I Tarocchi”marsigliesi” dei Visconti-Sforza

Tra i mazzi dipinti a mano che ci sono pervenuti e prodotti per la corte milanese, o ad essa collegati, tre sono i più antichi, i quali tuttavia non esauriscono tutte le carte dipinte per questa corte in quanto ci sono pervenuti diversi mazzi collocabili nel periodo fra il 1475 e il 1510, molto frammentari e quindi di difficile decifrazione, due dei quali, tra l’altro, probabilmente falsi e uno certamente falso.

I tre mazzi più antichi sono quello Visconti Modrone ( I Tarocchi Visconte-Modrone), il mazzo Brambilla, e il più completo, quello comunemente chiamato Visconti-Sforza. Sono opere uniche, dove ogni figura, colorata a tempera, veniva ricoperta in alcune zone con sottili lamine d’oro o d’argento, poi punzonate a formare raffinate decorazioni e autentici gioielli artistici

Il mazzo Brambilla, dal nome del precedente proprietario e attualmente presso l’Accademia milanese di Brera,  è composto di 48 carte di cui due Trionfi  (Imperatore e Ruota della Fortuna) e quarantasei carte dei semi ( mancano le quattro figure di Spade, il Fante e il 7 di Bastoni, i Re e le Regine di Coppe e Denari). A metà dell’Ottocento, quando il mazzo era ancora presso il signor G.B.Brambilla in casa Traversi, era composto di 49 carte, comprendendo anche il 7 di Bastoni ( le fonti ci dicono che fosse “completo nelle merci, ma incompleto nelle figure e nei tarocchi”).

In questo mazzo i Bastoni e le Spade si intersecano, al pari di quello Visconti-Modrone, ma, a differenza di questo, le Spade sono curve conformemente a quello che si affermerà quale stile italiano. E’ dunque successivo a quello, sia pure di poco data la presenza, anche qui,  del fiorino d’oro coniato da Filippo Maria Visconti.

Il mazzo Visconti-Sforza è composto da 74 carte di cui 35 presso la Pierpont Morgan Library di New York, 26 presso l’Accademia Carrara di Bergamo, e le restanti 13 di proprietà della famiglia bergamasca dei Colleoni.

Le 74 carte comprendono 20 trionfi e 54 carte di semi, con Bastoni intersecantesi e Spade diritte come nel mazzo Visconti-Modrone. E’ un mazzo quasi completo, mancando solo il Diavolo e la Torre, oltre al 3 di Spade  e al Cavallo di Denari.

La maggior parte degli studiosi concorda nel ritenere che il mazzo sia stato dipinto per Francesco Sforza, il successore di Filippo Maria Visconti di cui aveva sposato la figlia Bianca Maria, e che governò Milano nel periodo 1450-1466, molto probabilmente a seguito della sua ascesa alla guida di Milano, proprio nel 1450, come si desume da alcuni documenti dell’Archivio Ducale Sforzesco.

Dei Trionfi, sei (Temperanza, Forza, Stella, Luna Sole, Mondo)  sono sicuramente opera di un artista diverso, un ignoto pittore che li dipinse molto probabilmente in sostituzione di quelli precedenti che si erano perduti, circa una ventina di anni dopo.

 

visconti tarot

 

I Trionfi non sono numerati e non hanno nomi. Fu sempre questo mazzo ad essere copiato, mai gli altri due del periodo di Filippo Maria, come ci testimoniano le carte del periodo successivo. Il mazzo Visconti–Sforza si affermerà dunque come modello standard, non solo per i successivi tarocchi di origine milanese, ma soprattutto per quello che si consoliderà come modello universalmente accettato fino ai nostri giorni, cioè il Tarocco di Marsiglia.

I Francesi, a cui era assolutamente sconosciuto il giuoco dei Tarocchi che si praticava in Italia nel XV secolo, introdussero per la prima volta in Francia tale giuoco probabilmente a seguito della dominazione milanese del primo quarto del secolo successivo.

Numerose sono le testimonianze letterarie francesi di quel secolo in cui si fa riferimento al giuoco dei tarocchi; basti per tutte il più antico che troviamo nel Gargantua di Rabelais (1534), con la parola “tarau” inserita nella lista dei giochi del protagonista, successivamente “tarot” che tradisce inequivocabilmente la derivazione dall’italiano “tarocco”.

Il Foglio Cary, attualmente presso l’Università di Yale, è una precisa testimonianza del collegamento tra il tarocco milanese e quello successivo di Marsiglia. Opera di un ignoto artista lombardo, da stampa su legno risalente ai primi decenni del XVI secolo, e ritrovato all’inizio del Novecento presso il Castello Sforzesco di Milano, contiene quattro file di cinque carte ciascuna, senza numeri e scritte a indicare il nome e il rango delle figure. Soltanto le sei carte centrali sono intere, mentre le rimanenti quattordici sono tagliate.

cary

 

La somiglianza con le carte marsigliesi è sorprendente.

Il 7 di Bastoni, nel penultimo riquadro a sinistra in basso, ha la forma tipica della corrispondente carta del Tarocco di Marsiglia, con i bastoni piatti e terminanti all’estremità in una specie di cuneo. La carta accanto, la Temperanza, versa acqua da una brocca all’altra, seduta su una sedia dall’alto schienale. Il Diavolo che ha a che fare con alcuni diavoletti, di cui uno in una cesta e l’altro infilato in un forcone, ha le corna e un volto dipinto sul petto. Nella versione definitiva del Tarocco di Marsiglia, la cesta sarà sostituita da due ali di pipistrello, il volto scenderà sulla pancia e al suo posto spunteranno due seni femminili

I genitali maschili e una coppia di occhi sui ginocchi completeranno la variazione della figura che, con piedi artigliati, troneggia su un ceppo. Due diavoletti, un maschio e una femmina, completamente nudi e con le orecchie d’asino, appariranno legati per il collo ad un anello alla base del ceppo.

La Torre, di cui si vede, in basso a destra, soltanto una parte, ha le tipiche goccioline nell’aria, a forma di palline, che ritroviamo nel disegno marsigliese. In assenza di una numerazione, il fatto che la Temperanza preceda il Diavolo e la Torre, è un ulteriore indizio di un ordine di tipo C milanese (Ordine dei Trionfi).

Nella fila superiore, sempre partendo dalla sinistra, la carta tagliata dovrebbe essere il Matto, in virtù del bastone che sporge dalla spalla dell’invisibile personaggio. La carta adiacente non ha bisogno di commenti: il Bagatto è qui rappresentato in maniera del tutto identica a quella marsigliese. Quella successiva, la Stella, presenta una stretta somiglianza con la versione del Tarocco di Marsiglia: una fanciulla nuda, in ginocchio sulla riva di un fiume, vi versa acqua da due brocche, mentre in alto una grande stella è circondata da quattro più piccole, forse a rappresentare le quattro virtù cardinali. Nella versione francese queste stelline diventeranno sette, con l’addizione simbolica delle virtù teologali, o forse con l’intenzione di rappresentare i sette pianeti celesti. L’unico dettaglio mancante è la presenza dell’uccellino sull’albero.

Anche la Luna ha una stretta somiglianza con l’omologa marsigliese, per la presenza del gambero che nuota in una pozza. Nella versione definitiva del Tarocco di Marsiglia, il volto irraggiante della Luna, che qui è pieno, sarà ritratto di profilo, e comparirà l’abusata coppia di cani ululanti. Le goccioline che mancano, sono invece presenti nella rappresentazione del Sole, di cui se ne scorge soltanto la metà. Il bambino nudo, sotto di esso, faceva parte probabilmente di una coppia, come nel modello marsigliese.

Nella fila superiore, la figura tagliata, sempre partendo da sinistra, è il Papa, seduto su una sedia dall’alto schienale. Accanto, l’Imperatrice, sia pure disegnata di profilo, è del tutto somigliante a quella del tarocco di Marsiglia: con una mano sostiene uno scettro appoggiato sulla spalla, e con l’altra regge uno scudo con impressa l’aquila imperiale. Anche il trono su cui è seduta, similmente, ha la spalliera arrotondata.

L’Imperatore, raffigurato nella carta successiva, di profilo e in trono, come nella carta marsigliese, si discosta da quest’ultima soltanto per alcuni dettagli: le gambe non sono accavallate, lo scettro imperiale è poggiato sulla spalla, anziché sorretto davanti a sé, e lo scudo non è poggiato a terra. L’adiacente Papessa è raffigurata con un pastorale in mano, seduta davanti ad un libro aperto poggiato su un leggio, e assistita, a giudicare dalla tonsura, da un piccolo monaco. Nel Tarocco di Marsiglia, sia questo personaggio che il leggio, così come il pastorale, verranno abbandonati, ma non il libro.

La Forza, disegnata nel riquadro successivo tagliato, è una figura in piedi con una mano sulla criniera di un leone. Nella fila soprastante, quella più in alto, la carta nell’angolo sinistro, così come l’altra dell’angolo opposto, non è identificabile.

Delle tre carte centrali, di cui abbiamo i disegni delle metà inferiori, la prima da sinistra dovrebbe essere l’Amore. Nella carta adiacente, il Carro è trainato da due cavalli, visti frontalmente e con le stesse posizioni del muso, come nel Tarocco di Marsiglia. Infine, la Ruota della Fortuna, ha, sulla sinistra, un manico sporgente che la fa girare, del tutto analogo a quello della corrispondente carta marsigliese.

Tutte queste esatte corrispondenze dimostrano, senza ombra di dubbio, che il foglio Cary è l’antenato del Tarocco di Marsiglia, e che i fabbricanti francesi non hanno fatto altro che copiare accuratamente il modello milanese, modificando in parte col tempo soltanto alcuni dettagli iconografici che porteranno al successivo modello standard definitivo.

Un’altra conferma di tale derivazione è in un certo numero di carte di mazzi normali milanesi attualmente presso la Raccolta di stampe Achille Bertarelli al Castello Sforzesco. Il 2 di Denari, databile al 1499, opera di  Paolino da Castelletto, in cui i due semi sono circondati da un cartiglio a forma di S riportante la data e il nome del fabbricante milanese, è del tutto identico a quello del Tarocco di Marsiglia. La carta, però, potrebbe anche appartenere ad un mazzo normale.

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La produzione cinquecentesca francese di tarocchi fu rilevante, con i centri di fabbricazione maggiori a Lione e Rouen, e in misura minore a Parigi e, verso la fine del secolo, a Nancy. Tuttavia, di quella produzione, ci è pervenuto soltanto un unico esemplare, per di più incompleto.

Si tratta del mazzo del fabbricante lionese Catelin Geoffroy, del 1557, attualmente presso il Museum Kunsthandwerk di Francoforte sul Meno composto da 38 carte di cui dodici tronfi. I segni dei semi, copiati da un precedente mazzo del 1544 di Virgil Solis di Norimberga, sono particolari, e comprendono Pappagalli, Pavoni, Leoni e  forse Scimmie (come nel mazzo di Solis), in mezzo a decorazioni floreali.

I Trionfi, pur in parte discostandosi iconograficamente dal definitivo modello marsigliese, sono convenzionali e ordinati in una sequenza che possiamo assegnare senza ombra di dubbio al tipo C. Tale ordine è desunto dalla numerazione in numeri romani che compare nella zona centrale, in alto e in basso (di seguito 10 dei 12 trionfi, e, in particolare, il Papa).

 

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Dunque, nel 1557, l’ordine del tarocco che poi prenderà il nome di Tarocco di Marsiglia era già in uso in Francia. Non sappiamo quale fosse l’ordine dei tarocchi milanesi nel ‘500 e nel secolo precedente, ma se i francesi non hanno fatto altro che copiare il modello milanese, vuol dire che l’ordine dei tarocchi a Milano doveva essere sempre stato, fin dall’inizio, quello esemplato dal mazzo Geoffroy.

Il foglio Cary milanese non è numerato, al pari di un altro trionfo milanese d’inizio ‘500 attualmente conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi ( l’Eremita); ciò significa che prima del Cinquecento ai trionfi milanesi mancassero i numeri. Come detto in precedenza, i francesi introdussero i tarocchi in Francia molto probabilmente con l’invasione di Milano da parte di Francesco I. Se  i francesi hanno copiato il modello in uso a Milano e se i traocchi Geoffroy sono numerati, si può datare l’introduzione dei numeri sui trionfi dei tarocchi milanesi al 1525/30.

La pratica francese delle scritte che ne indicheranno anche i nomi sarà successiva. Un esemplare di questo tipo è quello del fabbricante parigino Jean Noblet, databile intorno al 1660 e attualmente presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Il mazzo, a cui mancano soltanto le cinque carte numerali, riporta il nome dell’autore e la data di fabbricazione sul 2 di Coppe e sul 2 di Denari (in fig.) che, nello stile tipico marsigliese, ha nel disegno un cartiglio a forma di S.

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Si noti la stretta somiglianza con la carta precedente di Castelletto, a conferma della derivazione del mazzo francese dalla tradizione milanese. Nella fig. sottostante alcuni Trionfi

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I Trionfi sono numerati, in alto, al centro, e accompagnati da scritte in basso che indicano il nome dei personaggi. L’ordine è esattamente di tipo C milanese. La particolarità iconografica dei Trionfi VI e XXI, rispettivamente l’Amore e il Mondo (angolo in alto a sx e in basso a dx), indica però  che si tratta di una versione precedente quella definitiva

Dopo questa prima versione, il più antico esempio della versione definitiva è del 1709, opera di Pierre Medanié di Digione, cui seguirà, tra le altre, quella famosa di Nicolas Conver del 1760 prodotta a Marsiglia.

Soltanto trent’anni prima dalla produzione del mazzo parigino di Jean Noblet, Marsiglia aveva ricevuto l’imprimatur regale per la fabbricazione di carte da giuoco, ma in poco tempo divenne il centro maggiore di produzione francese, a tal punto da acquisire tutti i diritti per chiamare, ad opera della ditta Grimaud dal 1930, “Tarocco di Marsiglia”, la riedizione del modello che fino a quel momento era stato denominato “Tarocco italiano”.

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