I Tarocchi Goldschmidt

I Tarocchi della collezione Goldschmidt, attualmente al Deutsches Spielkarten  Museum  di Leinfelden, sono costituiti unicamente da 9 carte (140×66 mm).

 A detta di molti rappresentano, nella loro oscurità, un insieme incomprensibile, una vera e propria sfida all’intelligenza degli studiosi.

Dividerò questo articolo in due parti: la prima riguarderà la descrizione delle carte; la seconda alcune argomentazioni che potranno fare da guida a una possibile interpretazione.

Le carte

 

Un falconiere, in piedi su un pavimento a scacchi, con un uccello sulla mano destra, sorregge con la sinistra un cerchio appeso alle spalle che gli circonda la vita; sul petto c’è uno scudetto blasonico; ai piedi un cagnolino; sopra una spalla è sospesa una ruota dentata. Può essere identificato con la FORTUNA.

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Una dama, in piedi sul solito pavimento quadrettato, con lo strascico sorretto da una dama di compagnia, sostiene e osserva un castello in miniatura. Dalla fascia che le cinge la testa sembra spuntare una corona. E’ osservata e preceduta da un cane. Ai suoi piedi un oggetto di difficile decifrazione. La fortezza in miniatura può rinviare alla FORZA e il cane alla fedeltà.

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La figura successiva ha sulla testa la mitra a due punte, e non il triregno o tiara papale con le tre corone della Chiesa militante, sofferente e trionfante. E’ in piedi su un pavimento a scacchi ( e non intronato come i Papi) e sorregge il pastorale dietro la cui sommità s’intravede quella che sembra essere la croce trilobata dell’ordine di San Maurizio. Probabilmente è un vescovo che benedice con la mano sinistra e volge lo sguardo verso un’ancora il cui gancio è sormontato da quella che appare come la croce triplice papale a tre braccia trasversali. E’ verosimilmente il PAPA.

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Un sole ardente e raggiato illumina un pavimento a scacchi sul quale si ergono tre montagne che recano le lettere a, m, c. Tra il sole e le montagne una croce. E’, senza dubbio, il SOLE.

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Una donna incoronata e genuflessa su un inginocchiatoio è assistita da una domestica. Tiene tra le mani un libro di preghiere. Può rappresentare la PAPESSA.

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L’Asso di Spade ha un teschio incatenato alla lama, la cui impugnatura, a forma di croce, ha due tibie incrociate sovraimpresse.

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L’Asso di Coppe è una fontana, su un pavimento quadrettato, con due getti divisi da una freccia. Alla base è avvinto un serpente che si morde la coda, l’Uroburo simbolo d’eternità.

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Il 5 di Bastoni ha bastoni  nodosi, ciascuno separato dagli altri.

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L’ultima carta mostra un delfino incoronato. Non è, come si potrebbe supporre a una prima occhiata, il simbolo dei Visconti. Manca infatti l’omino che viene ingoiato dal delfino; la coda non finisce a punta, e il delfino ha fattezze diverse.

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Aggiungo che alcuni studiosi stabiliscono giustamente una stretta relazione tra le nostre carte e almeno due, delle quattro, cosiddette Guildhall, conservate nell’omonima Library di Londra, per avere la stessa misura (141×66), lo stesso tipo di bastoni, identica bordatura nera, simile punzonatura dorata sullo sfondo.

Si tratta del Fante di Bastoni  ( l’uomo che sta per colpire un airone accanto all’acqua), e della carta accanto, il Mondo, che è una copia del trionfo Visconti-Sforza con i due angioletti rovesciati.

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Personalmente credo che solo il Fante facesse parte originariamente del nostro mazzo di carte in quanto  lo stile del disegno si approssima non di poco a quello complessivo del nostro mazzo. A mio giudizio, il Mondo è un’aggiunta successiva, probabilmente in sostituzione della carta originaria andata perduta. Le altre due carte Guildhall hanno misure diverse e quindi facevano sicuramente parte di un altro mazzo di carte.

Analisi

Se osserviamo la carta del falconiere, si nota che la ruota sullo sfondo è del tutto particolare. E’ il simbolo della “Confraternita di Santa Caterina o del Monte Sinai”. In fig. alcune insegne dell’antico Ordine dei Cavalieri di detta confraternita adottate nel XV e XVI sec. La ruota della nostra carta è del tutto identica.

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La Caterina del Monte Sinai è la Santa Caterina d’Alessandria martirizzata nel quarto secolo. Sfuggita miracolosamente al supplizio della ruota, fu decapitata. La leggenda narra che il suo corpo fu trasportato dagli angeli sul monte Sinai dove le fu dedicato un monastero. Furono i crociati francesi nel XII secolo a fondare l’Ordine dei “Cavalieri di Santa Caterina o del Monte Sinai” allo scopo di  tutelare il pellegrinaggio cristiano al sepolcro della Santa. La loro insegna era una ruota dentata di sei raggi trapassata da una spada.

La Chiesa più antica dedicata al culto della Santa si trova a Roma, nel quartiere Regola. E’ la Chiesa di Santa Maria della Rota. Anticamente si chiamava S.Maria in Catenariis in quanto nell’ospedale annesso vi si curavano i prigionieri liberati dalle prigioni dei saraceni i quali usavano appendere in chiesa le loro catene come ex voto. Nel  XVI secolo, a seguito di un restauro, un errore grossolano trasformò l’appellativo “Catenariis” in Caterina, e da allora la chiesa fu dedicata a Santa Caterina d’Alessandria e prese il nome di Chiesa di Santa Maria della Rota che conserva tutt’oggi.

Nello stesso quartiere, nel XVI secolo, operavano diverse organizzazioni assistenziali per le fasce più povere della popolazione. Tra queste assunse un ruolo fondamentale la Confraternita della Morte che svolgeva l’opera misericordiosa di seppellire i cadaveri insepolti per abbandono e povertà.  Nel 1552 Giulio III ne aveva approvato la costituzione con l’obbligo di assumere il titolo dell’Orazione in aggiunta a quello della Morte, perché oltre al servizio funerario vi era l’uso di pregare per le anime dei defunti. Da quel momento il sodalizio prese il nome di  “Confraternita della Morte e dell’Orazione” e, al pari di altre associazioni della “Buona Morte” che avevano il compito di assistere gli ammalati e di aiutarli ad affrontare serenamente l’aldilà, assunse come insegna un teschio con le due tibie in croce di Sant’Andrea.

In fig. l’insegna della Confraternita:

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Si noti la presenza dei tre monticelli sovrapposti che ritroviamo nella carta del SOLE. Rappresenta, senza ombra di dubbio, il Golgota, il monte del Calvario. La Croce che poggia sul monte più alto, è quella del Salvatore: solo credendo in essa si può vincere la morte, come riporta l’iscrizione sulla croce stessa: “ IN HOC VINCES”. Il suo significato è che la fede nel sacrificio e nella Resurrezione di Cristo rappresenta lo strumento che ci permette di oltrepassare i confini della morte terrena e del tempo finito figurato dalle due clessidre.

Ora, tornando alla nostra Confraternita, c’è da dire che esiste una relazione strettissima con la Chiesa di Santa Caterina della Rota. Diciamo innanzitutto che nel 1560, Pio IV, dato l’importante servizio svolto dall’associazione, l’aveva eretta ad Arciconfraternita con il compito di assolvere a più opere pie assistenziali, e che nel 1571 la nuova Arciconfratenita ottenne dal Capitolo Vaticano proprio la Chiesa di Santa Caterina della Rota.

In questa sede esercitò le sue funzioni fino al 1576 quando traslocò nella nuova chiesa, appena edificata nelle vicinanze dell’altra,  che prese il nome di “Chiesa della Morte e dell’Orazione”, nome che conserva tutt’oggi.

Insomma, ci sono indizi sufficienti per ritenere molto probabile  che gli elementi presenti nelle nostre carte (la ruota dentata, la spada, il serpente, il teschio con le tibie incrociate, i tre monticelli, le varie croci che richiamano l’Ordine di San Lazzaro e San Maurizio) facciano riferimento all’ “Arciconfraternita dell’Orazione e Morte”. Se così è, le nostre carte sono state prodotte a Roma o nel territorio dello stato pontificio, personalmente credo a Bologna dove l’Arciconfraternita della Morte vantava una tradizione antichissima, a partire dall’ultimo quarto del XVI secolo.

Chi contribuì a sostenere le spese di produzione del mazzo, sicuramente onerose per la doratura presente diffusamente sulle carte, è molto probabilmente un aderente all’Arciconfraternita suddetta, o un suo sostenitore. Lo scudetto ricamato sul vestito del falconiere, di cui però non sono riuscito a determinare l’appartenenza, potrebbe riferirsi al casato del personaggio in questione. La presenza della carta fuori dal gioco, con il delfino incoronato, ne rappresenterebbe il marchio di fabbrica. Si tratta dell’emblema araldico dell’Ordine d’Alvernia dei Cavalieri gerosolimitani.

In fig. la “Lingua d’Alvernia” che ha come insegna l’immagine riportata sulla carta, la quale in sovrappiù presenta la corona che  contrassegnerà la nomina imperiale dei suoi appartenenti.

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Osserviamo ora le carte restanti.

L’Asso di Coppe ha la stessa forma di quello delle quattro carte Guildhall di cui sopra, e, per molti aspetti, di altri mazzi del tipo spagnolo, tra cui quello conservato alla Biblioteca Nazionale francese (in Fig.). Queste carte prodotte a Siviglia, come si legge sui Fanti di Coppe e Spade, portano la data 1617 incisa sull’8 di Spade. Fatto davvero singolare è che le quattro carte Guildhall , come si legge nel catalogo londinese, furono ritrovate a Siviglia in una vecchia cassapanca.

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Il 5  di Bastoni presenta dei randelli tipicamente spagnoli, rami d’alberi nodosi separati uno dall’altro.

Si può dunque ritenere che le nostre carte siano di tipo “spagnolo“.

La carta del Sole presenta i tre monticelli che, come abbiamo detto, rappresentano il Golgota, con tre lettere incise, a, m,c.

A proposito di queste, lo storico dei tarocchi Giordano Berti nel suo “Storia dei tarocchi”,  dopo aver detto che “i monti sono probabilmente un emblema della fede cristiana dato che rimandano alle tre croci del Golgota“, aggiunge: “Azzardiamo qui un possibile riferimento alle principali beatitudini dettate da Gesù ai suoi discepoli nel Discorso della Montagna, vale a dire M(ites), A(gritudo), C(haritas), oppure C(astitas), mitezza, afflizione e carità, o castità, che rimandano ai voti sacerdotali di povertà, obbedienza e castità”.

L’ipotesi non è priva di fondamento, ma il riferimento al Discorso della Montagna viene messo in discussione proprio dalla presenza dei monticelli. Se questi, come conferma giustamente Berti, rappresentano il Golgota, siamo allora in presenza del tema della morte e della Resurrezione, e la scritta probabilmente si rapporta a questo tema, tanto più se consideriamo che sopra le carte ci potrebbe essere lo spirito dell’Arciconfraternita della Morte e dell’Orazione.

In base alle argomentazioni esposte, avanzo l’ipotesi che il mazzo potrebbe essere stato prodotto in occasione della venuta a Roma nel 1655 della regina Cristina di Svezia, convertitasi al cattolicesimo dopo aver ripudiato il seggio imperiale svedese. La Regina è la giovane (allora aveva 29 anni) che sorregge la fortezza in miniatura, davanti a una dama di compagnia che le tiene lo strascico(v. fig. sopra). Il copricapo di questa dama è di foggia fiamminga, e sappiamo dalle cronache del tempo che al seguito della regina viaggiavano due serve, l’una svedese, l’altra fiamminga, e la dama di compagnia Madame di Broy, nobilissima di Fiandra.

Sappiamo anche che il 25 novembre di quell’anno, 1655, la regina si fermò a Bologna per restarvi tre giorni, prima di partire per Roma. Il 25 novembre si festeggia Santa Caterina della rota, simbolo presente nelle nostre carte!!! Ad accoglierla c’era il legato pontificio bolognese, il cardinale Girolamo Lomellini come rappresentante dell’autorità papale ( potrebbe essere il Papa delle nostre carte).

Se le carte furono prodotte a Bologna a seguito di questo episodio, il castello in miniatura rappresenterebbe la città felsinea, e l’iscrizione,  a, m, c, sulla carta del Sole potrebbe stare per: ad memoriam cristinae, in ricordo del passaggio in città della regina con un richiamo evidente alla sua profonda fede in Cristo. I tre monticelli, oltre a richiamare l’Arciconfraternita bolognese della Morte che in città svolgeva un ruolo fondamentale da un punto di vista religioso, potrebbero anche rinviare allo stemma di Papa Chigi, Alessandro VII, eletto al soglio pontificio proprio in quell’anno. Inoltre, essendo il papa senese, il pavimento quadrettato potrebbe aver preso in prestito il colore bianco e nero del gonfalone di quella città. La croce che sovrasta i monticelli è quella dei Cavalieri di Malta, a testimoniare la relazione di committenza tra l’Arciconfraternita della Morte e tale Ordine rappresentato dalla carta con il delfino.

A questo punto, non mi resta che concludere con un breve riepilogo:

  • Le carte, hanno a mio giudizio, a che fare con l’Arciconfraternita della Morte, una delle associazioni caritatevoli più importanti nello stato pontificio. La ruota del Falconiere ( simbolo del martirio di Santa Caterina), il teschio incatenato sull’Asso di Spade, i tre monticelli, il serpente dell’Asso di Coppe, sono tutti elementi che rinviano a questa Confraternita.
  • La donna che appare su due carte, in una in piedi con la miniatura di un castello, e inginocchiata nell’altra e in preghiera, è coronata. Il pensiero va direttamente alla regina Cristina di Svezia e al suo passaggio bolognese il 25 novembre 1655, giorno di festa di Santa Caterina. Le carte potrebbero essere state prodotte in quella occasione grazie a qualche esponente di spicco bolognese dell’Arciconfraternita della Morte appartenente all’Ordine di Malta, di cui il delfino rappresenterebbe l’emblema, o  in collaborazione con l’Ordine stesso. Ricordo che nelle funzioni religiose dell’epoca i cavalieri di Malta reggevano il baldacchino che accompagnava il corteo dell’Arciconfraternita della Morte, in uno stretto legame associativo.

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