I Tarocchi del Mantegna

…..non sono nè Tarocchi nè del Mantegna.

I cosiddetti Tarocchi del Mantegna sono costituiti da 50 disegni distribuiti in cinque decine, contrassegnate dalle lettere A,B,C,D,E.

La lettera E è quella che comincia con 1, mentre la lettera A è applicata alla serie di numeri più alti (41-50). Ogni figura ha in basso il nome in maiuscolo romano(ad esempio CLIO) e il numero d’ordine in cifre romane (XVIIII). Sulla stessa riga, a destra c’è il numero arabo corrispondente(19), e sulla sinistra la lettera della serie (D).

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                                                                               1460 ca.

La serie E (1-10) rappresenta gli stati della vita, cioè i diversi gradi della scala sociale, e va dal Misero (I) al Papa (X).

Nella serie D (11-20) sono rappresentate le Muse, da Calliope(XI) ad Apollo (XX).

Nella C (21-30) le Scienze; quelle del Trivio (Grammatica(XXI), Logica, Retorica), e quelle del Quadrivio (Aritmetica, Geometria, Musica, Astrologia), e in più Poesia, Filosofia e Teologia (XXX).

Nella serie B(31-40) figurano tre Arti, Iliaco XXXI per Astronomia, Cronico-Cronologia,  Cosmico-Cosmologia, e le sette virtù, cardinali e teologali, con la Fede (XXXX) al posto più in alto.

E infine nell’ultima serie A(41-50), la più importante, è rappresentato il Sistema celeste (Luna XXXXI, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Ottava sfera, Primo Mobile,  e Prima Causa (XXXXX), cioè Dio come punto topico dell’intera sequenza.

Il carattere morale e religioso di queste carticelle è evidente: a partire dalle condizioni della vita quotidiana della prima serie, si arriva alla conoscenza assoluta di Dio quale prima causa di ogni cosa esistente.

Ce ne sono pervenute tre edizioni, da incisioni a bulino su rame (L’Incisione su rame).

La prima  è databile intorno al 1460.  Una copia delle quattro virtù cardinali B34-37 di questa prima edizione si trova inserita nella versione tedesca del 1468 del Fior di Virtù conservata presso la Biblioteca di San Gallo in Svizzera (http://www.e-codices.unifr.ch/it/vad/0484).

La seconda edizione è del 1485. La carta Aritmetica(XXV) porta incisa la probabile data.

La terza, dell’incisore Ladenspelder di Essen è del 1540 circa.

E’ opinione ormai condivisa dalla maggior parte degli studiosi che tali carticelle non siano annoverabili tra le carte da giuoco come i Tarocchi, salvo il carattere morale e religioso comune ad entrambi, semmai ne costituiscono lo sfondo.

Lo storico dell’arte Leopoldo Cicognara,  nella sua opera “Memorie spettanti alla storia della calcografia”, pubblicata  nel 1831, afferma:

E finalmente a noi non fu dato mai d’incontrar queste carte incollate sui cartoncini e miniate nel modo che incontransi tutte le altre carte stampate, che all’uso dei Tarocchi o di simili giuochi vengono destinate. Anzi, gli esemplari più conservati si trovano in libretti di 25 foglietti o carte duple, impresse a due per foglio, formanti appunto il complessivo numero delle cinque decine. E lo stesso può dirsi, ove abbiamo incontrati altri staccati a frammenti alcuni di questi soggetti, che ben rara cosa è il trovare completa la serie di queste cinquanta carte simboliche…..Verosimilmente queste figure, tratte tutte da oggetti di altissima rilevanza per le loro allusioni, possono aver servito per altri passatempi notabilmente diversi dai cosiddetti giochi di carte, come sappiamo esservene poi stati parecchi in quei tempi, e poco dopo, ai quali potrebbe questa stessa riunione di allegorie aver dato motivo”.

Il fatto che gli esemplari a noi pervenuti siano in pezzi staccati di 25 foglietti, ognuno formato da una coppia di figure a costituire l’intera serie, piuttosto che su fogli interi com’era in uso per le carte da giuoco, l’assenza dei semi, il numero complessivo difforme da quello dei mazzi di carte, tutto questo ed altro ancora porta alla conclusione che queste carticelle non siano assolutamente assimilabili ai Tarocchi. Servivano, come afferma il Cicognara, per altri scopi che non erano il gioco di carte, verosimilmente per fini educativi, come l’Apocalisse di San Giovanni, l’Historia Virginis e la famosa Biblia Pauperum.

Le nostre 50 figure sono produzioni analoghe, e non è un caso che 50 siano anche le illustrazioni di un’edizione della Biblia Pauperum e dell’Apocalisse, e che quest’ultima, così come lo Speculum humanae salvationis, siano composte da incisioni ognuna delle quali divisa in due scomparti, cioè tali da formare “carte duple”, con due disegni impressi, né più né meno come le nostre carticelle.

Al di là di queste conclusioni, condivise, come dicevo, dalla maggior parte degli studiosi, resta ancora aperta la discussione in merito al probabile autore del lavoro in questione.

Il Mantegna? Qualche artista a lui vicino?

Per fare un po’ di luce sull’argomento, torniamo agli esemplari a noi pervenuti.

La terza edizione è una copia della prima, senza alcuna variazione, e quindi non interessa ai fini del nostro discorso.

La seconda edizione, invece, non può esserne una copia, in quanto presenta numerose differenze. Se nella prima le figure sono girate verso sinistra, nella seconda sono voltate a destra, alcuni elementi sono completamente rivisti, altri sono  aggiunti o assenti. La serie I-X della prima edizione è poi contrassegnata dalla lettera E, quella della seconda, dalla lettera S.

Nella fig. sottostante sono riportati l’Imperatore VIIII ( a sinistra) della prima edizione, contrassegnata da E, e quello dell’edizione successiva (contrassegnata da S). Si può notare, oltre ad alcuni elementi aggiuntivi, che non solo le figure sono orientate diversamente, ma che nella prima rappresentazione la figura tiene la mano alla cintura, nell’altra sorregge uno scettro.

                                 foto_5mantegna imperatore8

Queste evidenti variazioni hanno portato numerosi studiosi ad ipotizzare che queste due edizioni siano tratte da un modello precedente.

William Ottley nel Vol.1 del suo “History of Engraving” stampato a Londra nel 1816 (pag 382, cap. VI), dice essere molto probabile “ che la maggior parte di queste figure in entrambe le versioni sia stata copiata da  più antiche carte incise su legno”.

Romain Merlin in “Origine des cartes a Jouer” stampato a Parigi nel 1869 ( pag 79), sulla stessa lunghezza d’onda, afferma che ” Siamo autorizzati a considerare queste due edizioni come perfettamente indipendenti una dall’altra, e le loro somiglianze dovute a un modello primitivo da cui sono state tratte”.

I due autori, come altri che per brevità non vengono citati, ipotizzano quindi l’esistenza di un modello precedente dal quale sono derivate le edizioni a noi pervenute incise su rame.

In verità non si tratta di semplici congetture. Di seguito, si dimostrerà che:

– Questa edizione precedente c’è.

– La sua esistenza esclude, ragionevolmente, la mano del Mantegna.

A sostegno di questa ipotesi, farò riferimento ad un manoscritto conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. L’allora sovrintendente della sezione storica degli archivi imperiali, M.L. Douet d’Arcq, pubblicò nel 1858 su la “Revue archéologique”, l’intero manoscritto preceduto da una introduzione ( Un traité du Blason du XV siècle. Revue Archèologique 15° Année N.1, pp 321-342http://www.jstor.org/stable/41746477). Un accenno a questa pubblicazione è presente nel lavoro citato di Romain Merlin (pag.47 e seg).

Il “Traité de Blason”

Il manoscritto originale, anonimo e senza data, dal titolo “Traité de Blason”, è un piccolo in-8 composto di 70 foglietti in caratteri gotici. Come si evince dal titolo, l’argomento riguarda l’arte di costruire le insegne di cui si fregiavano da tempo i re, i papi e le varie casate nobiliari. E’ diviso in due parti, di cui la prima riassume le regole elementari della blasonatura (l’uso e il significato dei colori, i materiali impiegati, la ripartizione degli scudi, ecc), e la seconda riporta gli armoriali, cioè le insegne presenti sugli scudi stessi, con qualche regola inerente all’araldica.

Questa seconda parte, dal titolo “ARMORIAL. Les armes des seigneurs de France”,è quella che ci interessa per assegnare, innanzitutto, una probabile data di produzione al manoscritto in questione.

Subito dopo il titolo, c’è l’elenco delle insegne dei duchi e dei baroni che facevano parte del “Verger de France”, del “Frutteto francese”, ovverosia della corona. Tutti gli stemmi elencati, infatti, portano le insegne del re di Francia: sfondo azzurro con tre gigli d’oro, o più nel caso della maniera antica.

Scorrendo l’elenco si ha la descrizione dell’insegna seguente:

Le conte de Dunays – de France, trois lambeux d’argent, une bande d’argent a gauche (di Francia, tre lambelli d’argento, una banda d’argento a sinistra).

220px-Blason_comte_fr_Longueville_(ancien).svgconte di dunois

Si tratta dell’insegna di Jean de Dunois (1402-1468), detto anche il Bastardo d’Orleans perché figlio illegittimo di Luigi d’Orleans e di Mariette d’Enghien. Per i servigi resi alla corona fu creato conte di Dunois nel 1439.

Dunque, il manoscritto è successivo al 1439.

Nell’elenco successivo degli armoriali dei diciotto re cristiani, dal titolo: Ce sont les armes des XVIII Roys Chrestiens, al settimo posto, figura:

Le roy de Cecilie  – du vergier de France – en trois paulx, le premier pal de Jherusalem, bordé d’or, bendé de gueules, trois aigles d’argent; le second pal, de France, trois lambeaux de gueules dessoubz de bas, et d’asur les deux, semè de crois poinchès d’or; le tiers pal, fessè d’argent et de gueules, et au dessoubz de France, bordé de gueules.

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Il primo palo a destra: in alto lo stemma crociato e d’oro di Gerusalemme;  sotto, lo stemma di Lorena, fondo oro con banda rossa e tre aquile d’argento.

Secondo palo ( il centrale):  in alto lo stemma del casato d’Angiò ( sfondo di Francia con tre lambelli rossi che scendono in basso), e sotto lo stemma del ducato di Bar.

Terzo palo, a sinistra: in alto stemma d’Ungheria con strisce orizzontali d’argento e di rosso, e, in basso, quello del ducato d’Angiò , di Francia, bordato di rosso.

 

In maniera indubitabile questo è lo stemma di Renato d’Angiò (1409-1480), Duca di Bar dal 1430, Duca di Lorena dal 1431, Duca d’Angiò dal 1434 ( dopo la morte del fratello Luigi III), e Re di Napoli dal 1435 al 1442.

Nel 1435 re di Napoli e Sardegna divenne René quale designato dalla regina Giovanna II che muore quell’anno. Tenne il Regno di Napoli fino al 1442 quando, sconfitto, dovette lasciarlo ad Alfonso V d’Aragona, che quattro anni dopo si prese anche la Sardegna.

Se il manoscritto fosse stato redatto dopo il 1442, il Re di Cecilie, nell’elenco, non sarebbe stato lui, con l’armoriale sopra riportato, ma Alfonso V. Il fatto che compaiano entrambi nell’elenco, Renè come Re di Napoli e Alfonso V come Re d’Aragona (armoriale d’oro con quattro pali rossi) significa che siamo prima del 1442.

Abbiamo dunque accertato l’arco temporale di composizione del manoscritto: tra il 1439 e il 1442.

Ma che rapporto c’è tra il “Traité de Blason” e i cosiddetti “Tarocchi del Mantegna”?

E’ un rapporto evidente, se analizziamo l’ultima parte del manoscritto in cui si parla degli armoriali che si possono costruire facendo riferimento alle Muse e alle Arti. Riporto, per brevità, soltanto le descrizioni delle prime due Muse e delle prime due Arti.

 

  • Caliope, la première – porte de synople, une trompette d’argent en bende – Son dit: Jusques aux nues. (Calliope, la prima-vestita di verde, una tromba d’argento di traverso. Suo detto: Fino alle nuvole)
  • Uranyes IIporte de sable ung cerne d’argent, ung compas de masson de mesmes – Son dit: La non pareille (Urania II-vestita di nero, un cerchio d’argento e un compasso da massone,ugualmente d’argento. Suo detto: la diversità).
  • Grammaire, la première. Une vieille ridée, béguinée, esmantelée – porte de pourpre, une lime d’argent, ung pot de mesmes. (Grammatica, la prima. Una vecchia rugosa, coperta da un mantello – vestita di porpora, una lima d’argento, un’ampolla d’argento)
  • Logica II. Une femme jeune, les crespés, les bras tous nudz hault recoursez d’une chemise jusques aux piedz, ès mammelle et au nombril troussée – porte de gueles, une serpent volant d’or envelopée d’ung drap d’argent. ( Una giovane, capelli crespi, le braccia nude, ricoperte in alto d’una camicia fino ai piedi, arricciata dalle mammelle all’ombelico – vestita di rosso, un serpente volante d’oro avvolto in un drappo d’argento)

Basta un’occhiata ai Tarocchi del Mantegna per notare l’esatta corrispondenza tra loro e le descrizioni riportate nell’elenco sia per l’ordine che per i disegni.

Ora, se il manoscritto fu redatto, secondo le nostre argomentazioni, tra il 1439 e il 1442, significa che già a quell’epoca dovevano circolare le figure delle nostre carticelle. Le descrizioni del “Traité de Blason” non sono altro che traduzioni linguistiche di tali rappresentazioni, tanto fedeli da riportare persino i colori delle vesti e degli oggetti, il cui significato allegorico, insieme al motto associato, poteva servire come emblema araldico.

Da questa più antica produzione, databile verosimilmente nel periodo 1430-1440,  vennero successivamente tratte le edizioni su rame a noi pervenute.

Una plausibile conferma di questa datazione ci viene suggerita da alcune considerazioni  da parte di Luigi Malaspina (Catalogo di una raccolta di stampe antiche Vol.4 pg 318) che riconosce in alcune figure della prima serie dei Tarocchi del Mantegna alcuni personaggi particolari, come Sigismondo I nell’ Imperatore(VIIII), incoronato imperatore nel 1433 da Papa Eugenio IV: “tale deve essere l’imperatore poiché rappresentato vecchio con lunga barba sì nella medaglia che nel gioco e certamente era questi già vecchio mentre giovane regnava in Francia Carlo VII”. La presunta datazione di Malaspina, anteriormente al 1437, data di morte dell’imperatore Sigismondo, concorderebbe con la nostra.

Le precedenti considerazioni ci portano a concludere che:

  • Una precedente edizione dei cosiddetti “Tarocchi del Mantegna” esisteva già nel periodo 1430-1440, e doveva essere abbastanza conosciuta se la ritroviamo persino in un trattatello francese come il nostro manoscritto. Non poteva essere tratta che da matrici su legno perché l’arte calcografica prese avvio in Italia a partire dal 1452. I disegni tratti da queste matrici lignee erano poi colorati e insieme al testo andavano a formare dei veri e propri album illustrati, a carattere educativo, etico o religioso, oppure potevano servire, profanamente come nel nostro manoscritto, quali descrizioni allegoriche per emblemi araldici.
  • La produzione del 1430-40 non può essere del Mantegna che in quel periodo era ancora un bambino, essendo nato nel 1431, e, per lo stesso motivo, di autori quali Marco Zoppo, Carlo Crivelli o Giorgio Schiavone. Quale probabile autore di questa originaria produzione si potrebbe indicare il padovano Squarcione (1397-1478) nella cui scuola sia il Mantegna che gli altri artisti citati mossero i primi passi.

Ma, se il Mantegna non può essere l’autore di questa primordiale produzione, si potrebbe pensare alla sua mano nelle produzioni successive.

Per la produzione del 1460, tale eventualità è da escludere in maniera assoluta. L’esistenza di un lavoro precedente ci dice che l’esemplare del 1460 è una copia fedele di questo originale, e che l’autore non ha fatto altro che riprodurre su rame il lavoro xilografico precedente. Si tratta di un qualificato incisore, ma non certamente del Mantegna.

Per la produzione successiva del 1485, siamo in presenza di un artista che non si è limitato a copiare, ma ha rivisitato le figure precedenti, con aggiunte e variazioni, sia pure marginali. Tuttavia, ancora una volta, ci sentiamo di escludere il Mantegna, se confrontiamo una qualsiasi delle sue stupende stampe con l’esemplare in nostro possesso, di un livello qualitativo senza dubbio inferiore. Inoltre, è impensabile che un artista come il Mantegna, nel 1485 l’eccellenza dei pittori in Italia e in Europa, si sia potuto cimentare in un lavoro così debole, sia sul piano ideativo che esecutivo.

In definitiva, a mio giudizio, gli esemplari a noi pervenuti e che riprendono i canoni della scuola squarcionesca, sono da attribuire, il primo, a un incisore che potrebbe essere anche lo stesso Squarcione, probabile autore dell’originale, e il secondo, ad un suo mediocre allievo. In entrambi i casi è da escludere la mano del Mantegna.

I cosiddetti Tarocchi del Mantegna non sono, dunque, né Tarocchi né del Mantegna.

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