è probabilmente il pittore anconetano Nicola di Maestro Antonio (1448-1511), o, secondo altri studiosi, un discepolo della scuola di Cosmè Tura o lui stesso, oppure il pittore centese Marco Zoppo;
  • successivamente, un pittore, sconosciuto ma quasi sicuramente veneziano, intervenne sul mazzo originario colorandolo e aggiungendo numerose iscrizioni;
  • in base all’iscrizione M.S., aggiunta sugli Assi, e ad altri elementi, si ritiene che il possibile commissionante il lavoro aggiuntivo possa probabilmente essere il letterato veneziano Marin Sanudo il Giovane (1466-1536);
  • infine si pensa che in epoca successiva il colore sia stato ripassato, ci sia stata la variazione dell’iscrizione sulla carta BOCHO in BACHO, e probabilmente siano stati aggiunti i numeri arabi sulle carte numerali e figurate, assenti nel mazzo originario.

Il Catalogo riporta anche la presumibile data del mazzo desunta da un’iscrizione aggiunta sul trionfo BOCHO, la quale recita: “ANNO AB URBE CODITA MLXX”. Dal momento che la data di fondazione di Venezia è fissata tradizionalmente al 421 d. C., se sono passati 1070 da allora, significa che il mazzo è stato rimaneggiato nel 1491. 

Questa datazione è accettata, se non da tutti, dalla maggior parte degli studiosi. Si tratta di un elemento fondamentale, perché proprio a partire da questa presunta data di produzione è stato possibile ipotizzare lo scenario che ho riassunto sopra. Evidentemente se le carte avessero un’altra datazione sarebbero diversi gli attori coinvolti nella vicenda.

Una volta stabilita la data di produzione del mazzo intorno al 1491 e assunta come molto plausibile l’idea del carattere “ermetico” assegnato alle carte da molti studiosi, e’ stato allora agevole attribuire a Lodovico Lazzarelli l’ideazione progettuale delle carte. Basti pensare che il sedicesimo degli opuscoli greci del Corpus Hermeticum dal titolo Definizioni di Asclepio al re Ammone che ebbe ampia diffusione nel Quattrocento, è frutto di una sua traduzione,  che lui stesso compose il dialogo “Crater Hermetis”, e che a più riprese si era definito un profeta dell’ermetismo al pari del suo maestro, l’ambiguo personaggio, alchimista e mago, Giovanni Mercurio da Correggio.

Allo stesso modo si è proposto un ventaglio di nomi per il possibile disegnatore tra quanti gravitavano intorno alla corte estense o in contesti ad essa assimilabili, dal momento che Ferrara, a metà del Quattrocento, era il centro più raffinato e originale di rielaborazione di antichi saperi tra cui l’astrologia e l’ermetismo, come traspare dagli affreschi di Palazzo Schifanoia.

E, per altre ragioni, non è stato difficile individuare il possibile commissionante del lavoro aggiuntivo in un appartenente alla nobile famiglia Venier, oppure nel blasonato letterato veneziano Marin Sanudo il Giovane, famoso storico dei Diari di cui la critica ha sostanziato di recente anche interessi in campo alchemico.

Per dare più forza a questo quadro interpretativo sono state messe in campo alcune idee che chiamare fantasiose è dir poco. Ad esempio, per evidenziare il ruolo del Lazzarelli, si è ipotizzato che due personaggi dei Trionfi, CARBONE(XII) e SABINO(XVIIII), potessero essere l’umanista cremonese Ludovico Carbone e il letterato Pietro Sabino che avrebbero potuto avere rapporti con lui, i quali invece, in tutta evidenza, rappresentano due personaggi dell’antichità romana, al pari degli altri. Con la stessa forzatura si è collegato, sia pure con le dovute cautele, il Cavaliere di Denari, SARAFINO, al rimatore aquilano Serafino de’ Ciminelli.

Se poi si pensa al trionfo OLIVO(XVI) a detta di qualcuno come all’albero solare, oppure, come si legge ancora nel Catalogo della Mostra, al “trionfo del Sole” con il basilisco accanto a lui quale”ingrediente indispensabile(una volta ridotto in polvere) per ottenere l’oro dei filosofi”, ebbene, lo si può fare, ma prescindendo da un’analisi seria e unitaria dell’intera sequenza dei Trionfi.

La storia del mazzo che ci viene raccontata e che ho brevemente riassunto è quella più ricorrente, anzi direi l’unica in circolazione, e si basa, lo ripeto, sulle ipotesi ritenute più che probabili, che il mazzo sia di area ferrarese, di impronta alchemico-ermetica, e che la sua datazione possa essere il 1491 ( facendo coincidere la data di produzione del mazzo originario con quella delle iscrizioni aggiunte in seguito).

E se così non fosse?

Dividerò il resto di questo articolo in due parti, la prima dedicata al mazzo originario in cui si vedrà che il mazzo non è di area ferrarese, e la seconda alle iscrizioni aggiunte successivamente che potrebbero indirizzarci a una datazione diversa dal 1491. Procediamo allora con ordine a partire dal mazzo originario.

Il Mazzo originario

Riporto i tre ordinamenti fondamentali dei Trionfi, milanesi, ferraresi e bolognesi, con le sequenze più ricorrenti e la nomenclatura più frequente (Ordine dei Trionfi):

  • Tipo C milanese: Bagatto, Papessa, Imp.ce, Imp.re, Papa, Amore, Carro, Giustizia, Eremita, Ruota della Fortuna, Forza, Appeso, Morte, Temperanza, Diavolo, Torre, Stella, Luna, Sole, Giudizio, Mondo
  • Tipo B ferrarese: Bagatto, Imp.ce, Papessa, Imp.re, Papa, Temperanza, Carro, Amore, Forza, Ruota della Fortuna, Eremita, Appeso, Morte, Diavolo, Torre, Stella, Luna, Sole, Giudizio, Giustizia, Mondo.
  • Tipo A bolognese: Bagatto, 4 Papi, Amore, Carro, Temperanza, Giustizia, Forza, Ruota della Fortuna, Eremita, Appeso, Morte, Diavolo, Torre, Stella, Luna, Sole, Mondo,Giudizio.

Chiediamoci, affidandoci per ora unicamente ai disegni sulle carte, a quale dei tre ordini principali appartiene la sequenza dei Trionfi Sola-Busca.

E’ di tipo A bolognese? Certamente no! In questo ordinamento, l’ultima carta è sempre l’Angelo o Giudizio Universale. Nei Trionfi Sola Busca è in tutta evidenza il Mondo, rappresentato dal globo stellato che sovrasta il dormiente Nabucodonosor.

Se l’ultimo trionfo Sola-Busca è il Mondo, allora la sequenza potrebbe essere milanese o ferrarese.

E’ di tipo B ferrarese? Ancora una volta no! In questo ordinamento il penultimo trionfo è sempre la GIUSTIZIA terrena, rappresentata, fin dall’inizio in area ferrarese, da una matrona che ne regge i classici strumenti: la spada e la bilancia.

Nei Trionfi Sola Busca questo posto è occupato dal biblico Nembrot che ha edificato la torre con cui superare l’altezza di Dio.

Il penultimo trionfo Sola-Busca, NENBROTO, rappresenta dunque non la Giustizia terrena ma quella divina, ossia il GIUDIZIO universale, l’implacabile giudizio divino nei confronti di coloro che in vita non hanno temuto Dio e che nel giorno finale saranno dannati per l’eternità, e che nella sequenza ferrarese occupa invece il terzultimo posto.

Se l’ideatore dei Sola Busca avesse seguito l’ordine ferrarese, il Giudizio Universale o Angelo sarebbe stato rappresentato da SABINO(XVIIII). Un’assurdità!

Inoltre, nella sequenza ferrarese all’ottavo posto è figurato l’Amore. Nei Sola-Busca troviamo NERONE. Ora, se l’ideatore del nostro mazzo di carte avesse seguito l’ordine ferrarese, è pensabile che avrebbe usato un personaggio come Nerone per rappresentare l’Amore?

Tuttavia, al di là di queste semplici riflessioni, è l’analisi rigorosa di tutti i personaggi dei Trionfi a confermare che non abbiamo a che fare con un mazzo ferrarese.

La sequenza dei Trionfi  da me ottenuta analizzando le vicende storiche dei personaggi romani ritratti e la loro associazione al significato allegorico delle carte trionfali, è la seguente: Bagatto, Imp.ce, Papessa, Imp.re, Papa, Amore, Carro, Forza, Giustizia, Ruota della Fortuna, Eremita, Appeso, Morte, Temperanza, Diavolo, Torre, Stella, Luna, Sole, Giudizio, Mondo.

Si noterà che l’ordine non è assolutamente ferrarese, ma si avvicina molto a quello milanese da cui se ne discosta soltanto per il posto occupato da alcuni trionfi nella zona centrale. Piuttosto si approssima, quasi ad identificarsi, con un ordine in uso a Pavia nella seconda metà del Cinquecento : Bagatto, Imp.ce, Papessa, Imp.re, Papa, Amore, Giustizia, Carro, Forza, Ruota della Fortuna, Eremita, Appeso, Morte, Temperanza, Diavolo, Fuoco, Stelle, Luna, Sole, Giudizio, Mondo, un ordine che doveva essere molto diffuso in Lombardia da tempi molto più lontani, tanto da influenzare il tarocco piemontese ( I tarocchi piemontesi) . 

Questo ci porta a concludere che i Sola-Busca siano di origine lombarda e non ferrarese.

Continuiamo ora il discorso sulla datazione.

Consideriamo in primo luogo la tecnica utilizzata nella produzione. Si tratta di un’incisione xilografica (L’incisione su rame), un metodo che prese avvio in Italia a partire dai lavori dell’orafo e niellatore fiorentino Maso Finiguerra intorno al 1452 .

Se datiamo i Sola-Busca al 1491, c’è da dire che sarebbero l’unico mazzo quattrocentesco di Tarocchi inciso con questa tecnica, dal momento che non ne esistono altri prodotti in tal modo. Le cinquanta figure quattrocentesche della serie dei cosiddetti Tarocchi del Mantegnaincise su rame, non sono assolutamente da considerarsi un mazzo di carte da giuoco, ma stampe destinate ad altri scopi.

Anche la produzione del secolo successivo è tutta tratta da matrici su legno, come attestato dai Tarocchi Leber d’inizio secolo, dal mazzo del fabbricante lionese Geoffroy del 1557, e dalle carte cosiddette di “Orlando” prodotte intorno al 1530 e conservate nel Museo delle Arti e Tradizioni popolari di Roma.

Con questo non voglio assolutamente negare che le carte possano essere state prodotte nel Quattrocento da incisioni su rame; dico soltanto che, rispetto a simile eccezionalità, è più logico ipotizzare una loro produzione successiva, quando questa tecnica raggiunse una maggiore diffusione grazie al perfezionamento delle metodologie operative che la porterà a soppiantare nel tempo l’incisione su legno.

Qualcuno potrebbe obiettare che, dato il carattere non standard delle carte, relativo non soltanto ai trionfi ma anche alle carte dei semi, l’incisione su rame si prestava  meglio per il risultato finale. Obiezione sensata.

Il secondo elemento che potrebbe generare qualche perplessità in merito al 1491 quale data di composizione del nostro mazzo di carte, è relativo alle fonti utilizzate dall’autore. Per analizzare i Trionfi, ho dovuto scartabellare in un mare di opere antiche di scrittori greci e romani: Livio, Plutarco, Plinio, Cicerone, Valerio Massimo, Cassio Dione, Orosio, Eutropio, e così via.

Anche l’ideatore dei Sola-Busca deve aver attinto a queste fonti, se non a tutte a una buona parte di esse, ma su quali testi? Nella seconda metà del Quattrocento, dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, gli unici testi antichi in circolazione, erano in latino, stampe tratte dall’originale o in traduzioni dal greco.

Con tutta la buona volontà possibile e immaginabile sembra allora poco probabile che la conoscenza così approfondita dell’antichità greca e romana dimostrata dall’ideatore si sia potuta valere di tali pubblicazioni, quanto piuttosto che abbia fatto uso delle più accessibili traduzioni in volgare del secolo successivo che ebbero un’ampia diffusione.

Ancora una volta, si potrebbe obiettare che la riscoperta del mondo greco e soprattutto latino, avviatasi all’inizio del XV secolo, avrebbe potuto favorire la curiosità e l’impegno a studiare a fondo quel mondo servendosi unicamente dei testi allora in circolazione.

Un terzo elemento lo troviamo nei Trionfi. Questi sono numerati e in Lombardia la pratica di apporre i numeri sui trionfi si può far risalire alla seconda decade del Cinquecento (il foglio Cary, e l’Eremita d’inizio ‘500, sicuramente lombardi, non sono contrassegnati da numeri) .

In questo caso si potrebbe obiettare che i numeri sui trionfi sono stati messi per permettere ai giocatori di sapere che, ad esempio, CATONE al numero XIII sta per la Morte dei trionfi tradizionali, e cosi via per tutti gli altri. In caso contrario, senza i numeri, non si sarebbe potuto giocare. Obiezione sensata anche questa.

Un quarto elemento lo deriviamo dalle iscrizioni sulle carte che sono in lingua italiana, mentre sappiamo che quasi tutte, se non tutte, le iscrizioni sulle stampe quattrocentesche sono in latino, come anche quelle del mazzo Leber degli inizi del ‘500.

Chi mi sta leggendo, tuttavia, valutando i pro e i contro, a questo punto potrebbe almeno avere qualche perplessità in merito alla data di composizione del nostro mazzo di carte, considerando possibile una sua successiva produzione.

Le iscrizioni originarie

Consideriamo dapprima le iscrizioni sul mazzo originario, in particolare i nomi che l’autore ha assegnato alle figure dei semi e ai Trionfi.

Per le figure dei semi si nota subito che hanno tutte un nome, ad eccezione dei fanti. Il cavaliere di coppe si chiama, ad esempio, Natanabo, la regina di denari Elena, il re di spade  Alessandro M. I fanti, al contrario, non hanno nome. Perchè?

Si notano anche evidenti sgrammaticature, come la Regina di Coppe “POLISENA” invece di “POLISSENA”; la Regina di Spade “OLINPIA” anziché “OLIMPIA”; il Cavaliere di Denari “SARAFINO” al posto di “SERAFINO”. E poi, chi è questo cavaliere SARAFINO? Chi sono il Re di Bastoni LEVIO PLAUTO R.(Rex) e di Coppe LUCIO CECILIO R. assenti nella storia di Roma sia per il titolo ( gli unici Re di Roma furono i 7 a partire da Romolo!!), sia per il nome?

E nei Trionfi chi sono LENPIO, VENTURIO, OLIVO e IPEO, messi accanto a Catone e Nerone, di cui non si ha traccia nella storia romana? Se si cerca su Internet LENPIO non si ottiene alcun risultato!

Come spiegare tutto ciò?

La spiegazione più ragionevole, a mio giudizio, è che siano errori intenzionali, messi apposta per farci scoprire qualcos’altro, nomi volutamente usati per nascondere un altro significato. Insomma un espediente linguistico che deve condurci ad altro, come se l’ideatore si fosse divertito ad inserire in tutto il mazzo un gioco nel gioco.

A quei tempi, tra le tecniche del genere, oltre al Notarikon, ossia l’acrostico, oppure alla Gematria di derivazione ebraica che assegnava a ogni parola un valore numerico, c’era in particolare l’anagramma. Francois Rabelais che si firmava Alcofribas Nasier, e Pietro Aretino  Partenio Etiro, sono due tra i tanti esempi che si potrebbero citare.

Ebbene, se facciamo l’anagramma dei nomi presenti sulle figure dei semi, otteniamo un risultato sorprendente.  Ad esempio, per le carte di Coppe, considerando il Cavaliere NATANABO, la Regina POLISENA e il Re LUCIO CECILIO R., facendo l’anagramma otteniamo la frase : “L’OCIO LUCICA PIANTO A L’INSANO BERE“, otteniamo, cioè, un consiglio ad usare nel bere la stessa moderazione necessaria in tutte le faccende della vita, una sentenza morale relativa a quel seme. Anche per le spade, i bastoni e i denari vale lo stesso discorso.

Si potrebbe dire che il risultato non è affatto sorprendente in virtù delle numerose decifrazioni che si possono ottenere. Se questo è vero, è altrettanto vero che in questo modo si rende ragione dei nomi fantasiosi utilizzati , e si comprende anche l’assenza delle iscrizioni sui fanti, in quanto per la costruzione delle sentenze morali ottenute bastavano quelle già presenti sulle altre figure.

L’autore, però, non si è divertito ad inserire un gioco nel gioco soltanto con le figure, ma anche con i Trionfi.  LENPIO (III), è infatti Lenio il pio ( M.Lenio Flacco o M.Lenio Strabone) e Venturio (X), allo stesso modo, è Veturio toccato dalla ventura ( il Tito Veturio Calvino delle Forche Caudine o qualche altro Veturio salvato dalla fortuna).

Personalmente non so dare un’altra spiegazione a tutte queste anomalie.

 

Le iscrizioni aggiuntive

 

Consideriamo ora le iscrizioni che furono aggiunte successivamente al nostro mazzo di carte, in particolare quelle presenti sull’Asso di Denari e sul Trionfo BOCHO (XIIII).

Sull’Asso di Denari sono state aggiunte due iscrizioni: “TRAHOR FATIS”  nel cartiglio sorretto dall’angelo in basso a sinistra, e nel mezzo “SERVIR CHI PERSEVERA INFIN OTIENE “.

Coins01_mod

Nella frase, così scritta, sembrerebbe presente l’errore “OTIENE” al posto di “OTTIENE”. Ma, al di là di questo, se pure la scriviamo “SERVIR CHI PERSEVERA INFINO TIENE“, è evidente che la frase non ha alcun senso. In qualsiasi modo la scriviamo e la leggiamo non riusciremo ad assegnarle un significato dotato di senso. E poi, che ci fa, accanto a questa, l’altra frase TRAHOR FATIS (Trascinatore del destino)?

Ancora una volta, però, applicando l’artificio dell’anagramma alle due iscrizioni possiamo ottenere una possibile risposta  in “HO TRIST’A FAR” “PER SERVIR CHI TIENE I SERVI E NON FA“.  Insomma le frasi nasconderebbero la pena dell’anonimo pittore per un lavoro che prevede la semplice aggiunta a mano di alcune iscrizioni e la coloritura di un mazzo di carte già bell’e pronto, per di più per un commissionante di un certo livello sociale che ha una servitù e non fa niente.

Torno a ripetere che è del tutto evidente ottenere altre decodificazioni. Ad esempio, nel mio libro sui Sola Busca,  ho pensato che l’anagramma  mi fornisse  il probabile nome del commissionante il lavoro aggiuntivo.

Resta il fatto che la tecnica anagrammatica potrebbe spiegare le anomalie presenti nelle iscrizioni. Ad esempio l’iscrizione “ORFATIS” aggiunta sullo scudo di POSTUMIO (II) e sul cartiglio che tiene in mano CATONE(XIII), che sembra non avere alcun senso, se anagrammata ci restituisce “FORTIAS” ad indicare probabilmente la forza d’animo dei due personaggi.

Per finire resta l’altra iscrizione “ANNO AB URBE CODITA MLXX” che si trova sullo scudo di BOCHO (Trionfo XIIII) da cui gli studiosi traggono la probabile datazione del lavoro aggiuntivo. Se  si accetta la tradizionale data di fondazione di Venezia al 421 d.C., dal momento che sono passati 1070 da quella fondazione, siamo nel 1491.

Questa è la datazione, lo ripeto, condivisa dalla maggior parte degli studiosi, anche se qualche storico pone come data di fondazione di Venezia il 453 ( e quindi il 1523 come data di produzione), quando Attila inondò con le sue truppe la laguna veneta.

aburbecodita

La scrittura CODITA” anziché “CONDITA”, ancora una volta, potrebbe essere intenzionale e  servire a indicarci una data diversa da quella che si può derivare dalla scrittura corretta. Sempre attraverso l’anagramma dell’iscrizione, una possibile decodificazione risulta essere “ XX ABBIAM DE L’ANNO TURCO”, e l’anno turco cui si fa riferimento è quello celebre della battaglia di Lepanto, il 1571, quando il 7 ottobre la Lega Santa di Genova, Venezia, e Spagna, sconfisse a Lepanto l’armata turca. 

Le carte potrebbero, dunque, aver visto le aggiunte successive nel 1591, esattamente cento anni dopo la data presunta da tutti gli studiosi e accreditata fino ad oggi.

 

Conclusioni

1) A partire da una rigorosa analisi dei Trionfi, la sequenza ottenuta ci dice che siamo in presenza di un ordinamento che non è ferrarese, ma lombardo. Proprio a Pavia è insediata da tempo la “famiglia Busca, fra le più antiche e nobile di Pavia” documentata da una precisa fonte letteraria ( Historia d’Antonio Maria Spelta, cittadino pavese…..1602 Pavia).

Un membro di questa famiglia avrebbe potuto commissionare il mazzo perchè sappiamo che una discendente di questa famiglia insediata a Milano e Pavia, la marchesa Busca, agli inizi dell’Ottocento, possiede il mazzo di carte nella sua casa milanese (La storia dei Sola-Busca). Una sua pronipote, tale Antonietta Busca, sposerà nel 1871 il conte Andrea Sola-Cabiati, dando vita al ramo Sola-Busca da cui prenderà il nome il nostro mazzo di carte.

Questa famiglia fu per lungo tempo al servizio della Corona di Spagna e ciò spiegherebbe il motivo delle iscrizioni originarie “R.Filipo” e “PAX” che troviamo sul Re di Denari , che non farebbero riferimento a Filippo il Macedone che per tutta la vita fu un guerrafondaio, ma a Filippo II che dal 1556 instaurò la dominazione spagnola su Milano. La “PAX” che compare sulla bandierina  sarebbe, come sostengono gli storici, un’allusione alla “pax hispanica” che fino al 1620 caratterizzerà il regno lombardo governato dagli spagnoli.

Il ritratto sul due di Denari, poi, sembrerebbe quello di Carlo Borromeo, vescovo di Milano dal 1566 al 1584, anno della sua morte.

2) Le numerose anomalie presenti nelle iscrizioni, originarie e aggiunte in seguito, trovano una ragionevole spiegazione nella tecnica anagrammatica. In base a questa, le carte potrebbero essere state prodotte nel periodo pontificio di Pio V, su commissione dei Busca lombardi, e revisionate una ventina d’anni dopo con le iscrizioni aggiuntive e il colore, nel 1591, da un artista veneziano.

4) Le carte di denari (oro fuso)  richiamano con una certa evidenza alcuni procedimenti riconducibili a pratiche alchemiche, altre a principi della filosofia ermetica. Non nego questo carattere, ma collocare i Sola-Busca in area ferrarese stante la tradizione “magica” di quel territorio, è, a mio avviso, una forzatura. Tutte le corti, non solo gli Este, ma i Visconti-Sforza, i Gonzaga, i Medici ecc ecc, facevano a gara per accaparrarsi maghi, astrologi, alchimisti, esoteristi, e, in tal senso, l’epicentro fu la Lombardia e non l’area ferrarese-veneziana ( basta qui ricordare i nomi del pavese Girolamo Cardano e di Cornelius Agrippa professore presso l’Università di Pavia) .

5) Se il nostro autore mostra una vistosa vicinanza alle discipline ermetiche e alchemiche, uno dei possibili candidati all’ideazione e produzione del nostro mazzo di carte potrebbe allora essere Giovanni Paolo Lomazzo (1538-92), un artista capace, estroverso e bizzarro, profondo conoscitore della storia antica e amico di Cardano di cui fece un ritratto.

Il possibile autore?

Per quanto riguarda l’ideatore ed esecutore di questo mazzo originario, siamo in presenza di un pittore di un certo livello artistico, profondo conoscitore dell’antichità classica, come si desume dall’ideazione dei nostri Trionfi, e soprattutto dotato di uno spirito “grottesco” per un’arte minore quale quella della produzione di un mazzo di carte. Questo spirito bizzarro si riscontra sia nella scelta dei personaggi dei Trionfi, sia pure, in maggior grado, nei nomi fantastici ed enigmatici attribuiti alle figure.

Azzardo l’ipotesi che si tratti dell’artista milanese e scrittore d’arte Giovanni Paolo Lomazzo (1538-92), un artista capace di invenzioni e bizzarrie figurative nello spirito del manierismo lombardo, dotato di una profonda cultura, così come traspare dalle sue pubblicazioni,  impregnato di una concezione artistica intesa non come mestiere e rigidità formale, ma come estro, invenzione, licenza di andare oltre le regole.

Nato a Milano il 26 aprile 1538, in gioventù fu tra gli ispiratori di  un circolo goliardico d’artisti che, come ci ricorda D. Isella (Lombardia stravagante. Einaudi 2005),  “ fu l’incontro di due tradizioni, letteraria e pittorica, entrambe connotate da un alto tasso di bizzarria umorale e di invenzione artificiosa, di realismo e di gioco….un ambiente pieno di dottrine misteriosofiche“.

Frutto di tale partecipazione sarà il Rabisch, un’opera scritta in lingua “facchinesca”, cioè nel dialetto valligiano, pubblicata due anni dopo l’altro suo lavoro Rime, che testimonia in maniera tangibile l’atmosfera  che si viveva all’interno del circolo accademico di cui fecero parte, tra gli altri, il pittore Aurelio Luini e l’incisore Ambrogio Brambilla.

Risalgono a quel periodo i disegni grotteschi, sulla scia di Leonardo, e i tanti ritratti di personaggi importanti che lui stesso cita in un’opera biografica. Ciò testimonia l’apprezzamento e la notorietà del nostro pittore che, dunque, avrebbe potuto in quel periodo “divertirsi” nella produzione di un mazzo di Tarocchi.

A quel periodo giovanile appartiene un ciclo di affreschi nella Chiesa di S.Maria Nuova a Coronno Pertusella, in provincia di Varese, e un’Ultima Cena affrescata per Santa Maria della Pace a Milano, andata distrutta nel corso dell’ultima guerra.

A Piacenza, poi, nel 1567 affrescò il Refettorio degli Agostiniani con la curiosa iconografia della Cena Quadragesimale, anch’essa distrutta dalla guerra, di cui, però, ci resta un abbozzato disegno preparatorio. Il fondo schiena dell’inserviente accanto alla tavola, sulla sinistra, è identico a quello del trionfo NENBROTO.

 

 

Ci restano poche testimonianze della sua attività pittorica perchè nel 1574 perse la vista come ci racconta lui stesso  nella biografica Vita dell’Auttore descrivendo l’amicizia intrattenuta con l’enigmatico e bizzarro Girolamo Cardano: “ ….Che per graue accidente gli occhi miei/ chiusi e perdei l’amata e cara luce/ che mi fece restar fuor di me stesso/ sì come hauea predetto il gran Cardano/ medico e mathematico pregiato/ il qual ritrassi con sua sfera e libri”.

Non è però difficile ravvisare nei suoi lavori qualche tratto espressivo presente nelle nostre carte. Inoltre la sua vicinanza alle dottrine alchemiche ed ermetiche renderebbe ragione del carattere magico delle carte dei semi, e la conoscenza approfondita della storia romana e greca che traspare in tutta evidenza dalle sue opere letterarie ne farebbe l’ideale autore della scelta dei personaggi dei Trionfi.

Non a caso, forse, nel Trattato dell’arte della Pittura, quale esempio di disciplina militare, troviamo POSTUMIO dittatore “quando ammazzò il figliuolo perché senza suo ordine haueua vinto e superato gl’inimici”, e in un compendio dello stesso troviamo PANFILO, “Onde ai tempi di Panfilo fu procurato che essa (la pittura) si riponesse nel primo grado delle arti liberali, e tale è rimasta anco dai moderni. Poi l’ho partita nei suoi generi e quelli nelle sue specie e parti, e quanti essi sono in tanti libri appunto ho partito il volume trattandosi in ciascuno separatamente, e dichiarando la virtù e potenza di ciascun genere di grado in grado e delle loro specie e qualità”.

Anche se Panfilo è qui ad indicare lo scultore greco maestro di Apelle, l’autore lo pone al primo grado delle arti liberali, descrivendoci poi la partizione della sua opera come avviene nei Tarocchi, laddove abbiamo una divisione tra virtù terrene e celesti la cui potenza cresce di grado in grado.

Personalità complessa, dunque, quella del Lomazzo, eccentrica, “scapigliata”, che sembrerebbe di difficile decifrazione, così come traspare anche dalla lettura del catalogo della mostra luganese del 1998 sull’arte grottesca del Cinquecento: “ Vista nell’insieme, insomma, l’opera del Lomazzo appare come una mescolanza impressionante di realismo grottesco e di astrazioni normative, un pasticcio di giovedì grasso e di venerdì santo che nella pittura forse, era emerso soltanto nella perduta Cena Quadragesimale…..”.

Mi fermo qui sperando che persone più qualificate di me possano smentire o confermare quanto sopra.

5 Commenti

  1. Very good deductions and text. Congratulations. So for you Mantegna cards were just a mnemonic set of images for young education?

  2. E’ veramente particolare che vi fosse ancora “interesse” per il c.d. volo di Alessandro Magno, in ambiente laico dato che di solito era diffuso in ambiente religioso, dall’orinte al nord Europa

    • Ancora oggi ci sono persone che credono che la Terra stia ferma al centro dell’Universo e che sia il Sole a girarle intorno perchè questo è ciò che vedono ogni giorno, ma la verità si conquista con l’intelletto e non attraverso lo sguardo. A proposito dei tarocchi, dico soltanto che chi li usa a fini divinatori è un “falsificatore” perchè dimostra palesemente di non conoscerne l’evoluzione storica e l’autentico significato. Buon lavoro.

  3. Ciao a tutti! Complimenti per la fantastica ricerca. Io non sono un esperto ma direi per “conoscenza che le scritte anagrammate o no, non sono in italiano, ma in dialetto Veneto! Tenendo anche conto che l’espansione della Serenissima arriva fino a Cremona nel 1499. Saluti e complimenti!

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*