Cartomanzia I

Questa prima parte riguarderà il periodo che intercorre tra la nascita dei Tarocchi e la fine del Settecento.

La pratica di predire la fortuna con le carte ci è così familiare da indurre a credere che sia tanto antica quanto le carte stesse. Non è così. Non c’è alcuna traccia di divinazione operata con le carte prima della seconda metà del XVIII secolo.

Basti pensare che già  nel Quattrocento nel “Sermo perutilis de ludo”, il sermone contro il gioco di dadi, carte e trionfi, tentazioni del demonio, l’anonimo predicatore domenicano non fa alcun accenno ad altri scopi cui le carte sono destinate ( I Tarocchi ferraresi). Se soltanto avesse avuto il minimo sentore che le carte fossero usate per la divinazione o per scopi magici, avrebbe forse taciuto questo ulteriore elemento diabolico? Certamente no. Allo stesso modo, prima di lui, San Bernardino da Siena.

E’ da escludere dunque che in tutto il Quattrocento sia le carte normali che i Tarocchi siano state usate per scopi diversi dal gioco.

Nel secolo successivo possiamo fare riferimento al “ Commentarius” di Caspar Peucer, una rassegna estremamente dettagliata di tutti i metodi conosciuti di predizione  del futuro. Nel libro non c’è alcun accenno alla cartomanzia. La prima edizione è del 1523 e le successive arriveranno fino al 1607. Quella da me consultata dal titolo “Commentario dei principali modi di divinazione” del “dotto filosofo, matematico e medico Gaspar Peucer”è quella francese, in quindici libri, del 1584.

Dalla lettura emerge in tutta evidenza la matrice cristiana dell’autore nel condannare qualsiasi tipo di divinazione; tuttavia, al di là di questo, fra i tanti temi trattati non c’è neanche un rigo in cui si faccia riferimento alla cartomanzia, sia pure in forme indirette. Se in quel secolo le carte da gioco fossero state utilizzate quale strumento per predire il futuro, o comunque per scopi diversi da quelli canonici, uno studioso attento e qualificato come Peucer (genero di Melantone e docente a Wittemberg) ne avrebbe sicuramente fatto oggetto di discussione in un capitolo apposito del suo libro.

Ora, uno studioso come Pietro Marsilli potrebbe obiettare che proprio in quel secolo, nel ‘500, abbiamo a disposizione un brano di un testo italiano che è “una delle primissime testimonianze sull’uso divinatorio delle carte da tarocchi”. Sto parlando del Caos del Triperuno di Merlin Cocai, pseudonimo di Teofilo Folengo, pubblicato a Venezia nel 1527.

Nel brano è il giovane Limerno che inizia a parlare:

LIMERNO: ….. ma heri Giuberto e Focilla, Falcone e Mirtella mi condussero in una camera secretamente, ove, trovati ch’ebbeno le carte lusorie de trionfi, quelli a sorte fra loro si divisero; e vòlto a me, ciascuno di loro la sorte propria de li toccati trionfi mi espose, pregandomi che sopra quelli un sonetto gli componessi.

Insomma, i quattro personaggi che a caso si erano divise le carte dei Trionfi, chiedono a Limerno di comporre per ognuno di essi un sonetto.

Il passo continua con Limerno che recita il primo sonetto scritto per Giuberto al quale erano capitati i Trionfi GIUSTIZIA, ANGIOLO, DIAVOLO, FOCO, AMORE, in cui si dice che il fuoco d’amore non ha l’aspetto dell’Angelo, ma del Diavolo ingannatore e dell’ingiustizia

Amor di donna è ardor d’un spirto nero

lo cui viso se ‘n gli occhi un Angiol pare,

non t’ingannar, ch’è fraude e non Giustizia.

Sullo stesso tono i sonetti scritti per gli altri.

E’ evidente che Limerno non compone un sonetto divinatorio su un’eventuale riuscita amorosa di Giuberto o su qualcosa di simile, ma si mantiene su un terreno del tutto generale, come dimostra anche uno dei quattro sonetti che ha carattere politico. In altri termini, l’uso dei trionfi nel brano è soltanto un espediente letterario per buttare giù una serie di versi che, nello stile dell’autore,  rappresentano una parodia dei costumi del suo tempo.

Cogliere nel brano un qualsiasi carattere divinatorio dei trionfi è una forzatura. I sonetti del Folengo non sono altro che un insieme di versi tipici di una certa letteratura dell’epoca che vide tanti autori sbizzarrirsi in rime che rappresentavano le tante virtù e i pochi vizi delle dame a cui erano rivolte, prendendo spunto dalle figure simboliche dei tarocchi.

Qualcun altro  potrebbe sostenere che i cosiddetti  “libri di fortuna” possano fornire un esempio di predizione del futuro con le carte da gioco. Questa è solo una mezza verità, perché la procedura suggerita non ha niente a che vedere con la pratica della divinazione con carte da gioco quale noi la conosciamo.

Si può dire che questi libri, che ebbero un’ampia diffusione a partire dalla fine del Quattrocento, utilizzassero le carte come un qualsiasi strumento procedurale ( non è casuale che alcuni di essi usassero i dadi), un semplice espediente per la distribuzione delle probabilità tra i partecipanti, senza alcun significato particolare.

Si trattava, insomma, di un piacevole passatempo che non conteneva niente di oracolare; le risposte, di solito espresse in versi, che i partecipanti ottenevano dopo aver lanciato dadi, o fatta girare una ruota di cartone, o aver scelto alcune carte, suscitavano il riso e il divertimento piuttosto che una riflessione sul futuro.

Una trasposizione al mazzo di carte del metodo proposto nei libri di sorte, lo ritroviamo nel 1690 nel mazzo di Dorman Newman che poi prese il nome di “mazzo Lenthall” dal nome del fabbricante John Lenthall che rilevò le matrici originarie e ne produsse diverse edizioni.

Le domande e le risposte non sono più sul libro, ma stampate sulle carte stesse, e questa è l’unica differenza con i libri di fortuna; la procedura è identica, e ancora una volta siamo in presenza di un gioco di società e non divinatorio in senso stretto.

Tralasciando alcune rappresentazioni pittoriche prese erroneamente come scene di divinazione con le carte,  possiamo dare per certo che nei primi tre secoli e mezzo della loro esistenza le carte e i tarocchi furono usati per un solo scopo, cioè per giocare.

Il primo accenno all’uso divinatorio di un mazzo di carte normali è databile intorno al 1750-70, mentre occorrerà aspettare il 1781 per l’interpretazione occultistica dei Tarocchi ad opera di un personaggio, ambiguo e stravagante, quale fu Court de Gebelin.

Court de Gebelin

Antoine Court che aggiunse il suffisso de Gebelin al cognome secondo la moda dei protestanti francesi dell’epoca, dal 1771 un personaggio di spicco della massoneria parigina, compose tra il 1773 e il 1782 una ponderosa opera in nove volumi intitolata Le Monde primitif. Per nostra fortuna, i successivi volumi previsti non vennero mai alla luce per la morte che colse l’autore nel 1784 accanto a una vasca di Mesmer della cui teoria del magnetismo animale era diventato, negli ultimi anni, un accanito sostenitore.

Il prof. Michael Dummett in “Il Mondo e l’Angelo”, di cui si consiglia la lettura, dirà di lui: “ Il suo approccio è quasi del tutto privo di scientificità; le sue conclusioni si basano su pure intuizioni o congetture pazzesche che non meritano neppure il titolo di intuizioni. Fra le applicazioni più assurde del suo metodo di comprensione intuitiva delle origini, c’è una sezione nel Volume VIII pubblicato nel 1781, relativa al mazzo di tarocchi. Tutte le sue altre bizzarre speculazioni sono state da gran tempo dimenticate; ma questo saggio divenne la fonte dell’intera mistica occultistica dei tarocchi”.

In questo ottavo volume del 1781 Court de Gebelin afferma : “ Se qualcuno annunciasse che esiste ancora un’opera degli antichi Egiziani, uno dei loro libri sfuggito alle fiamme che divorarono le loro superbe biblioteche e che contiene la loro dottrina più pura sulle questioni più importanti, ognuno sarebbe indubbiamente portato a conoscere un libro così straordinario. Ebbene, questo libro dell’antico Egitto esiste ed è il mazzo dei tarocchi. Non c’è alcun dubbio”.

Insomma, la sua assurda teoria è che il mazzo dei tarocchi fosse stato inventato dai sacerdoti dell’antico Egitto e che fosse una summa della loro dottrina religiosa. Il carattere occultistico del mazzo discende dal fatto che, sempre secondo questo bizzarro pensatore, gli stessi sacerdoti avevano avuto l’idea di mascherare la loro dottrina nella forma simbolica dei tarocchi per garantirne la sopravvivenza nei secoli successivi.

I giocatori, per generazioni e generazioni, avevano scambiato il mazzo dei tarocchi per un semplice strumento di gioco senza conoscerne l’autentico e nascosto significato. Per fortuna era arrivato lui che genialmente aveva sollevato il velo che ricopriva questa profonda verità portandola alla luce. Fu sempre lui, nonostante Champollion non avesse ancora decifrato i geroglifici egizi, a definire una volta per tutte la parola Tarocco, dall’antico egizio Tar che significa Via e Ro, Ros, Rog che significa Reale, ossia Cammino reale della vita.

Se si esclude il Matto col numero 0, furono probabilmente le 21(3×7) carte restanti dei Trionfi a rafforzare la convinzione di Court de  Gebelin di essere alle prese con un antico testo sapienziale egiziano, essendo il 3 numero perfetto e il 7 numero sacro in Oriente.  Inoltre, se il mazzo è composto da 77 carte, escluso sempre il Matto, abbiamo 11×7; se poi prendiamo le 56 carte dei semi ricorre di nuovo il numero 7 perché 56=8×7.

Quindi Thot, il dio che ha donato la scrittura agli Egiziani, affinché il  libro dei Trionfi o quadro della creazione e della vita fosse perfetto e misterioso per eccellenza, lo compose di 3 classi d’immagini a rappresentare l’età dell’oro, dell’argento e del bronzo, e ogni classe la suddivise in 7 parti.

Riferisco di seguito l’interpretazione che ne diede l’autore, il quale, vagando piacevolmente nei sogni, si è reso purtroppo responsabile di essere stato il primo ad offuscare la verità autentica dei tarocchi.

XXI.  Il Mondo, prima figura del secolo d’oro. A parere di Gebelin i fabbricanti avrebbero erroneamente chiamato questa carta il Mondo, mentre in verità rappresenterebbe il Tempo. Infatti, nell’uovo simbolo della creazione sta Iside, idea del tempo, col peplo sulla testa e ai quattro angoli non più i simboli cristiani dei quattro evangelisti, ma le più pagane quattro stagioni che sono l’Aquila-Primavera, il Leone-Estate, il Bue-Autunno e l’Angelo-Inverno.

XX.  Allo stesso modo, il XX non sta per il Giudizio Universale, ma per la Creazione. Un uomo e una donna fanciulli che spuntano dalla terra alla voce di Osiride che comanda alla materia e li anima col fuoco simbolo specifico della Creazione.

XIX. Il Sole anima tutto il creato presso ogni popolo della Terra.

XVIII. La Luna, da cui cadono le lacrime di Iside, ogni anno gonfiando il Nilo feconda le campagne Egiziane, avvicinandosi il Sole alla costellazione del Cancro.

XVII. La Stella viene ribattezzata Sirio o “la stella del Cane” e la carta rappresenterebbe Iside che all’alzarsi di questa stella per eccellenza, la Canicola, allude, insieme alla carta precedente, alla rigenerazione della natura.

XVI. La Torre  è diventata l’emblema del “Castello di Pluto”. La morte può irrompere in qualsiasi momento nella nostra vita come Plutone irromperà nella vita di Proserpina trascinandola all’inferno. La “Casa di Plutone” è dunque una sorta di meditazione sulla fragile condizione del potere dell’uomo, un invito alla moderazione e all’umiltà.

XV. Il Diavolo è chiamato da Gebelin Tifone, il maligno dio egiziano Set nemico di Osiride. Qui il cattivo principio, ossia il principe del male, il genio delle tenebre e origine delle disgrazie, chiude il secolo d’oro.

XIV. Apre l’età dell’argento la Temperanza che mescolando liquidi da una brocca all’altra insegna la necessità di domare le passioni.

XIII. La Morte per l’illuminista Gebelin è la morte che miete le teste, la pura e semplice fine della vita, non il suo principio.

XII. L’Appeso o Traditore viene chiamato la Prudenza perché chi è prudente cammina con il piede sospeso. Molto probabilmente Gebelin ha avuto sotto gli occhi un mazzo in cui questa figura è stata stampata capovolta, per un errore dello stampatore che ne ignorava il significato, e appariva non sospesa alla trave per una gamba, ma in piedi. Un errore del genere lo troviamo nel mazzo Vieville stampato a Parigi intorno al 1660 che appartiene alla tradizione del tarocco piemontese e che darà vita, attraverso alcune varianti, al Tarocco belga.

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La svista commessa da Gebelin è un’ulteriore testimonianza della sua scarsa conoscenza della tradizione legata al mondo dei tarocchi.

XI. La Forza sbrana il Leone, simbolo della terra incolta e deserta. Principio dell’Agricoltura necessaria, quando nel secolo d’argento la terra perse la sua spontaneità del secolo precedente.

X. La Ruota della Fortuna. La cecità della Dea fortuna ci rammenta che solo la virtù può dominare il caso. Il retto agire vince sempre qualsiasi difficoltà.

IX. L’Eremita è diventato il Saggio o il Filosofo, probabilmente Diogene che con la lanterna in mano cerca inutilmente l’Uomo.

VIII. La Giustizia sta per abbandonare la terra e aprire così le porte al secolo di bronzo.

VII. Osiride trionfante sul Carro apre il nuovo secolo.

VI. L’Amore è il Matrimonio che unisce l’onore e la verità, la necessità di solidi legami.

V. Il Papa è il “gran Sacerdote” egizio, “il Primo Gerofante”. Secondo Gebelin, la figura sostiene la croce triforme egiziana che si trova sulla tavola di Iside sotto la lettera TT e che ha rapporto con il suo ricongiungimento con Osiride. E’ l’emblema della rigenerazione delle piante e di tutta la Natura.

IV. Il Re rappresenta la necessità dell’ordine sociale e dell’autorità. La croce sul globo che sovrasta il suo scettro e che il Nostro chiama, senza esitare, Thau, è il massimo simbolo sacro per gli antichi egizi.

III. La Regina è semplicemente la regina, la donna del re a lui legata dal vincolo dell’amore e del matrimonio.

II. Siccome nell’antico Egitto anche il “gran Sacerdote” poteva prendere moglie, ecco allora la Papessa, “la Grande Sacerdotessa”. Altrimenti, dice Gebelin, che significato ha questa figura femminile?

I. Il Bagatto è l’arbitro della fortuna, denominato Pagad perché in Oriente Pag significa signore e Gad fortuna. Il Bagatto è dunque il giocoliere arbitro della sorte con in mano la verga dei Magi siriaci.

0. Il Matto è lo zero che completa l’alfabeto sacro di Thot e corrisponde al Tan che vuol dire compimento o perfezione. Può nominarsi anche come lo zero della numerazione mistica che da sé non vale niente ma serve a far valere gli altri numeri.

M.Dummett, nel libro citato, dice che a parere di Gebelin “la sequenza dei Trionfi dovrebbe essere interpretata prendendo le carte in ordine numerico discendente perché gli Egizi contavano sempre così, senza spiegarci come facevano a sapere da dove cominciare, e che i ventidue Trionfi corrispondevano alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, ma non si prende la briga di spiegare che cosa avrebbe a che fare l’alfabeto ebraico con gli antichi Egizi. Il resto della trattazione è del tutto priva di interesse e non occorre soffermarvisi”.

Insomma, il nostro Court de Gebelin ha messo in un frullatore un po’ di cultura neopitagorica, un po’ di cabala ebraica e alcuni simboli della tradizione  e cultura dell’antico Egitto, ai suoi tempi molto di moda, per ottenere alla fine un frullato insensato e imbevibile.

Eppure, qualcuno quel frullato l’ha bevuto, anzi vi ha aggiunto anche qualche nuovo ingrediente per renderlo più appetibile. La ricetta la troviamo in “Ricerche sui tarocchi e sulla divinazione con le carte dei tarocchi”, un saggio , probabilmente di Louis-Lucrèce de Fayolle, conte di Mellet (1727-1804), che Court de Gebelin aggiunse in coda al suo scritto.

Mellet

Mellet concorda con Gebelin che nei Tarocchi sia racchiuso il libro del dio Toth, che i trionfi vadano letti in ordine discendente a partire dal XXI, che debbano essere associati alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico, ma modifica qualche ingrediente.

La parola Tarocco, ad esempio. Per lui T significa tavola, A dottrina o scienza, e Rosch il dio egizio Thot o l’Hermes greco o il Mercurio latino, per cui Tarocco non sta per il cammino reale, ma per la Tavola della dottrina di Mercurio.

Inoltre Mellet restituisce all’Appeso(XII) un significato più appropriato di quello della Prudenza che gli aveva assegnato Gebelin, vede nella mano del Bagatto una bacchetta da prestigiatore e non un simbolo religioso, e chiama il Papa e la Papessa rispettivamente Giove e Giunone. E’ evidente che questo conte di Mellet aveva sotto gli occhi un mazzo del Tarocco di Besançon, o una sua variante.

Se il tale Mellet si fosse limitato a queste considerazioni, non avrebbe prodotto ulteriori danni. Purtroppo, come si evince anche dal titolo del suo saggio, ebbe l’infelice idea di trovare un legame primordiale tra i tarocchi e la cartomanzia, e, senza neppure la parvenza di un pur piccola prova, attribuì questa pratica agli antichi Egiziani descrivendo nei dettagli un metodo di divinazione con le carte.

Secondo M. Dummett: “ Queste congetture assurde sarebbero state senza dubbio dimenticate con la stessa rapidità delle altre sciocchezze contenute nei nove ponderosi volumi di Gebelin, se non fosse stato per Jean-Baptiste Alliette (1738-1791), il cartomante di professione che offrì i suoi servigi per leggere le carte, fare oroscopi, confezionare talismani, interpretare i sogni e dare lezioni di magia pratica”.

Alliette

Un sofisticato Anna Marchi dei nostri tempi, che dopo diversi fallimenti lavorativi e sentimentali si inventò la professione di indovino e lo pseudonimo Etteilla, ottenuto rovesciando le lettere del suo cognome.

Il celebre Etteilla! Divenne a tal punto popolare che i massoni dell’ordine dei Philalètes (tra i cui fondatori si annovera de Gebelin) lo invitarono nel 1787 a tenere una conferenza “ a causa della sua reputazione come insegnante delle scienze occulte”. Mi viene da dire a questo punto che aveva proprio ragione B. Brecht quando affermava: “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”!

Il suo primo lavoro fu “Etteilla ou instruction sur l’art de tirer le cartes” che fu ristampato fino alla fine del Settecento in varie edizioni col titolo La Cartonomancie francaise. Quest’arte di tirare la carte, o cartomanzia francese, prevedeva infatti l’uso di un mazzo normale di carte, a semi francesi, chiamato piquet e che consisteva in 32 carte ( alle 56 mancavano il Cavaliere e le carte dal 2 al 6 per ogni seme).  Etteilla vi aggiunse una carta in bianco che chiamò molto modestamente col suo nome “Etteilla” e rappresentava il consultante. Confezionò questi mazzi di 33 carte e li mise in vendita con qualche successo.

Tuttavia, ciò che gli procurerà una certa rinomanza innalzandolo al livello di un autentico mago fu il metodo di cartomanzia con i tarocchi illustrato nell’opera “ Manière de se récréer avec le jeu de cartes nommées Tarots”.

Per distinguersi da Gebelin, di cui aveva plagiato la maggior parte delle idee, il nostro Alliette credette bene di fornire un diverso modello del libro dei tarocchi, opera del dio Toth: esso sarebbe stato ideato da una commissione di diciassette maghi, presieduta da Ermete Trismegisto nell’anno 1828 della Creazione, 171 anni dopo il Diluvio e infine scritto da 3953 anni. Ermete Trismegisto, tra l’altro, sarebbe, dopo Cam, l’altro discendente di Noè.

Inoltre pensava che alcuni trionfi fossero stati completamente travisati da fabbricanti rozzi e ignoranti. Secondo lui al posto del Papa la carta della versione originaria egizia mostrava una luce che disperde il caos dell’universo, e la posto della Papessa c’era un giardino occupato da un uomo nudo circonfuso da undici cerchi, mentre la ghirlanda ovale del Mondo doveva essere sostituita dal cerchio formato dal serpente che si morde la coda, l’uroburo di antica tradizione pagana, simbolo dell’eternità.

A suo parere, gli stessi fabbricanti avevano anche stravolto l’ordine dei Trionfi. E così Etteilla inventò un ordine nuovo per le 21 carte trionfali secondo l’impostazione della dottrina ermetica cui fa spesso appello. Queste sono le prime ventuno pagine del libro di Toth. Le successive, da 22 a 77 sono formate dalle carte dei semi, cominciando da Bastoni, seguiti da Coppe, Spade e Denari. Il Matto con il numero 0 in verità non ha numero, poiché occupa la pagina tra 21 e 22, ossia dopo i trionfi e prima delle carte di Bastoni.

Ogni carta dei semi contiene un doppio significato, a seconda del verso in cui viene estratta. I Trionfi e il Matto, invece, hanno un solo significato; il loro rovescio indica soltanto un indebolimento dell’effetto cartomantico. Alcuni elementi astrologici completavano poi il suo sistema di divinazione .

Nel 1788, tre anni prima della morte, a partire da questi presupposti, Etteilla mise in pratica le sue bizzarre fantasie con la produzione di quello che può essere considerato il primo mazzo di tarocchi destinato alla cartomanzia. Nello stesso anno fondò un’associazione degli interpreti del libro di Toth, ossia di cartomanti che usavano i tarocchi.

La cartomanzia, fondata su un così evidente apparato fantastico, non poteva mancare di colpire vivamente lo spirito di belle dame ignoranti, e persino quello degli illuministi più “illuminati” che si lasciarono incantare dalle citazioni di Etteilla “del grande Ipparco di Rodi e del giusto Aristarco di Samo” per l’astrologia, o del mistico catalano Raimondo Lullo per  quanto riguarda l’arte combinatoria delle parole. E così, lo sprovveduto e sconosciuto Alliette divenne un uomo di tutto rispetto, il grande apostolo della nuova religione.

Fu proprio uno dei suoi primi discepoli, tale Dodoucet, a mettere in circolazione il  discendente di questo primordiale mazzo  che si chiamerà Grand Etteilla I”, inciso su legno e colorato,  copia fedele di quello del maestro, ad eccezione del numero 78 stampato insieme allo 0 sulla carta del Matto.

A questo seguì l’”Etteilla II” verso il 1840 dove 6 dei ventuno trionfi sono ridisegnati, e  in aggiunta su tutti i trionfi, oltre alle scritte in alto e in basso,  compare un’iscrizione che si riferisce al soggetto.

L’ultimo discendente è il “Grand Etteilla III” del 1860 circa, di stile medievale, che presenta alcune variazioni (ad esempio, i simboli dei quattro evangelisti sono diventati autentici quadrupedi) che tuttavia non intaccano lo spirito complessivo dettato dal fondatore.

Con Etteilla e i suoi successori, i tarocchi diventeranno “egizi”, acquistando una vita autonoma e indipendente dalla tradizione: il legame con i tarocchi storici era stato quasi completamente spezzato.

Se comune fondamento di Gebelin e Etteilla fu la riscoperta della sapienza esoterica dell’antico Egitto attraverso i Tarocchi, possiamo dire che diversi furono i loro strumenti operativi. In Court de Gebelin prevalse la numerologia e la cabala; in Alliette l’ermetismo e l’astrologia. Queste quattro correnti di pensiero faranno da sfondo alla successiva evoluzione della cartomanzia, in una direzione o in un’altra, pur sempre dimenticando la natura originaria dei tarocchi stabilita una volta per tutta e in maniera inequivocabile agli inizi del Quattrocento.(vai a Cartomanzia II)

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